Ecco perché Netanyahu ha silurato il capo dello Shin Bet, ma la Corte suprema lo ha bloccato
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Cosa c’è dietro la clamorosa defenestrazione del capo dello Shin Bet? Perché migliaia di israeliani scendono in piazza in sua difesa, gridando allo scandalo? E perché la Corte suprema ha appena bloccato il provvedimento del governo israeliano? Il caso Ronen Bar sta provocando una bufera politica come non si vedeva dai tempi delle proteste contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu. Le conseguenze, al momento, sono imprevedibili. Andiamo con ordine.
Per la prima volta nella storia dello Stato ebraico il capo del governo ha ottenuto il licenziamento del vertice dei servizi segreti interni, avanzando motivi di “sfiducia crescente nel suo operato”: nella notte di ieri il gabinetto di sicurezza, presieduto da Netanyahu, ha votato all’unanimità per la rimozione di Ronen Bar, che guida l’intelligence dal 2021. “Concluderà il mandato il 10 aprile o anche prima se nominiamo qualcun altro”, riferisce l’ufficio di Netanyahu.
GERUSALEMME – Cosa c’è dietro la clamorosa defenestrazione del capo dello Shin Bet? Perché migliaia di israeliani scendono in piazza in sua difesa, gridando allo scandalo? E perché la Corte suprema ha appena bloccato il provvedimento del governo israeliano? Il caso Ronen Bar sta provocando una bufera politica come non si vedeva dai tempi delle proteste contro la riforma della giustizia voluta da Netanyahu. Le conseguenze, al momento, sono imprevedibili. Andiamo con ordine.
Per la prima volta nella storia dello Stato ebraico il capo del governo ha ottenuto il licenziamento del vertice dei servizi segreti interni, avanzando motivi di “sfiducia crescente nel suo operato”: nella notte di ieri il gabinetto di sicurezza, presieduto da Netanyahu, ha votato all’unanimità per la rimozione di Ronen Bar, che guida l’intelligence dal 2021. “Concluderà il mandato il 10 aprile o anche prima se nominiamo qualcun altro”, riferisce l’ufficio di Netanyahu.
La procuratrice generale Gali Baharav-Miara considera illegittimo il licenziamento, il presidente dello Stato Isaac Herzog si dice preoccupato per le manovre di Netanyahu, compresa quella di riprendere la guerra a Gaza, che definisce “controverse, divisive e unilaterali”, l’opposizione si è rivolta alla Corte suprema, che d’urgenza ha emesso un ingiunzione temporanea che ferma il licenziamento di Ronen Bar “fino a quando non ascolteremo in udienza i querelanti”. Uno dei leader, il centrista Benny Gantz, parla di “marchio di Caino” sui ministri che hanno votato il licenziamento. Si prevedono altre manifestazioni di protesta.
L’interessato, Ronen Bar, dal 2021 capo dell’agenzia di intelligence, non ha partecipato al gabinetto di sicurezza. Ha però mandato una lettera di fuoco in cui accusa esplicitamente Netanyahu di “impedire la ricerca della verità sui fatti che hanno portato al 7 Ottobre” e di voler bloccare l’indagine sul cosiddetto Qatargate.
E’ l’affare più scottante, al momento: tre collaboratori del premier sono sospettati di aver ricevuto soldi dal Qatar (gira anche un audio di un uomo d’affari israeliano che ammette la consegna del denaro), ponendo quindi seri dubbi sull’influenza dell’emirato sulla condotta politica del governo israeliano.Non solo. In un precedente intervento, quando già lo scontro tra i due era deflagrato, Bar ha affermato che Netanyahu ha boicottato il negoziato sulla tregua, togliendo lui e il capo del Mossad dalla delegazione israeliana a Doha e sostituendoli con Ron Dermer, il ministro degli Affari strategici e fedelissimo del premier.
Lo scontro ha acceso una giostra di dichiarazioni sui media da parte di presunte “fonti ufficiali” anonime, che sostengono che Roner Bar fosse a conoscenza dei piani Hamas prima del 7 Ottobre e niente abbia fatto per prevenirli. Ci si mette anche il figlio maggiore di Netanyahu, Yair, podcaster e noto propalatore di teorie cospirazioniste: sostiene che Bar stia lavorando “a un colpo di Stato come quelli che avvengono in Africa, usando un’organizzazione armata”. Ovviamente, senza portare uno straccio di prova a puntello della sua tesi.