Israele, il giudice Barak: “Ormai siamo sull’orlo della guerra civile”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Israele è in crisi. Siamo già impegnati in sette fronti di guerra, Gaza, Libano, Iran, eccetera. Ora rischiamo l’ottava guerra, la più cruciale. La guerra civile». A parlare è Aharon Barak, 88 anni, il decano dei giuristi israeliani, che nella sua lunga carriera è stato sia procuratore generale sia presidente della Corte suprema (1995-2006). Conosce personalmente Netanyahu, di cui, si intuisce, non è un grande estimatore.
Addirittura una guerra civile?
«Il Paese è spaccato su molti temi, pro o contro Netanyahu, pro o contro la ripresa dei combattimenti a Gaza, pro o contro il licenziamento del capo dello Shin Bet… a migliaia protestano in strada e la polizia è violenta, anche quando i manifestanti sono passivi vediamo aggressioni. Una volante l’altro giorno ha ferito una persona, un parlamentare è stato ferito. Prima o poi qualcuno sparerà».
Cosa glielo fa pensare?
«Le proteste continueranno e diventeranno più dure. Più avanti cominceranno anche le contro-manifestaz…
GERUSALEMME – Israele è in crisi. Siamo già impegnati in sette fronti di guerra, Gaza, Libano, Iran, eccetera. Ora rischiamo l’ottava guerra, la più cruciale. La guerra civile». A parlare è Aharon Barak, 88 anni, il decano dei giuristi israeliani, che nella sua lunga carriera è stato sia procuratore generale sia presidente della Corte suprema (1995-2006). Conosce personalmente Netanyahu, di cui, si intuisce, non è un grande estimatore.
Addirittura una guerra civile?
«Il Paese è spaccato su molti temi, pro o contro Netanyahu, pro o contro la ripresa dei combattimenti a Gaza, pro o contro il licenziamento del capo dello Shin Bet… a migliaia protestano in strada e la polizia è violenta, anche quando i manifestanti sono passivi vediamo aggressioni. Una volante l’altro giorno ha ferito una persona, un parlamentare è stato ferito. Prima o poi qualcuno sparerà».
Cosa glielo fa pensare?
«Le proteste continueranno e diventeranno più dure. Più avanti cominceranno anche le contro-manifestazioni dei sostenitori di Netanyahu, e non avranno pietà. Circolano tante armi, ogni soldato ha il suo fucile a casa. Ci saranno sparatorie e questa si chiama guerra civile».
La procuratrice generale Gali Baharav-Miara ritiene che il licenziamento di Ronen Bar sia illegittimo.
«Ha ragione. In base alla nostra legge amministrativa è illegale. Certamente il premier ha il potere di rimuovere il capo dei servizi segreti, ma entro una cornice di motivazioni definite per statuto. Non può licenziarlo solo perché non gli piace. La direzione di un’agenzia di intelligence non è incarico fiduciario. Detta altrimenti, il direttore dello Shin Bet deve essere fedele allo Stato di Israele, non a Netanyahu».
Come finirà?
«Che il governo proverà a licenziare anche la procuratrice. Ottima persona e ottima professionista, la conosco bene. È andata in conflitto con il premier perché il governo intende eseguire atti illegali. La decisione sulla sua rimozione è già in calendario».
La Corte suprema ha bloccato temporaneamente il licenziamento di Ronen Bar in attesa di emettere un giudizio. Se lei fosse ancora presidente, cosa farebbe?
«Rigetterei sia il licenziamento di Bar, sia quello della procuratrice generale. Entrambi atti illegittimi».
C’è mai stato uno scontro così tra il governo e il potere giudiziario?
«In Israele mai».
Come definirebbe lo stato della giustizia nel suo Paese?
«Per molti anni la Corte suprema ha goduto di un sostegno popolare ampio, secondo solo a quello dell’esercito. Poi sono cominciate le critiche e un ministro della Giustizia è arrivato a dire che è politicizzata».
Lo è?
«No. Il sistema di selezione dei giudici che la compongono è garanzia di imparzialità. Comunque, ancora oggi ha un consenso superiore a quello della classe politica».
E Netanyahu?
«Se si tenessero le elezioni ora, stando ai sondaggi le perderebbe. Vincerebbe la coalizione di opposizione».
Cosa pensa del mandato di arresto emesso dalla Corte dell’Aia?
«Mette Israele in una situazione pessima davanti all’opinione pubblica. Se Netanyahu nominasse la commissione di inchiesta sul 7 ottobre, la Corte penale internazionale, che è un sistema giuridico complementare a quello statale, potrebbe ritirare il mandato».
Ma?
«Ma Netanyahu non vuole nominare la commissione, fugge da essa. Perché teme che gli si ritorca contro».