Il direttore dell’Atlantic per sbaglio nella chat per pianificare i raid Usa contro gli Houthi
di Massimo BasileNEW YORK – Il sogno di molti reporter lo ha realizzato Jeffrey Goldberg, direttore del magazine americano The Atlantic. Erano le 11,44 di mattina del 15 marzo quando il giornalista ha ricevuto su una chat la notizia che gli Stati Uniti avrebbero bombardato gli Houthi nello Yemen. La fonte era affidabile: il capo del Pentagono Pete Hegseth. Il punto è che Goldberg non avrebbe dovuto far parte della chat.
Nella nuova “età dell’oro” dell’America evocata da Donald Trump, in cui i media non allineati vanno emarginati, un giornalista è stato infilato per errore nella chat di cui faceva parte il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance, e in cui si scambiavano notizie top secret sull’attacco all’organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran. La Casa Bianca ha ammesso lo sbaglio. Trump ha detto «non ne so niente». I Democratici hanno chiesto l’avvio di un’inchiesta su questa catastrofe della sicurezza. La storia è emersa perché Goldberg ha riportato lo scambio di messaggi in un articol…
NEW YORK – Il sogno di molti reporter lo ha realizzato Jeffrey Goldberg, direttore del magazine americano The Atlantic. Erano le 11,44 di mattina del 15 marzo quando il giornalista ha ricevuto su una chat la notizia che gli Stati Uniti avrebbero bombardato gli Houthi nello Yemen. La fonte era affidabile: il capo del Pentagono Pete Hegseth. Il punto è che Goldberg non avrebbe dovuto far parte della chat.
Nella nuova “età dell’oro” dell’America evocata da Donald Trump, in cui i media non allineati vanno emarginati, un giornalista è stato infilato per errore nella chat di cui faceva parte il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance, e in cui si scambiavano notizie top secret sull’attacco all’organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran. La Casa Bianca ha ammesso lo sbaglio. Trump ha detto «non ne so niente». I Democratici hanno chiesto l’avvio di un’inchiesta su questa catastrofe della sicurezza. La storia è emersa perché Goldberg ha riportato lo scambio di messaggi in un articolo pubblicato su The Atlantic e non basato su rumors. Erano notizie, come si dice in gergo, di prima mano.
Pete Hegseth ha aggravato l'imbarazzante caso, tentando di negare: "State parlando di un cosiddetto giornalista disonesto e altamente screditato... Nessuno stava inviando piani di guerra tramite sms e questo è tutto ciò che ho da dire al riguardo", ha dichiarato, nonostante il portavoce del consiglio per la Sicurezza nazionale avesse già confermato l'autenticità della catena di messaggi della chat, tra cui i piani di guerra.
Il mondo avrebbe saputo dell’attacco in Yemen poco prima delle 14. Quattro giorni prima il giornalista aveva ricevuto su Signal la richiesta a unirsi a una chat. L’invito era arrivato da Michael Waltz, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca. Waltz conosceva Goldberg, ma il giornalista non pensava di essere finito su “quel” tipo di chat. All’inizio pensava a una trappola. Due giorni dopo ha ricevuto un’altra notifica: era stato inserito in un gruppo ristretto chiamato “Houthi PC small group”. Waltz aveva dato il benvenuto a tutti. Si era inserito l’utente ‘Mar’, il segretario di Stato Marco Rubio. Poi “JD Vance”. E “TG”, probabilmente Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence. Nove minuti dopo, “Scott B”, il segretario del Tesoro Scott Bessent. E via gli altri, tra cui 007 della Cia la cui identità sarebbe dovuta restare segreta.
In tutto, diciotto persone, incluso Steve Witkoff, mediatore della Casa Bianca per Ucraina e Medio Oriente. Vance aveva espresso dubbi sull’urgenza di attaccare in Yemen. Ma poi si era rivolto a Hegseth: «Se pensi che dobbiamo procedere, andiamo. Odio solo dover salvare l’Europa di nuovo». Il riferimento era al fatto che gli alleati europei avrebbero beneficiato della protezione Usa alle rotte commerciali. «Condivido il tuo disgusto per l’Europa che se ne approfitta gratis - aveva risposto Hegseth - È patetico. Ma Mike ha ragione, siamo gli unici al mondo che possono farlo. La questione è il tempismo». In realtà altri venti Paesi sono coinvolti nella protezione delle rotte dagli Houthi.
“S M”, probabilmente il consigliere politico Stephen Miller, aveva chiuso la discussione: «Il presidente è stato chiaro: luce verde, ma dobbiamo chiarire a Egitto e Europa cosa vogliamo in cambio». Dopo poco è partito l’attacco. Waltz commenterà: «grande lavoro». Seguito da tre emoji: un pugno, la bandiera Usa e il fuoco.