Cherevko: “A Gaza siamo sull’orlo di una carestia, pochi giorni ancora per evitarla”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – “Siamo sull’orlo della carestia, non so quanti giorni abbiamo ancora a disposizione per evitarla”. A lanciare l’allarme su Repubblica è Olga Cherevko, portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), in un collegamento da Gaza. “Siamo costretti a dividere in due le razioni di cibo per sfamare più gente possibile”.
Sul mercato si trovano ancora generi alimentari?
“Sempre di meno. E i prezzi sono alle stelle. Nel nord della Striscia un sacco da 25 chili di farina ora costa circa 30 dollari, prima 8. La benzina costa più di dieci dollari al litro, e infatti i gazawi la allungavano con l’olio per cucinare. Però è finito anche quello. Per dare un’idea della fluttuazione dei prezzi, una sigaretta, che ovviamente non è un genere necessario per la sopravvivenza, è arrivata a costare anche cento dollari. Una sola sigaretta. Ora siamo intorno ai dieci dollari. I gazawi le spezzettano e le tagliano con foglie di te, per farle durare di più”.
Le autorità israeliane s…
GERUSALEMME – “Siamo sull’orlo della carestia, non so quanti giorni abbiamo ancora a disposizione per evitarla”. A lanciare l’allarme su Repubblica è Olga Cherevko, portavoce dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha), in un collegamento da Gaza. “Siamo costretti a dividere in due le razioni di cibo per sfamare più gente possibile”.
Sul mercato si trovano ancora generi alimentari?
“Sempre di meno. E i prezzi sono alle stelle. Nel nord della Striscia un sacco da 25 chili di farina ora costa circa 30 dollari, prima 8. La benzina costa più di dieci dollari al litro, e infatti i gazawi la allungavano con l’olio per cucinare. Però è finito anche quello. Per dare un’idea della fluttuazione dei prezzi, una sigaretta, che ovviamente non è un genere necessario per la sopravvivenza, è arrivata a costare anche cento dollari. Una sola sigaretta. Ora siamo intorno ai dieci dollari. I gazawi le spezzettano e le tagliano con foglie di te, per farle durare di più”.
Le autorità israeliane sostengono che gli aiuti umanitari vengano presi dai miliziani di Hamas. E’ così?
“Non credo sia questo il problema. Il nostro lavoro, come Ocha, è consegnare gli aiuti alla gente che ne ha bisogno. Abbiamo sistemi di controllo, meccanismi di garanzia e di monitoraggio dei punti di distribuzione. Ovviamente, come in ogni conflitto, ci sono dispersioni, non è certo un segreto. Quando accadono, le prendiamo molto sul serio. Ma dire che il cibo e il carburante che entrava andava ad Hamas non mi pare corretto”.
Quanti nuovi sfollati vi risultano?
“Dopo la ripresa dei bombardamenti e gli ultimi ordini di evacuazione abbiamo calcolato circa 120mila persone”.
L’esercito israeliano ha indicato per gli sfollati delle “zone umanitarie” sicure, ma i palestinesi denunciano bombardamenti anche lì. Come stanno le cose?
“La realtà è che nessun luogo, nella Striscia di Gaza, può dirsi sicuro. Per questo motivo noi non le chiamiamo neppure zone umanitarie”.
Qual è l’emergenza maggiore, al momento?
“C’è una carenza enorme di sangue per le trasfusioni. Poi siamo a livelli critici nelle forniture di cibo, acqua e medicine. Era una catastrofe anche prima, ma adesso, con la ripresa del conflitto e il blocco degli aiuti umanitari entrato nella quarta settimana, è pure peggio”.
Quanti ospedali sono ancora in grado di ricevere e prestare assistenza ai feriti di guerra?
“Ci risulta 13, all’inizio della guerra erano 39. Nessuno però può essere considerato pienamente funzionante. Prima nella Striscia c’erano in tutto 271 punti sanitari, tra ospedali da campo, piccole cliniche, centri di primo soccorso e strutture simili. Oggi ne sono rimasti 36 in funzione. Non ci sono ambulanze a sufficienza, fermate dalla carenza di carburante ma anche dalla mancanza di pezzi di ricambio, perché è stato imposto il blocco anche su essi”.
Avete notizie di epidemie in corso?
“Sì. Tutte le malattie sono in aumento, per colpa dell’acqua e della situazione sanitaria che è disastrosa. Ci sono strade completamente ricoperte di spazzatura, e campi sommersi dai liquami”.