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Dazi, la frenata di Trump: potrebbe salvare auto, farmaci e chip

Il presidente Usa Donald Trump

 (reuters)

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Per il presidente la minaccia del 2 aprile è un’arma per negoziare con Bruxelles. Per colpire la Cina il Venezuela è nel mirino
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NEW YORK – Cosa succede sui dazi? Trump prepara il terreno per una ritirata, almeno parziale, magari per guadagnare il tempo necessario a negoziare una soluzione con i Paesi presi di mira? Lui conferma che le tariffe verranno imposte il 2 aprile, ma non chiarisce quali, lasciandosi lo spazio di manovra per escludere alcuni prodotti o nazioni. Poi sembra concentrarsi su quelle reciproche, che quindi potrebbero essere abbassate o anche eliminate, se l’Unione Europea e gli altri rivali commerciali facessero altrettanto.

La giornata ieri è cominciata con le notizie di Bloomberg e Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione sta cambiando linea sui dazi da imporre in quello che il capo della Casa Bianca ha definito “il giorno della liberazione” dagli imbrogli degli approfittatori degli Usa. In principio l’idea era attivare tariffe a tappeto contro tutti e tutte le importazioni, magari fino al 25%, colpendo tanto i Paesi quanto i singoli settori. Le pressioni interne ed esterne …

NEW YORK – Cosa succede sui dazi? Trump prepara il terreno per una ritirata, almeno parziale, magari per guadagnare il tempo necessario a negoziare una soluzione con i Paesi presi di mira? Lui conferma che le tariffe verranno imposte il 2 aprile, ma non chiarisce quali, lasciandosi lo spazio di manovra per escludere alcuni prodotti o nazioni. Poi sembra concentrarsi su quelle reciproche, che quindi potrebbero essere abbassate o anche eliminate, se l’Unione Europea e gli altri rivali commerciali facessero altrettanto.

La giornata ieri è cominciata con le notizie di Bloomberg e Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione sta cambiando linea sui dazi da imporre in quello che il capo della Casa Bianca ha definito “il giorno della liberazione” dagli imbrogli degli approfittatori degli Usa. In principio l’idea era attivare tariffe a tappeto contro tutti e tutte le importazioni, magari fino al 25%, colpendo tanto i Paesi quanto i singoli settori. Le pressioni interne ed esterne hanno imposto una riflessione, prima di tutto perché i danni sarebbero pesanti anche per l’economia americana, l’inflazione e l’occupazione, per non parlare del rischio di scatenare una recessione autoinflitta.

Poi alcuni membri del governo, incluso il segretario al Commercio Lutnick, hanno sempre pensato che sarebbe più furbo usare i dazi come arma negoziale in modo da costringere gli altri Paesi a fare concessioni, ma per raggiungere questo scopo è più utile minacciarli, che non imporli tutti e subito. Secondo Bloomberg e Wall Street Journal, questi ragionamenti hanno generato un assestamento della strategia. Il 2 aprile verranno imposte le tariffe sui “Dirty 15”, ossia i 15 Paesi o istituzioni con i surplus commerciali più alti, che dovrebbero includere Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione Europea, India, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia e Vietnam. Le percentuali però saranno differenziate, in base a quelle che queste nazioni impongono agli Usa. Essendo reciproche, esiste il margine di manovra per negoziare, perché se questi Paesi abbassassero i loro dazi, o meglio ancora li cancellassero, Washington potrebbe dichiarare vittoria e annullare i propri provvedimenti. Non a caso, il commissario europeo al Commercio Sefcovic è atteso nella capitale americana per negoziare, dopo che Bruxelles ha rinviato le sue tariffe di risposta per guadagnare tempo.

In questa fase, poi, verrebbero comunque evitati i dazi contro settori specifici, salvando quindi auto, prodotti farmaceutici, semiconduttori, legname, in alcuni casi alluminio e acciaio. Wall Street l’ha presa assai bene, con significativi rialzi degli indici Dow Jones, S&P e Nasdaq. L’euro ha prima perso e poi recuperato terreno sul dollaro.

Ieri pomeriggio il pool di giornalisti invitati alla Casa Bianca per seguire la riunione del gabinetto ha chiesto a Trump se le rivelazioni di Bloomberg e Wall Street Journal fossero vere e lui non ha smentito, pur tenendosi sul vago. Ha ribadito che i dazi entreranno in vigore «nel prossimo futuro», senza però insistere come in passato sulla data ferma del 2 aprile. «Abbiamo bisogno - ha detto - di acciaio, prodotti farmaceutici, alluminio, molte di queste cose che non produciamo più, e tuttavia siamo attrezzati per farle. Quindi annunceremo alcune di queste misure nel prossimo futuro, non nel lungo futuro. Nel prossimo futuro». Poco dopo ha risposto così alla domanda se i dazi saranno davvero reciproci: «È così. Per alcuni Paesi potrebbero essere nicer», ossia inferiori. «L’Unione Europea - ha aggiunto ad esempio - ha abbassato le tariffe, ma tocca ad altri».

Trump ha confermato che imporrà dazi secondari del 25% a qualsiasi Paese interessato ad acquistare il petrolio dal Venezuela, a partire dalla Cina che era già sottoposta a simili misure, ma questa è una misura geopolitica da inquadrare nel braccio di ferro col regime di Maduro e nella rivalità epocale con Pechino. Per il resto i commerci sono una faccenda transazionale, secondo l’approccio prediletto dal capo della Casa Bianca, che ragiona soprattutto in termini di convenienza economica. Quindi ha ripetuto che «potrei lasciare in pace molti Paesi», magari con la speranza di dividere gli europei, facendoli correre da lui per implorare singoli trattamenti di favore. Così raggiungerebbe il doppio obiettivo di abbassare i dazi e incrinare l’odiata Ue, che come ha detto «è stata fondata per fregarci». A meno che gli europei non capiscano e trovino la forza di restare uniti.

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