ISTANBUL – La notte libera le mille forme della protesta. Dopo il tramonto, mentre il Paese è incollato alla tv per la cena che rompe il digiuno di Ramadan, migliaia di studenti marciano sul ponte di Galata, il cuore storico di Istanbul, verso il Municipio. Nei vicoli rimbalza il rumore di pentole e padelle, battute sui balconi in solidarietà con i manifestanti. La Turchia è di nuovo in piazza, nel sesto giorno delle più grandi manifestazioni dai tempi di Gezi Park. Ma quella – nel 2013 – era un’altra Turchia. Più libera. Allora la protesta fu spontanea e civica, ora è coordinata dal più grande partito di opposizione che teme per la sua stessa sopravvivenza politica. Dopo l’arresto del sindaco Imamoglu, la mobilitazione è diventata qualcosa di più, una battaglia per la democrazia.
Sfidando spray al peperoncino e cannoni ad acqua, centinaia di migliaia di persone continuano a scendere in strada. Erdogan risponde e alza il tiro. Riduce a macchietta le primarie dell’opposizione, che han…
ISTANBUL – La notte libera le mille forme della protesta. Dopo il tramonto, mentre il Paese è incollato alla tv per la cena che rompe il digiuno di Ramadan, migliaia di studenti marciano sul ponte di Galata, il cuore storico di Istanbul, verso il Municipio. Nei vicoli rimbalza il rumore di pentole e padelle, battute sui balconi in solidarietà con i manifestanti. La Turchia è di nuovo in piazza, nel sesto giorno delle più grandi manifestazioni dai tempi di Gezi Park. Ma quella – nel 2013 – era un’altra Turchia. Più libera. Allora la protesta fu spontanea e civica, ora è coordinata dal più grande partito di opposizione che teme per la sua stessa sopravvivenza politica. Dopo l’arresto del sindaco Imamoglu, la mobilitazione è diventata qualcosa di più, una battaglia per la democrazia.
Sfidando spray al peperoncino e cannoni ad acqua, centinaia di migliaia di persone continuano a scendere in strada. Erdogan risponde e alza il tiro. Riduce a macchietta le primarie dell’opposizione, che hanno incoronato Imamoglu candidato alla presidenza con 15 milioni di voti (dati Chp): «Uno spettacolo teatrale». Accusa di nuovo i manifestanti di essere «terroristi di strada», e non lascia scampo: «È chiaro che alla principale opposizione non si può affidare il compito di gestire lo Stato, non parliamo dei Comuni». Può farlo, il Raìs, anche grazie al sostegno che arriva da Washington. Trump lo ammira, e sta valutando l’idea di sbloccare la vendita degli F35 ad Ankara se dismetterà il sistema russo S-400 acquistato dopo il fallimento delle trattative sui jet americani.
Ieri il Raìs ha fornito con grande risalto il resoconto di una telefonata con il leader americano, definita «promettente» e «cordiale» e che potrebbe dare «nuovo slancio» ai rapporti tra i due Paesi: «Abbiamo affrontato molte questioni importanti, tra cui la rimozione di tutti gli ostacoli al raggiungimento dell’obiettivo commerciale da 100 miliardi di dollari».
È un film totalmente diverso da quello che si vede per le strade. In sei giorni sono state arrestate più di 1.100 persone. A Istanbul, Ankara, Smirne, la polizia ha lanciato lacrimogeni e proiettili di gomma contro i manifestanti, nella stragrande maggioranza dei casi pacifici. Ci sono stati scontri e anche 10 giornalisti sono stati fermati, tra loro Ali Onur Tosun di Now, la reporter Zeynep Kuray, il famoso fotoreporter turco Bülent K?l?ç vincitore di due World Press Photo. Sono andati a prenderli a casa all’alba e li hanno portati in caserma. Ma non basta a fermare la mobilitazione.
Gli atenei sono in fermento: Bogazici, Yildiz, Hacettepe, Galatasaray, Odtu e Istanbul Teknik hanno annunciato il boicottaggio delle lezioni, sit-in di protesta e raduni. Molti professori si stanno unendo. Il mondo dello spettacolo fa la sua parte: circa 400 artisti hanno firmato un appello contro gli arresti.
La popstar turca Tarkan, che solo su X ha quasi 5 milioni di follower, sprona la piazza: «È incoraggiante vedere che le persone stanno abbracciando la democrazia più che mai. Mi rende orgoglioso vedere il nostro popolo resistere insieme contro l’ingiustizia. Questa è una lotta per la democrazia». La moglie di Dries Mertens, star belga del Galatasaray, condivide le immagini della protesta con molti cuori. Ieri sera davanti al municipio erano ancora decine di migliaia. «La tenaglia giudiziaria è tale per cui le sole piazze non possono cambiare le cose. Serve uno sciopero generale», dice sconsolato un dipendente del Comune dove continuano a dormire parlamentari e leader del Chp e dove, in queste notti di Ramadan, trovano riparo i giovani intossicati dai lacrimogeni e feriti dai manganelli. È la Turchia che non si rassegna.