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The Atlantic pubblica le chat segrete sull’attacco agli Houthi. Ecco cosa dicono

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La rivelazione arriva all’indomani delle dichiarazioni di Trump e delle testimonianze dei capi dell’intelligence che sotto giuramento hanno negato che i messaggi contenessero informazioni sensibili. Vance: “Il magazine ha esagerato”
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NEW YORK - Il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva dichiarato: “nella chat non c’erano piani di guerra” sull’attacco Usa agli Houthi nello Yemen. Il capo dell’intelligence Tulsi Gabbard aveva detto alla commissione Intelligence del Senato: “Non c’era materiale riservato che abbiamo condiviso sul gruppo Signal”. Il direttore della Cia, John Ratcliffe, aveva rassicurato la commissione: “Per essere chiari, le mie comunicazioni nel gruppo di messaggi Signal erano assolutamente permesse e legali e non c’erano informazioni riservate”. Il presidente degli Stati Uniti ieri aveva difeso il suo staff, smontando il caso: “Nella chat non c’erano informazioni riservate”. Hanno mentito tutti e quattro e adesso ci sono le prove.

Il direttore del magazine The Atlantic, Jeffrey Goldberg, il giornalista che l’11 marzo era stato inserito per errore prima nel gruppo Signal, una piattaforma di messaggistica non intercettabile, e poi messo in un gruppo ristretto, di cui faceva parte anche il vicepresident…

NEW YORK - Il capo del Pentagono Pete Hegseth aveva dichiarato: “nella chat non c’erano piani di guerra” sull’attacco Usa agli Houthi nello Yemen. Il capo dell’intelligence Tulsi Gabbard aveva detto alla commissione Intelligence del Senato: “Non c’era materiale riservato che abbiamo condiviso sul gruppo Signal”. Il direttore della Cia, John Ratcliffe, aveva rassicurato la commissione: “Per essere chiari, le mie comunicazioni nel gruppo di messaggi Signal erano assolutamente permesse e legali e non c’erano informazioni riservate”. Il presidente degli Stati Uniti ieri aveva difeso il suo staff, smontando il caso: “Nella chat non c’erano informazioni riservate”. Hanno mentito tutti e quattro e adesso ci sono le prove.

Il direttore del magazine The Atlantic, Jeffrey Goldberg, il giornalista che l’11 marzo era stato inserito per errore prima nel gruppo Signal, una piattaforma di messaggistica non intercettabile, e poi messo in un gruppo ristretto, di cui faceva parte anche il vicepresidente J. D. Vance, ha pubblicato i piani di guerra. Dagli stralci emerge come Hegseth, senza chiedersi chi facesse parte del gruppo e senza insospettirsi per la presenza di un utente sconosciuto (Goldberg), ha pubblicato la mattina del 15 marzo tutto il piano d’attacco, trentuno minuti prima che gli F-18 americani entrassero in azione e due ore e un minuto prima che il primo bersaglio Houthi venisse ucciso. Vance ora commenta: “È molto chiaro che Goldberg ha venduto più di quanto avesse".

“Tempo adesso (ore 11,44): condizioni meteo favorevoli. Appena confermato da Centcom (il Comando centrale, l’unità militare per il Medio Oriente, ndr) siamo pronti per il lancio della missione”. E poi: “12,15, decollo degli F-18. 13,45: inizio della finestra di attacco ‘basata sul trigger’ per gli F-18. L’obiettivo terroristico si trova nella sua posizione nota, quindi dovrebbe essere in orario - inoltre, decollo dei droni d’attacco (MQ-9s)”. Hegseth era andato avanti sulla chat con il suo piano. “14,10 altro lancio degli F-18, secondo pacchetto di attacco”. Erano seguite altre indicazioni sul lancio di droni e l’augurio finale: “Buon viaggio ai nostri guerrieri”.

Subito dopo il vicepresidente J. D. Vance aveva scritto nel gruppo: “Dirò una preghiera per la vittoria”. Il consigliere alla sicurezza nazionale Mike Waltz aveva commentato con una frase: “Grande lavoro”. Seguito da tre emoji: un pugno, la bandiera americana e il fuoco. Il capo dello staff di Trump, Susie Wiles, aveva aggiunto: “complimenti a tutti”.

Secondo Mick Mulroy, che ha lavorato al Pentagono sotto la prima amministrazione Trump, la pubblicazine del timing di un attacco era un’informazione “altamente riservata e protetta”. Eppure sia il capo del Pentagono sia i vertici dell’intelligence hanno dichiarato che non era materiale riservato. Una strategia difensiva che si è rivelata un prevedibile boomerang, visto che l’intruso era un giornalista. I ripetuti tentativi del governo di minimizzare il buco creato nella sicurezza ha finito per mettere davanti a un bivio il direttore di The Atlantic, che aveva lasciato correttamente il gruppo ma aveva pubblicato lunedì alcuni stralci delle conversazioni: pubblicare i piani sensibili di guerra per smentire il governo o no? Alla fine i giornalisti hanno deciso di fornire alcune prove senza entrare nei dettagli, ma sufficienti a smentire la linea ufficiale della Casa Bianca.

Hanno usato una formula per garantire la propria posizione: hanno chiesto alle varie agenzie di intelligence e del Pentagono se “visto che il materiale è considerato non riservato”, poteva essere pubblicato.

La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha risposto in modo contraddittorio: “Come abbiamo ripetutamente detto, non c’erano informazioni riservate ma, come il direttore della Cia e il consigliere alla sicurezza nazionale hanno dichiarato, non intendiamo incoraggiare la pubblicazione della conversazione. Erano solo comunicazioni interne”. “Per cui - aveva concluso - ci opponiamo alla pubblicazione”.

Un portavoce della Cia aveva chiesto di non pubblicare il nome del capo dello staff del direttore dell’agenzia. Ma poche ore prima Ratcliffe aveva dichiarato alla commissione del Senato che il dirigente non era sottocopertura e la condivisione del nome era “completamente appropriata”.

The Atlantic ha deciso di non pubblicare il nome. Gli stralci del piano sì. E quelli mettono con le spalle al muro il capo del Pentagono, il consigliere Waltz, un altro di quelli che aveva negato la presenza di materiale riservato, e i vertici dell’intelligence.

Nel 2016 l’uso di un server privato da parte dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton aveva provocato la protesta dei repubblicani. Tre persone ne avevano chiesto l’arresto, per aver “messo a rischio la sicurezza dello Stato”. Uno dei tre aveva aggiunto, parlando a Fox News nel 2016: “Le persone sono andate in carcere per un centesimo, anzi un millesimo di quello che Hillary Clinton ha fatto”. Un altro aveva commentato. “Le persone devono rispondere della violazione della legge in questo Paese. Nessuno è al di sopra della legge, neanche Hillary Clinton”. Il terzo, due anni fa, aveva tuonato contro Clinton: “Come ha potuto cancellare 33 mila email in un serve privato mentre il presidente Trump viene incriminato per avere documenti che lui poteva desecretare?”. Il primo era Hegseth. Il secondo, l’attuale segretario di Stato Marco Rubio, anche lui nella chat. Il terzo, Waltz.

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