✕

Putin, 25 anni da presidente. Galljamov: “Da Groznyj a Kiev, una leadership basata sulla guerra”

Ascolta l'audio

Parla l’ex ghostwriter che scrisse i discorsi del leader del Cremlino durante il suo primo mandato e la sua parentesi da premier: “Quando fu eletto la prima volta il 26 marzo del 2000, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato un brutale dittatore”
5 minuti di lettura

Quando il 26 marzo del 2000 Vladimir Putin fu eletto presidente della Federazione russa per la prima volta, nessuno avrebbe previsto che l’oscuro ex funzionario del Kgb prestato alla politica sarebbe rimasto all’apice della “verticale del potere” per 25 anni. «Neppure Putin lo avrebbe immaginato», dice al telefono con Repubblica Abbas Galljamov, 52 anni, suo ghostwriter proprio durante quel primo mandato e poi durante la sua parentesi da premier. Oggi consulente politico indipendente, Galljamov è da due anni nella lista dei ricercati e costretto all’esilio a Tel Aviv. «Ma sono più giovane di vent’anni di Putin. Sono fiducioso che prima o poi tornerò in Russia. Quando il regime crollerà».

Abbas Galljamov 

Nel 2000 Putin arrivò alle elezioni presidenziali da favorito, da comandante-in-capo della seconda guerra cecena che aveva sferrato da premier l’anno prima. Da allora ha combattuto la guerra…

Quando il 26 marzo del 2000 Vladimir Putin fu eletto presidente della Federazione russa per la prima volta, nessuno avrebbe previsto che l’oscuro ex funzionario del Kgb prestato alla politica sarebbe rimasto all’apice della “verticale del potere” per 25 anni. «Neppure Putin lo avrebbe immaginato», dice al telefono con Repubblica Abbas Galljamov, 52 anni, suo ghostwriter proprio durante quel primo mandato e poi durante la sua parentesi da premier. Oggi consulente politico indipendente, Galljamov è da due anni nella lista dei ricercati e costretto all’esilio a Tel Aviv. «Ma sono più giovane di vent’anni di Putin. Sono fiducioso che prima o poi tornerò in Russia. Quando il regime crollerà».

Abbas Galljamov 

Nel 2000 Putin arrivò alle elezioni presidenziali da favorito, da comandante-in-capo della seconda guerra cecena che aveva sferrato da premier l’anno prima. Da allora ha combattuto la guerra in Georgia, annesso la Crimea, fomentato il conflitto nel Donbass, sferrato un’offensiva in Siria e dal 2022 è impegnato nell’Operazione militare speciale in Ucraina. Quanto hanno contribuito le guerre a consolidare il suo potere?

«Ci sono due paradigmi nella politica russa. Uno è quando domina la politica estera, l’altro è quando domina la politica interna. Quando è la politica estera a dominare l’agenda, le autorità sono visti come patrioti che difendono la Russia dalle forze straniere che la assediano la Russia, mentre gli oppositori sono visti come traditori. Quando è la politica interna a dominare l’agenda, tutto si capovolge: i governanti sono oppressori, gli oppositori sono i paladini della giustizia. La politica russa è una lotta perpetua per l’agenda. L’opposizione cerca di attirare l’attenzione sulla politica interna, le autorità sulla politica estera e, per riuscirci, cercano l’escalation. Quando questa necessità di escalation diventa dominante, iniziano le guerre».

È quello che è successo in Ucraina?

«Esattamente. La popolarità di Putin era in calo dal 2018. La gente aveva perso interesse nella politica estera. Era stufa di sentir parlare di Ucraina, Nato, Usa e Medio Oriente e aveva iniziato a prestare sempre più attenzione alla politica interna. Era chiaro che di questo passo le presidenziali del 2024 sarebbero state un disastro. E per scongiurarlo, Putin ha cercato l’escalation con la Nato e con l’Ucraina e, quando le sue richieste di garanzie di sicurezza non sono state soddisfatte, ha iniziato una guerra che in realtà era stata pianificata da tempo come una “guerra diversiva” per distrarre l’attenzione della nazione da un’agenda per lui non redditizia. Non pensava però che sarebbe durata oltre tre anni e che sarebbe stata così devastante sia per l’Ucraina che per la Russia. Puntava a un’operazione lampo come fu l’annessione della Crimea nel 2014. Allora era accaduta la stessa cosa. Putin si era imbattuto in un’enorme crisi di legittimità, che aveva portato alle massicce rivolte in piazza Bolotnaja a Mosca nell’inverno tra il 2011 e il 2012. Ma dopo aver annesso la Crimea, il suo tasso di popolarità era schizzato ed era rimasto alto fino al 2018. Annettendo la Crimea, Putin ha di fatto guadagnato quattro anni di potere quasi assoluto e incontestato. Ha deciso di ripetere l’azzardo nel 2022, ma ha commesso un errore. Ha sottovalutato quanto fosse cambiata l’Ucraina».

Lei ha iniziato a scrivere i discorsi di Putin nel 2001. Com’era allora? Immaginava che sarebbe rimasto al potere per oltre un quarto di secolo?

«Allora nessuno ci avrebbe creduto, Putin compreso. Era un buon manager. Molto razionale, attento. Nessuno avrebbe mai creduto che sarebbe diventato un dittatore che avrebbe cercato di governare il Paese a vita, che avrebbe iniziato una guerra dopo l’altra e ucciso centinaia di migliaia di persone, che avrebbe scatenato repressioni mai viste nel Paesi dai tempi di Stalin. Allora il suo governo era problematico e aveva tendenze autoritarie sì, ma era comunque un governo democratico. Oggi non è soltanto un regime autoritario. Dall’inizio della guerra in Ucraina, tre anni fa, ha iniziato a trasformarsi in un regime totalitario. Non è ancora ai livelli di un Hitler o di uno Stalin, ma si sta muovendo in questa direzione».

Com’è avvenuta questa trasformazione?

«Un passo alla volta. Quando fu eletto nel 2000, non aveva intenzione di fare nulla di veramente cattivo. Sì, era corrotto. Voleva far soldi, trasformare il suo ruolo politico in una fortuna. Perciò ha preso il controllo del sistema finanziario ed economico del Paese. Per farlo ha abusato della legge, si è creato dei nemici e quando è stato necessario si è difeso con la forza. E così un passo alla volta è arrivato al punto in cui per mantenere il potere doveva scatenare una guerra».

Che cosa pensa dei negoziati in corso con gli Stati Uniti? Putin è davvero interessato a una pace in Ucraina?

«Putin non può permettersi di entrare in rotta con Trump, di trasformarlo in un suo nemico come ha fatto con Joe Biden. La sua strategia adesso è convincerlo a sostenere le sue rivendicazioni contro l’Ucraina, proponendogli in cambio affari o successi in Medio Oriente. Steve Witkoff e Kirill Dmitriev stanno negoziando sui progetti economici, mentre utin ha sì respinto il cessate il fuoco durante la seconda telefonata con Trump, ma ha accettato di prendere le parti degli Stati Uniti che chiedeva nuovi negoziati con Teheran sul nucleare iraniano. Russia e Iran sono Paesi alleati, hanno siglato un trattato di partenariato strategico. Ma Putin ha preso le parti dell’America, il grande Satana. Nel comunicato stampa pubblicato dalla Casa Bianca dopo la conversazione telefonica si dice che Russia e Stati Uniti concordano sul fatto che l’Iran non dovrebbe avere alcuna possibilità di distruggere Israele, ossia che l’Iran non dovrebbe avere armi nucleari. Quindi la strategia negoziale di Putin è questa: non entrare in conflitto con Trump offrendogli qualche contentino per guadagnare tempo e ottenere una posizione di maggiore forza nei confronti dell’Ucraina».

Putin sembra molto resiliente. In questi tre anni di offensiva in Ucraina, ha superato sfide come le sanzioni, la mobilitazione parziale, l’umiliazione del ritiro da Kherson, l’ammutinamento di Wagner. Non ci sono crepe nel suo potere?

«Ci sono molti segnali di debolezza. Il primo, e più ovvio, è che non può vincere la guerra che ha iniziato. Pensava davvero di sconfiggere l’Ucraina in tre giorni e invece combatte da tre anni. La propaganda strombazza che la Russia è la più grande potenza mondiale e che l’Ucraina è uno Stato artificiale. E allora come può uno Stato artificiale resistere al Paese più potente al mondo? L’aspettativa era alta e ora Putin deve contenere la delusione con la repressione. Blocca i media. Mette in prigione i suoi oppositori e a volte li uccide. E in prigione finiscono non soltanto politici, ma anche cittadini comuni per qualsiasi minima manifestazione di malcontento. Il Paese diventa sempre più totalitario perché le autorità devono reprimere sempre di più perché il malcontento cresce. Ecco perché stanno bloccando Internet. È un segno evidente di fallimento. Quanto all’economia, è ancora lontana da una crisi generale, ma le autorità russe stanno usando ufficialmente la parola “crisi” per quanto riguarda molti settori, come l’estrazione del carbone o l’edilizia. In conclusione, la leadership di Putin è indiscussa, ma è superficiale. Nel profondo si sta indebolendo, perché la sua legittimità si è sempre basata sul presupposto che lui vincesse sempre e adesso non vince, non può vincere».

C’è ancora un piano per la sua successione?

«No. Si è discusso della sua successione nella seconda metà del 2022 e nel 2023, quando Putin aveva affrontato diverse crisi come il ritiro da Kherson o Kharkiv, l'ammutinamento di Evgenij Prigozhin o la controffensiva ucraina. Nel 2024 ci sarebbero state le elezioni presidenziali e ci si chiedeva se Putin avrebbe fatto un passo indietro visto che era troppo debole. Ma poi la situazione si è ribaltata. La controffensiva ucraina è fallita, Prigozhin è stato ucciso, il Congresso americano ha bloccato gli aiuti a Kiev. E nel marzo 2024 Putin è stato facilmente rieletto. Adesso non c'è proprio motivo di iniziare a discutere di successori. Non è malato, almeno non lo è visivamente. Politicamente, sta più o meno bene. E Donald Trump è tornato alla Casa Bianca. Il suo ritorno è stata una benedizione per Putin. Si stava muovendo nella direzione sbagliata. Era soltanto questione di quando sarebbe sprofondato nell'abisso. Con Trump, ha la possibilità di svoltare da questa strada che porta all'abisso. Ha la speranza di riuscire a negoziare con lui e a porre fine a questa guerra. Quindi per ora la questione del successore non è all'ordine del giorno. Se Putin non riuscisse a porre fine alla guerra, se entrasse in rotta con Trump e Trump iniziasse a imporre sanzioni e a fornire più armi all'Ucraina, allora sì, la questione della successione potrebbe tornare a essere all'ordine del giorno».

Si dice che Putin sia solito chiedere agli storici quale sarà l’epitaffio dei posteri su di lui. Lei che cosa risponderebbe?

«La storia non è ancora scritta. Molto dipende da come si concluderà la sua presidenza. Se riuscirà a nominare un successore autorevole che riuscirà a mantenere il potere per un po’, allora, almeno in Russia, il giudizio sarà neutrale. Se invece il suo regime crollerà con lui o subito dopo di lui, passerà alla storia come un Hitler che ha portato il suo Paese verso l’abisso».

Leggi i commenti