TEL AVIV – «Vogliamo vivere!». Ma anche: «Fuori Hamas!». Da due giorni, con slogan come questi, centinaia di abitanti della Striscia di Gaza scendono in strada, tra le macerie dei loro palazzi bombardati, e danno vita a manifestazioni rare, le più grandi da quando a ottobre del 2023 è iniziata la nuova guerra. Chiedono la pace, e chiedono che Hamas se ne vada, lasci il potere. Le proteste più significative si sono svolte a Beit Lahia, Jabalia, Khan Younis e nei quartieri Shuja’iyya e Zaytun, a Gaza City, dove i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato pneumatici. In alcuni video postati sui social da Gaza si sentono critiche dirette anche contro l’emittente Al Jazeera, accusata di ignorare deliberatamente le proteste popolari. In risposta, il canale ha diffuso una dichiarazione attribuita a «notabili di Beit Lahia», in cui si esprime sostegno a Hamas e si condanna «ogni tentativo di strumentalizzare le marce spontanee».
Anche sui social i palestinesi della Striscia crit…
TEL AVIV – «Vogliamo vivere!». Ma anche: «Fuori Hamas!». Da due giorni, con slogan come questi, centinaia di abitanti della Striscia di Gaza scendono in strada, tra le macerie dei loro palazzi bombardati, e danno vita a manifestazioni rare, le più grandi da quando a ottobre del 2023 è iniziata la nuova guerra. Chiedono la pace, e chiedono che Hamas se ne vada, lasci il potere. Le proteste più significative si sono svolte a Beit Lahia, Jabalia, Khan Younis e nei quartieri Shuja’iyya e Zaytun, a Gaza City, dove i manifestanti hanno bloccato le strade e incendiato pneumatici. In alcuni video postati sui social da Gaza si sentono critiche dirette anche contro l’emittente Al Jazeera, accusata di ignorare deliberatamente le proteste popolari. In risposta, il canale ha diffuso una dichiarazione attribuita a «notabili di Beit Lahia», in cui si esprime sostegno a Hamas e si condanna «ogni tentativo di strumentalizzare le marce spontanee».
Anche sui social i palestinesi della Striscia criticano oggi più liberamente Hamas. Segno che il movimento islamista fa meno paura e che, soprattutto, la misura è colma: i palestinesi, dicono a Repubblica fonti di Gaza, attaccano la cattiva distribuzione degli aiuti umanitari e, soprattutto, non vogliono la guerra. La sensazione è che, se i capi delle tribù dovessero sostenere la protesta, come è già successo martedì a Beit Lahia, questa si allargherà come mai è successo finora.
Tra gli organizzatori ci sarebbero attivisti di Fatah e membri del movimento Bidna Na’eesh («Vogliamo vivere»), che in passato hanno già guidato mobilitazioni contro Hamas e subito pesanti repressioni. Alcuni slogan condivisi online descrivono Hamas come «organizzazione terroristica che ha venduto Gaza per denaro» e invocano una «rivolta popolare» per porre fine alla sua autorità.
L’opinione pubblica internazionale osserva con attenzione cercando di decifrare questo movimento, anche per le ricadute che può avere sui negoziati. Un membro di spicco di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha definito i manifestanti «megafoni di Israele» e ha lasciato intendere che stiano tradendo il popolo palestinese. L’alto funzionario Osama Hamdan – insultato durante i cortei per aver invocato la «fermezza palestinese» mentre lui si trova all’estero – ha accusato Israele di «avere avviato le proteste».
Proprio da oltreconfine è arrivato ieri il minaccioso incitamento del ministro della Difesa Israel Katz che ha esortato tutti i palestinesi a unirsi alle proteste: «Anche voi dovreste chiedere la rimozione di Hamas da Gaza e l’immediato rilascio di tutti gli ostaggi israeliani. Questo è l’unico modo per fermare la guerra e non perdere le vostre case e ancora più territorio», ha detto. Parole che arrivano da un esecutivo che, per sradicare Hamas dopo le stragi del 7 ottobre 2023, ha ucciso oltre 50mila palestinesi distruggendo case, scuole ed ospedali. E sono oltre 800 i morti registrati dopo la ripresa dei bombardamenti alla fine della prima fase del cessate il fuoco.
«La gente è terrorizzata e ha paura di quello che accadrà. Con l’attacco all’ospedale Nasser siamo tornati a vedere le strutture sanitarie colpite, quando il sistema sanitario di Gaza è già appeso a un filo e da settimane non arrivano più rifornimenti», ci dice Claire Nicolet, responsabile per Medici senza frontiere dell’emergenza nella Striscia.