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I giorni dell’Atlantic. “Così un invito su Signal è diventato uno scoop”

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Le rivelazioni sugli errori dei capi dell’Intelligence riportano in auge la rivista più autorevole d’America e più detestata da Trump
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La novella “Fifty Grand”, tragico match del pugile filosofo Jack Brennan sul ring tra scommesse e fatica, firmata dal ventottenne Ernest Hemingway, appare sulla rivista The Atlantic nel 1927. Nel 1945 Vannevar Bush, padre dell’informatica ancora in divisa di guerra, firma il saggio “As we may think” che anticipa la nostra era di computer, web e Intelligenza artificiale. E nel 1963, con una “Lettera dal carcere di Birmingham”, il reverendo M. L. King annunzia la stagione dei diritti civili. Tra premi Pulitzer e passione di grandi firme, con un milione di copie ancora vendute, il mensile fondato a Boston nel 1857 e diretto ora da Jeffrey Goldberg ricorda al mondo l’importanza del giornalismo grazie allo scoop sulla maldestra chat Signal dell’attacco ai ribelli Houti, con i capi dell’intelligence a spiattellare i piani segreti del blitz.

Per la storica rivista, travolta dal trionfo del presidente Trump che da sempre ne copre di contumelie le pagine patinate, è una rivincita inaspett…

La novella “Fifty Grand”, tragico match del pugile filosofo Jack Brennan sul ring tra scommesse e fatica, firmata dal ventottenne Ernest Hemingway, appare sulla rivista The Atlantic nel 1927. Nel 1945 Vannevar Bush, padre dell’informatica ancora in divisa di guerra, firma il saggio “As we may think” che anticipa la nostra era di computer, web e Intelligenza artificiale. E nel 1963, con una “Lettera dal carcere di Birmingham”, il reverendo M. L. King annunzia la stagione dei diritti civili. Tra premi Pulitzer e passione di grandi firme, con un milione di copie ancora vendute, il mensile fondato a Boston nel 1857 e diretto ora da Jeffrey Goldberg ricorda al mondo l’importanza del giornalismo grazie allo scoop sulla maldestra chat Signal dell’attacco ai ribelli Houti, con i capi dell’intelligence a spiattellare i piani segreti del blitz.

Per la storica rivista, travolta dal trionfo del presidente Trump che da sempre ne copre di contumelie le pagine patinate, è una rivincita inaspettata, nella tradizione del passato con gli articoli dell’autrice de “La capanna dello Zio Tom” Harriett Beecher Stowe, i saggi del critico Ralph Waldo Emerson, antologia di una nazione libera, razionale, ottimista, pur scegliendo alle urne repubblicani come Lincoln o democratici come Roosevelt.

E per il direttore Goldberg un nuovo capitolo in una carriera in cui, come tutti i veri grandi giornalisti, si è visto bersaglio di destra e sinistra, volta a volta giudicato troppo conservatore o troppo liberal, solo perché libero dagli schemi ideologici obsoleti del XX secolo. Per i filopalestinesi l’ebreo Goldberg è da osteggiare per il servizio militare con l’Idf in Israele, per di più come secondino nella temuta prigione di Ktzi’ot durante la prima Intifada, per i filoisraeliani, al contrario, è compagno di strada infido, perché fra le celle fa amicizia con il leader dell’Olp Rafiq Hijazi, musulmano militante con cui discute di sionismo, liberazione della Palestina, diritti umani.

La chat svelata da Goldberg costringe l’amministrazione Trump, con il traguardo dei cruciali 100 giorni ormai non lontano, a una acerba crisi. Il vicepresidente Vance con gli insulti agli alleati, il consigliere per la sicurezza Waltz per la sbadataggine nel diffondere segreti, il ministro della Difesa Hegseth, smarrito davanti al presente, il cauto “Mar”, il Segretario di Stato Marco Antonio Rubio, si vedono messi alla berlina come pivelli, con le intelligence a chiedersi: se gli americani si infliggono questi autogol, che buchi riusciranno ad aprire le spie di Mosca e Pechino, Parigi o Gerusalemme?

Dalla redazione dell’Atlantic a Water Street, nel pittoresco rione della capitale The Wharf, non vi raccontano di risate contro il governo, c’è severa consapevolezza dell’emergenza che la chat ha aperto, e gira online un editoriale del conservatore Wall Street Journal che individua nel vicepresidente J.D. Vance un oppositore del presidente, con il suo no dichiarato in chat all’attacco agli Houti, mentre pesa il sospetto che includere Goldberg non sia affatto stato un pasticcio, piuttosto una trappola di quello che i trumpiani chiamano Deep State, vale a dire l’apparato istituzionale di Washington. Per provare in un colpo solo come la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e gli altri condòmini della chat non siano professionisti all’altezza della sfida epocale che li attende.

Su questo punto Goldberg e i suoi non si sbottonano, «abbiamo avuto una notizia e l’abbiamo data» è il mantra di direzione e redazione: se poi alla fonte ci sia una manovra interna ai servizi, o una mano maldestra, poco importa, «anche il Watergate nel 1972, lo scoop degli scoop, abbiamo appreso risaliva a soffiate dei servizi segreti via Gola Profonda, cioè Mark Felt, un dirigente dell’Fbi, e non solo agli sforzi dei leggendari cronisti Woodward e Bernstein».

Il direttore Goldberg che attende in un parcheggio il bombardamento dello Yemen compulsando la chiave di ricerca “Houti” su X all’ora dell’attacco, in conferma delle notizie sulla chat, e solo allora si convince definitivamente che quel gruppo di discussione è autentico; o che a quel punto decide di chiedere consiglio ai colleghi - «se mi cancello se ne accorgeranno o no?» - e successivamente di lanciare la notizia, come ha confessato al New York Times, tutto questo è già materia per un film di Hollywood che riporterà, come capitò con “Tutti gli uomini del Presidente”, protagonisti Robert Redford e Dustin Hoffman, frotte di giovani alle scuole di giornalismo e nelle redazioni.

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