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In Myanmar la rigidità della giunta militare blocca gli aiuti: lo scenario rischia di diventare catastrofico

Si moltiplicano gli appelli per consentire l’ingresso a ong e chiunque possa portare aiuti nel Paese
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Il mondo si mobilita per il Myanmar, ma la grande macchina degli aiuti internazionali rischia di infrangersi contro le rigidità della giunta militare, al potere dopo il colpo di stato del 2021. Nonostante l’appello lanciato alla comunità internazionale dagli stessi militari, le frontiere continuano a restare chiuse ai soccorsi offerti da tutto il mondo. Mentre le poche Ong sul posto raccontano di migliaia di persone sepolte sotto le macerie e di feriti senza soccorsi, in uno scenario che diventa di ora in ora più catastrofico, da Amnesty International a Human Rights Watch arriva l’appello affinché il Myanmar permetta l’accesso agli aiuti umanitari per tutte le aree colpite dal sisma.

Le ong: “Consentire l’accesso senza ostacoli”

«Questo terremoto non poteva arrivare in un momento peggiore. Più di tre milioni di persone sono ancora sfollate per la guerriglia che infuria dal colpo di stato del 2021», ha dichiarato Joe Freeman, ricercatore di Amnesty International per il Myanmar. «L’area epicentro della tragedia è stata già devastata, negli ultimi anni, da attacchi aerei e scontri tra la resistenza e le forze al potere. Il regime da tempo non permette la distribuzione di aiuti umanitari. Il Myanmar deve immediatamente consentire l’accesso senza ostacoli e rimuovere le barriere amministrative che ritardano le valutazioni dei bisogni», ha aggiunto Freeman. Lo stesso appello è stato lanciato da Human Rights Watch. «La giunta del Myanmar faccia entrare gli aiuti. Da anni l’esercito blocca i soccorsi, anche in seguito a calamità naturali, aumentando la sofferenza delle comunità colpite», ha affermato Bryony Lau, vicedirettore per l’Asia di Human Rights Watch. Insomma alla catastrofe causata dal sisma si potrebbe aggiungere la tragedia dei soccorsi ostacolati dal governo del Myanmar. Mentre, com’è noto, nelle catastrofi naturali, sono le prime ore, ma anche i primi giorni, a poter cambiare il bilancio di vite umane perdute.

La macchina degli aiuti si muove comunque

La macchina degli aiuti si è però messa in moto. A partire dall’Onu, il cui segretario generale Antonio Guterres ha annunciato che «il sistema delle Nazioni Unite nella regione si sta mobilitando», mentre Donald Trump afferma che anche gli Stati Uniti invieranno soccorsi. In realtà, come rivela il “Guardian” l’amministrazione Usa ha smantellato negli ultimi mesi il programma per l’assistenza in caso di catastrofi e crisi internazionali, il “Dart”. Forse però il disastro birmano ha spinto il presidente degli Stati Uniti a non sottrarsi alla richiesta di aiuto del Myanmar in ginocchio.

“La catastrofe umanitaria è una certezza in un paese così povero”

In attesa degli aiuti internazionali, ai soccorsi partecipano le poche ong ancora presenti sul posto dopo il colpo di stato del 2021. Alcune sono italiane, come il Cesvi, attivo in Myanmar dal 2001 a Kalaw, cittadina a 200 km a sud di Mandalay. O Medacross, con sede a Torino, operativa in Birmania da 13 anni. «Un terremoto 7.7 è sempre terribile - dicono i volontari di Medacross - ma quando colpisce un paese poverissimo con un sistema sanitario fragilissimo o inesistente, la catastrofe umanitaria diventa una certezza». E il prezzo più alto anche questa volta rischiano di pagarlo i bambini, avverte Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef Italia. «Prima del terremoto in Myanmar, oltre sei milioni di minori avevano già bisogno di assistenza umanitaria. Siamo molto preoccupati per le devastanti conseguenze che il sisma potrà avere sulle loro vite».

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