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Oppio, metamfetamine e traffico di esseri umani: in Myanmar lo scontro tra golpisti e narcos

© 2025 Thierry Falise
© 2025 Thierry Falise 

Nel Paese diventato produttore di droghe superando anche l’Aghanistan una guerra dimenticata

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Il Myanmar è ormai un coacervo di focolai ingestibili di traffico d’oppio, metamfetamine e tratta d’esseri umani che finanziano uno Stato e una ribellione di etnie e giovani pro-democrazia in un territorio ricco di terre rare e di frontiere colabrodo. Non sorprende che in questi mesi, prima del sisma che ha devastato il Paese, la giunta militare dell’ex Birmania stesse già fronteggiando la peggior crisi dal golpe nel 2021.

Ci sono già milioni di sfollati

Dopo l’arresto del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi - attualmente in carcere - il conflitto interno è oggi una guerra civile che ha prodotto 3,5 milioni di sfollati e migliaia di profughi che cercano rifugio nei Paesi confinanti, in particolare in Bangladesh. Quest’esodo ha ovviamente ripercussioni dirette sull’Europa, con un aumento del flusso migratorio illegale dall’Asia. E il terremoto di Mandalay non può che aggravare la situazione, rendendo pressante l’intervento internazionale nella nazione più frammentata del mondo.

Lo scenario

Quella birmana è una guerra dimenticata dall’Occidente, confuso dalle complicazioni di 135 etnie suddivise in centinaia di milizie ora più o meno unite contro l’esercito dei golpisti, il Tatmadaw. La Three Brotherhood Alliance, alleanza di gruppi armati etnici e pro-democrazia, nell’ottobre 2023 ha lanciato un’offensiva che ha conquistato oltre 300 basi e valichi di frontiera con Cina, India e Thailandia. L’Operazione 1027, avviata invece nell’ottobre scorso, ha fatto cadere altre città strategiche. E i golpisti ad oggi hanno perso il controllo di metà della nazione.

Nonostante la superiorità militare della giunta, ottenuta grazie alle forniture russe, la resistenza ora utilizza droni da combattimento che hanno inflitto perdite significative all’esercito. È proprio tra i Gen Z e i millennials, tra gli ex professori, giovani avvocati e persino i poeti fuggiti dalle città in nome della lotta per la democrazia, che si trovano le competenze per la tecno-guerra odierna. Il tutto finanziato dalla diaspora e dai traffici illeciti.

Le difficoltà della giunta si riflettono in un aumento delle diserzioni e nella difficoltà di reclutamento. La perdita di territori chiave nello stato di Shan evidenzia la crescente difficoltà dei golpisti. Il terremoto a Mandalay potrebbe aggravare la loro posizione, ostacolando la logistica militare nelle zone di conflitto.

© 2025 Thierry Falise
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Produzione di droghe

Dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021, il Myanmar è assurto a maggior centro globale del crimine organizzato. Oggi è il più grande produttore mondiale d’oppio, battendo l’Afghanistan. Nello Shan viene coltivato senza timore di repressione, con incassi triplicati. Questo Paese è anche uno dei maggiori produttori di metanfetamina, chetamina e fentanyl, esportate a prezzi bassissimi. I laboratori nascosti nelle giungle hanno sfornato livelli record di pillole di yaba (metamfetamine e caffeina) e nuove droghe come il narco-cocktail chiamato “happy water”.

Il Myanmar è anche grande esportatore di terre rare pesanti e di pietre preziose come giada e rubini. Ed è un centro di traffico d’armi, tratta di esseri umani e di deforestazione illegale. Le reti criminali cinesi qui operano indisturbate, alimentando il conflitto e fornendo armi sia alla giunta militare che ai ribelli. La criminalità organizzata ha dunque un interesse diretto nel prolungare il conflitto, poiché prospera nel caos. Anche per questo, il Myanmar è ormai considerato uno “Stato fallito”, con l’economia sempre più dipendente da attività illecite come le “fabbriche di truffe” online, dove persone rapite in Cina e altrove vengono costrette a lavorare in operazioni di frodi online che sottraggono miliardi di dollari alle vittime in Occidente.

Il ruolo della Cina e di Trump

Sul piano internazionale, Pechino tiene sulla corda il regime. La Cina ha mostrato segni di disillusione per la criminalità lungo il confine sino-birmano, imponendo restrizioni alla frontiera e sostenendo indirettamente i gruppi ribelli. La Russia resta l’unico alleato rilevante della giunta, ma il suo supporto potrebbe non esser sufficiente per tutelare il regime a lungo. E ora che l’amministrazione Trump ha tagliato pesantemente i fondi di Usaid, non è chiaro da dove arriveranno gli aiuti.

Dalla disgrazia del terremoto possono scaturire due possibilità: una è che l’alleanza ribelle abbia un vantaggio tattico nel colpire le guarnigioni dell’esercito, in difficoltà per l’interruzione dei rifornimenti; l’altra è che la giunta, in cambio di aiuti, si sottoponga allo scrutinio della comunità internazionale tenendo elezioni democratiche e non pilotate come quelle che, prima del terremoto, erano previste per il prossimo mese di dicembre. Tutto ciò se l’Occidente si ricorderà di quest’angolo d’Asia dove si combatte per la democrazia e contro una dittatura militare.

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