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Terremoto in Myanmar, la testimonianza: “La capitale è al buio, la gente è intrappolata”

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Il racconto del funzionario del World Food Program che da tre anni vive e lavora a Naypydaw: “Eravamo in ufficio quando è arrivata la scossa, siamo caduti a terra. Fuori la devastazione è enorme”
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Non c’è stato alcun segnale che potesse darci l’allarme. La terra ha cominciato a tremare all’improvviso. Era mezzogiorno e venti. In quel momento ero in riunione con due colleghi in una stanza al secondo piano degli uffici dell’agenzia delle Nazioni Uniti, dove lavoro, a Naypydaw, la nuova capitale del Myanmar. All’inizio abbiamo pensato di scappare, ma la scossa era talmente forte che non riuscivamo nemmeno a reggerci in piedi. Un collega è caduto mentre provava a uscire. Ci siamo rifugiati sotto un tavolo, come ci hanno insegnato da bambini, aspettando che il terremoto passasse. Intorno a noi piovevano cose, crollava il soffitto. Anche il maxischermo della tv, che per fortuna non ci ha colpito.

Quando finalmente siamo riusciti ad alzarci, siamo corsi giù per le scale facen…

Non c’è stato alcun segnale che potesse darci l’allarme. La terra ha cominciato a tremare all’improvviso. Era mezzogiorno e venti. In quel momento ero in riunione con due colleghi in una stanza al secondo piano degli uffici dell’agenzia delle Nazioni Uniti, dove lavoro, a Naypydaw, la nuova capitale del Myanmar. All’inizio abbiamo pensato di scappare, ma la scossa era talmente forte che non riuscivamo nemmeno a reggerci in piedi. Un collega è caduto mentre provava a uscire. Ci siamo rifugiati sotto un tavolo, come ci hanno insegnato da bambini, aspettando che il terremoto passasse. Intorno a noi piovevano cose, crollava il soffitto. Anche il maxischermo della tv, che per fortuna non ci ha colpito.

Quando finalmente siamo riusciti ad alzarci, siamo corsi giù per le scale facendoci spazio tra le macerie e ci siamo ritrovati nel parcheggio con gli altri colleghi. Abbiamo fatto l’appello e, per fortuna c’eravamo tutti. Poi è arrivata la seconda scossa. Subito dopo, i colleghi locali sono corsi alle loro case per verificare se le famiglie stessero bene. Noi abbiamo aspettato un’oretta prima di spostarci per valutare i danni.

Quando ci siamo mossi, intorno a noi la gente vagava per strada, spaesata, senza sapere dove andare. Eppure non c’era panico: questa povera gente afflitta da anni difficili aveva paura, era terrorizzata, ma era calma. Naypyidaw è a circa 260 chilometri dall’epicentro del terremoto, localizzato vicino a Saigang. Anche Bangkok, che dista quasi 1.000 chilometri, ha avvertito la scossa, quindi immaginate qui. La città si estende su un’area ampia, gli edifici sono bassi, e questo ha evitato danni peggiori, ma la devastazione è comunque enorme. Per arrivare all’albergo dove si trovano le casette che ospitano i funzionari internazionali e che dista solo otto chilometri dagli uffici, abbiamo dovuto attraversare strade piene di voragini, crepe e buche gigantesche. Abbiamo visto intorno a noi i pali della luce crollati a terra. Tanto che la città a sera è sprofondata nel buio, senza corrente.

A un certo punto abbiamo trovato una persona intrappolata in auto dentro a una voragine. L’abbiamo aiutata a liberarsi e poi siamo andati a recuperare qualche oggetto nelle nostre case. Casa mia all’interno è devastata, ma almeno non è crollata. Quella di due mie colleghe a meno di cento metri sì. Il marito di una di loro era dentro. Abbiamo scavato tra le macerie per recuperare gli oggetti personali da portare a casa di una collega, ancora intatta, che ci ospiterà per la notte. Come molti non abbiamo luce né acqua, ma domani proveremo ad avviare un generatore dell’ufficio per metterci in moto e cercare di consegnare gli aiuti. Noi del World Food Program siamo responsabili dell’assistenza alimentare in caso di emergenze come questa, ma la situazione è così drammatica che non sappiamo se riusciremo a raggiungere le scorte alimentari e distribuire gli aiuti necessari.

Non sarà facile svolgere il nostro lavoro, anche perché le scorte si trovano a Yangon, a 400 chilometri da qui, e le strade sono bloccate. L’autostrada è interrotta per il crollo di un ponte, l’aeroporto è chiuso e pare che la torre di controllo sia crollata uccidendo il personale all’interno. Siamo bloccati e dobbiamo cercare il modo per essere operativi. Fra due settimane, dopo tre anni qui, dovrei partire per tornare in Italia. Mi aspetta la pensione. Ma non so se sarà possibile andare via.

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