TEL AVIV – Uccidere Oday per educarne cento. Oday Nasser Al Rabay, 22 anni, un sorriso gentile nelle foto che circolano ora online, era sceso in strada la settimana scorsa tra le macerie di Gaza per chiedere un futuro diverso per la sua generazione, un futuro senza Hamas.
Per questo Hamas ha deciso che doveva pagarla cara: lo ha rapito, torturato e ammazzato, e alla fine ha fatto ritrovare il cadavere davanti all’abitazione. Si tratterebbe del primo caso di palestinese ucciso per aver partecipato alla serie di sorprendenti proteste che si sono svolte nella Striscia la settimana scorsa, al grido di «Vogliamo vivere!» e «Via Hamas!», per tre giorni consecutivi.
Slogan contro l’organizzazione si sono uditi anche sabato al funerale del ragazzo, ed è la stessa famiglia che, in un video, punta il dito contro Hamas. Sui social girano immagini del corpo torturato di Oday e si dice che membri armati della sua famiglia abbiano attaccato un nascondiglio delle Brigate Al-Qassam, braccio arma…
TEL AVIV – Uccidere Oday per educarne cento. Oday Nasser Al Rabay, 22 anni, un sorriso gentile nelle foto che circolano ora online, era sceso in strada la settimana scorsa tra le macerie di Gaza per chiedere un futuro diverso per la sua generazione, un futuro senza Hamas.
Per questo Hamas ha deciso che doveva pagarla cara: lo ha rapito, torturato e ammazzato, e alla fine ha fatto ritrovare il cadavere davanti all’abitazione. Si tratterebbe del primo caso di palestinese ucciso per aver partecipato alla serie di sorprendenti proteste che si sono svolte nella Striscia la settimana scorsa, al grido di «Vogliamo vivere!» e «Via Hamas!», per tre giorni consecutivi.
Slogan contro l’organizzazione si sono uditi anche sabato al funerale del ragazzo, ed è la stessa famiglia che, in un video, punta il dito contro Hamas. Sui social girano immagini del corpo torturato di Oday e si dice che membri armati della sua famiglia abbiano attaccato un nascondiglio delle Brigate Al-Qassam, braccio armato di Hamas, chiedendo giustizia. Oday viene descritto come uno dei leader della protesta, e c’è chi sostiene che accanto al cadavere ci fosse un messaggio: «Questo è il destino di chi critica Hamas». Da giorni a Gaza non si sono più svolte proteste, forse in coincidenza con la repressione di cui la morte di Oday sarebbe la prova più tragica.
E intanto la guerra continua. Si è riaperta il 18 marzo, quando Israele ha rotto il cessate il fuoco ricominciando a bombardare e uccidendo quasi un migliaio di palestinesi. Ieri ne sono morti almeno 43, nel primo giorno dell’Eid, la festa di fine Ramadan. Tra loro, tre bambini che giocavano nel campo profughi di Mawasi e altri cinque colpiti nella notte.
E sempre ieri si è risolto come purtroppo ci si attendeva il caso del gruppo di 14 paramedici e soccorritori di Rafah, di cui non si avevano più notizie da sette giorni, da quando con le loro ambulanze e i loro mezzi erano stati attaccati dall’esercito israeliano. La Mezzaluna rossa palestinese ha comunicato che tutti i loro corpi sono stati ritrovati: otto paramedici, cinque membri del personale della protezione civile e un dipendente dell’agenzia delle Nazioni Unite. Sabato l’esercito israeliano aveva ammesso di aver sparato domenica 23 marzo contro delle ambulanze nel quartiere di Tal al-Sultan a Rafah, dopo averle identificate come «veicoli sospetti», e solo ieri sono stati fatti entrare i soccorsi.
Crudeltà di un conflitto per cui nonostante tutto si cerca un’intesa per la tregua, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu convinto che l’intensificazione della pressione militare è stata efficace, e pronto a garantire l’espatrio ai leader dell’organizzazione nel caso in cui deponessero le armi: «Poi si passerà all’attuazione del piano Trump di emigrazione volontaria degli abitanti di Gaza». Proprio per cercare sostegno a questo piano, mercoledì andrà in Ungheria da Viktor Orbán, che non eseguirà nei suoi confronti il mandato di arresto per sospetti crimini di guerra e contro l’umanità emesso dalla Corte dell’Aia.