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Mandalay e le sue pagode, l’ingannevole bellezza dell’antica capitale birmana

Una pagoda danneggiata dal terremoto a Mandalay

 (reuters)

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Costruita per volere di una profezia, ma su una faglia sismica. Centro finanziario ed economico, oggi in città i cinesi di etnia Han sono più della metà degli abitanti e controllano gran parte dell’economia
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Oh, Mandalay, Mandalay… Nome esotico che riverbera nella nostalgia dei colonialisti britannici, antica capitale birmana costruita per volere di una profezia, ma su una faglia sismica che ha più volte portato la distruzione nel cuore di Myanmar, quando ancora si chiamava Birmania. Questa ex capitale con un milione e mezzo d’abitanti, oggi per metà cinesi, ne ha viste tante da quand’è stata fondata nel 1857 da re Mindon perché il Buddha, 2400 anni prima, aveva detto che ai piedi della collina di Mandalay (da “mandala”) sarebbe sorta una città importante.

Così fu. Ma non fu di buon auspicio per la dinastia Konbaung perché nel 1885 le truppe dell’Impero britannico seminarono la distruzione, annettendo la Birmania ed esili…

Oh, Mandalay, Mandalay… Nome esotico che riverbera nella nostalgia dei colonialisti britannici, antica capitale birmana costruita per volere di una profezia, ma su una faglia sismica che ha più volte portato la distruzione nel cuore di Myanmar, quando ancora si chiamava Birmania. Questa ex capitale con un milione e mezzo d’abitanti, oggi per metà cinesi, ne ha viste tante da quand’è stata fondata nel 1857 da re Mindon perché il Buddha, 2400 anni prima, aveva detto che ai piedi della collina di Mandalay (da “mandala”) sarebbe sorta una città importante.

Così fu. Ma non fu di buon auspicio per la dinastia Konbaung perché nel 1885 le truppe dell’Impero britannico seminarono la distruzione, annettendo la Birmania ed esiliando in India l’ultimo re, Thibaw Min e la regina Supayalat. È proprio la sovrana a far capolino nella più famosa poesia di Rudyard Kipling che s’intitola Mandalay anche se lo scrittore britannico non vide mai la città, perché attraccò lungo la costa. Ma fu talmente preso dalla bellezza di una birmana, che si chiamava proprio Supayalat, che ci chiosò in rima un’ode al limite dell’esotico/erotico. La poesia è stata criticata in tempi recenti, non solo per i riferimenti geografici errati, ma per l’anacronistico atteggiamento di conquista romantica da parte di un invasore nei confronti della popolazione locale. Come il soldato della poesia bramava la ragazza dalla pelle marrone e dai vestiti variopinti, che fumava il sigaro e cantava “kulla-lo-lo” con il banjo, così il Regno Unito metteva le mani sul Paese che tanto allegro non deve esser stato.

Da allora Mandalay è una parola che spunta dove c’è fame d’esotismo, come nella versione cantata da Frank Sinatra, fino alla Mandalay degli Electric Light Orchestra e alla Road to Mandalay di Robbie Williams. Bertolt Brecht dileggiò l’atteggiamento coercitivo degli imperialisti, componendone una parodia nel suo Lieto Fine.

Mandalay, dunque, si scolpisce nella cultura occidentale come luogo misterioso delle palme al vento, la calura tropicale e le incantevoli pagode, «tra odore d’aglio e di spezie». Questo nonostante George Orwell, che fu poliziotto proprio a Mandalay, nel suo Giorni in Birmania (1934) criticò razzismo e soprusi colonialisti dei suoi connazionali.

A poco servirono, per liberarsi dagli invasori, anche i moti indipendentisti tra le due guerre del secolo scorso. A scardinare l’occupazione nel 1942 arrivarono le bombe giapponesi che sventrarono gran parte di Mandalay, causando due mila morti e mettendo in fuga la Royal Air Force. Dal 1948, con l’indipendenza della Birmania, Mandalay è risorta, ma a fatica. È il centro nodale della rete stradale birmana, ma motorini e bici sono più delle auto per le sanzioni e i limiti protezionistici. Il periodo più cupo, dal 1962 al 1988, l’era di Ne Win, aveva rinchiuso Mandalay nell’isolazionismo, facendone un borgo provinciale dove strade polverose s’incuneavano tra palazzi bassi. Due disastrosi incendi, nell’81 e nell’84, ricacciarono nella miseria migliaia di sfollati. Forti terremoti hanno già colpito la zona: quello di 8,2 gradi nel 1839, e poi il grande Terremoto di Sagaing nel 1956. Negli anni ’90, per risollevare l’economia dalle sanzioni americane ed europee, Myanmar aprì all’immigrazione cinese. In questa regione che comprende altri otto comuni, arrivarono molti illegali che acquistarono (e acquistano) il permesso di soggiorno al mercato nero. Oggi i cinesi di etnia Han, provenienti dallo Yunnan, sono più della metà degli abitanti e controllano gran parte dell’economia e degli esercizi commerciali, avendo ricacciato nelle periferie i Bamar originari.

Centro finanziario ed economico, Mandalay s’è vista scippare il ruolo di capitale prima da Rangoon, oggi Yangon, e nel 2006 da Naypyidaw. Ma resta un centro culturale, universitario e religioso importante, con il 60 per cento dei monasteri birmani. È un punto di passaggio per il commercio, lecito e illecito, verso la Cina, noto per la seta, le gemme preziose e l’artigianato, anche se il costoso aeroporto internazionale a 45 km dal centro resta una cattedrale nel deserto.

Oggi, oltre 30 anni dopo il suo viaggio, Tiziano Terzani troverebbe una realtà diversa, ma anche uguale, nel cuore della Birmania «uno di quei posti che ti rende fiero di appartenere alla razza umana» per la dolcezza dei suoi abitanti. Ma poi, sapendo quanti travagli questa terra attraversava e affronta, considerati i danni del commercio dell’oppio e quindi dell’eroina, guardando oltre il velo illusorio dell’esotismo scriveva anche: «Quanto ingannevole può essere la bellezza!».

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