Il Cremlino lascia scivolare. Si dice «aperto a qualsiasi contatto con il presidente Donald Trump». Come se il presidente statunitense non avesse detto alla rete Nbc di essere «furioso» dopo che Putin aveva sollevato l’idea di una «amministrazione di transizione» in Ucraina che prendesse il posto di Volodymyr Zelensky né avesse minacciato nuovi dazi sul petrolio russo se non raggiungerà un accordo.
Sollecitato a commentare la «rabbia» di Trump, il portavoce Dmitrij Peskov prima prova a smorzare. «Alcune delle dichiarazioni di Trump sono state parafrasate. Non ci sono virgolettati», osserva. «Sono state fatte dichiarazioni diverse». Poi ci gira intorno. Una nuova telefonata tra i due leader potrebbe essere organizzata se necessario, sostiene, ma al momento non è in programma. «Continuiamo a lavorare con la parte americana, prima di tutto per ricostruire le nostre relazioni bilaterali che sono sta…
Il Cremlino lascia scivolare. Si dice «aperto a qualsiasi contatto con il presidente Donald Trump». Come se il presidente statunitense non avesse detto alla rete Nbc di essere «furioso» dopo che Putin aveva sollevato l’idea di una «amministrazione di transizione» in Ucraina che prendesse il posto di Volodymyr Zelensky né avesse minacciato nuovi dazi sul petrolio russo se non raggiungerà un accordo.
Sollecitato a commentare la «rabbia» di Trump, il portavoce Dmitrij Peskov prima prova a smorzare. «Alcune delle dichiarazioni di Trump sono state parafrasate. Non ci sono virgolettati», osserva. «Sono state fatte dichiarazioni diverse». Poi ci gira intorno. Una nuova telefonata tra i due leader potrebbe essere organizzata se necessario, sostiene, ma al momento non è in programma. «Continuiamo a lavorare con la parte americana, prima di tutto per ricostruire le nostre relazioni bilaterali che sono state gravemente danneggiate durante la precedente amministrazione. E lavoriamo anche all’implementazione di alcune idee relative all’accordo ucraino. Questo lavoro è in corso, ma finora non ci sono dettagli di cui potremmo o dovremmo parlarvi. È un processo che richiede molto tempo, probabilmente a causa della sua complessità».
Ma dato che il rischio è che Trump alla lunga si possa spazientire ulteriormente, per blandire l’affarista che è in lui, Mosca mette sul tavolo anche le sue oltre quattro tonnellate di riserve di terre rare, la quinta riserva al mondo. Già Putin lo scorso febbraio aveva suggerito la possibilità di avviare progetti congiunti di esplorazione dei giacimenti. Ora è Kirill Dmitriev, inviato presidenziale per la cooperazione economica, nonché ad del Fondo sovrano russo, a rilanciare: «Sono un’area importante per la cooperazione. Abbiamo avviato colloqui con gli Usa», fa sapere al quotidiano Izvestija. Una dichiarazione ad orologeria proprio mentre Zelensky sta cercando di scongiurare la «rapina» come Kiev chiama l’accordo sulle terre rare ucraine che reclama Trump. Peskov conferma che diverse aziende statunitensi si sarebbero già fatte avanti, ma resta vago. «Non ci sono ancora dettagli specifici, ma l’interesse è evidente. L’interesse è reciproco, perché parliamo di progetti reciprocamente vantaggiosi».
Anche i solitamente agguerriti politici e propagandisti provano a minimizzare la portata dell’affondo del leader Usa. Nessuna sorpresa, per il presentatore della tv Rossija1 Evgenij Popov: Trump, spiega, «sta cercando di soffocare lo scandalo Signal» e «ha bisogno di risultati tangibili perché presto saranno i suoi 100 giorni al potere». È una «persona impulsiva, annuncia oggi e annulla domani. È molto imprevedibile», commenta il deputato Andrej Kolesnik. Il senatore Vladimir Dzhabarov è fiducioso: «Anche se alcuni suoi consiglieri hanno un atteggiamento negativo nei confronti di Mosca, Trump saprà separare il grano dal loglio e troverà una ragionevole via di mezzo per non rovinare le relazioni». L’ex leader Dmitrij Medvedev preferisce invece prendersela con i politici europei affetti da «russofobia» suggerendo come cura «l’uso combinato di forti sedativi» come i missili Kalibr, Onyx, Iskander e Oreshnik o «in casi gravi» di «antipsicotici nucleari come Jars e Sarmat».
Soltanto Mikhail Rostovskij, editorialista di Moskovskij Komsomolets, qualche giorno fa non si era fatto remore a scrivere che «tutti gli accordi con Trump non valgono che “cinque copechi in un giorno di mercato”. Mosca è pronta a negoziare con lui in quanto “leader del mondo libero”, capo indiscusso della Nato e “signorotto feudale” della Kiev ufficiale. Ma il leader non guida, il capo non guida e il “signorotto feudale” non governa il suo vassallo». Tutta colpa di Trump, insomma, che non ha ancora scaricato Zelensky. Ma «se i diplomatici non riescono a far progredire il processo di pace — aveva scritto Rostovskij — saranno i militari a “parlare”». Non sono destinate al fronte, ma le 160mila nuove reclute chiamate da Putin per decreto alla leva primaverile, la più vasta in 14 anni, non parlano certo di pace.