LONDRA - “Purtroppo è stato fatto troppo poco e troppo tardi contro Putin. Ma le sanzioni sul petrolio e quelle secondarie sarebbero micidiali per l’economia della Russia”. Dopo le minacce di un “incazzato” Donald Trump, a parlare è Stephanie Baker, giornalista investigativa di Bloomberg e autrice del libro Punishing Putin, che ha dovuto pubblicare in America per le severissime leggi britanniche contro la diffamazione che gli oligarchi russi sfruttano per minacciare i giornalisti d’inchiesta. Ma Baker non si è data per vinta e in questo incontro con la stampa straniera londinese Fpa spiega tutto quello che abbiamo sinora sbagliato con Putin e cosa può fare l’Occidente per “punirlo” e piegarlo nei negoziati di pace per l’Ucraina.
Baker, innanzitutto c’è chi dice che le sanzioni occidentali contro la Russia non abbiano funzionato. È vero?
“Le sanzioni occidentali cono costate centinaia di miliardi di dollari alla Russia e hanno danneggiato seriamente la sua economia. Putin sostiene…
LONDRA - “Purtroppo è stato fatto troppo poco e troppo tardi contro Putin. Ma le sanzioni sul petrolio e quelle secondarie sarebbero micidiali per l’economia della Russia”. Dopo le minacce di un “incazzato” Donald Trump, a parlare è Stephanie Baker, giornalista investigativa di Bloomberg e autrice del libro Punishing Putin, che ha dovuto pubblicare in America per le severissime leggi britanniche contro la diffamazione che gli oligarchi russi sfruttano per minacciare i giornalisti d’inchiesta. Ma Baker non si è data per vinta e in questo incontro con la stampa straniera londinese Fpa spiega tutto quello che abbiamo sinora sbagliato con Putin e cosa può fare l’Occidente per “punirlo” e piegarlo nei negoziati di pace per l’Ucraina.
Baker, innanzitutto c’è chi dice che le sanzioni occidentali contro la Russia non abbiano funzionato. È vero?
“Le sanzioni occidentali cono costate centinaia di miliardi di dollari alla Russia e hanno danneggiato seriamente la sua economia. Putin sostiene che i danni sono stati limitati. Ma non è vero. Se le sanzioni non avessero funzionato, il Cremlino non avrebbe come prima richiesta nei negoziati quella di revocare le sanzioni europee. Inoltre, le élites della Russia, che stanno scappando a Dubai e viste le decine di miliardi di dollari congelati in Occidente, vogliono i loro soldi indietro. Quindi stanno facendo pressione per un accordo sull’Ucraina”.
Ma si è detto tante volte che l’economia russa fosse al collasso e poi è rimasta sempre in piedi.
“La Russia nasconde molti dati della sua economia, quindi non abbiamo una visione completa. Ma sappiamo che i tassi di interesse sono al 21%, che molte attività sono sull’orlo della bancarotta, che l’inflazione è al 10% e l’innalzamento dei tassi da parte della banca centrale russa non sta funzionando. La Russia sta inoltre spendendo il 40% degli esborsi di bilancio in Difesa e Sicurezza. Non credo che l’economia russa sia sull’orlo del collasso, ma sta attingendo a molte riserve, incluso il fondo sovrano, le liquidità si stanno esaurendo e diverse aste di titoli di Stato sono andate deserte l’anno scorso. Tuttavia, Mosca è riuscita sinora a salvarsi per due motivi: ha trasformato la sua economia in una di guerra ma soprattutto le sono state risparmiate le sanzioni pesanti sul petrolio. E il greggio russo è la chiave di tutto”.
Perché?
“Perché è assolutamente cruciale per l’economia russa. Lo è stato per decenni. Ho vissuto in Russia negli anni Novanta, quando il prezzo globale del petrolio era relativamente basso e limitò la spinta riformatrice dell’allora presidente Eltsin: circa 14 dollari a barile, ora stiamo a circa 70. In questi anni, l’Occidente non ha davvero sanzionato il greggio russo perché Mosca ne è un grande esportatore, e se si cercasse di rimuoverlo dai mercati internazionali o porre un tetto al suo export, ciò potrebbe causare un innalzamento dei prezzi del petrolio in Occidente. Perciò l’amministrazione Biden è stata molto riluttante a compiere un passo del genere, vista l’inflazione e l’alto costo della vita in America. Poi però, negli ultimi giorni di governo, lo scorso gennaio ha sanzionato due principali produttori di petrolio russo, Gazprom Neft e Surgutneftegas, vari trader di greggio e anche moltr imbarcazioni della cosiddetta “flotta ombra” che Mosca utilizza per trafficare il suo petrolio in nero”.
Questa riluttanza ha danneggiato la campagna delle sanzioni contro la Russia?
“Esatto, e in maniera significativa. Fino a quando non si colpisce il petrolio russo, sarà molto complicato evitare che Putin possa finanziare la guerra in Ucraina. Perché greggio e gas rappresentano un terzo del budget russo. Se queste misure fossero state prese prima, ora saremmo in una posizione diversa. Non sappiamo se ora Trump prenderà davvero simili provvedimenti, dal momento che ha già annunciato dazi agli altri Paesi, i quali hanno già provocato un innalzamento dei prezzi. Vedremo”.
E quale potrebbe essere l’effetto delle cosiddette sanzioni secondarie sul petrolio della Russia?
“Anche in questo caso, è stato fatto troppo poco e troppo tardi. Le sole minacce nei mesi scorsi di applicare sanzioni secondarie nelle transazioni tra Russia e Cina avevano spaventato i relativi mercati, ma poi non se n’è fatto niente. Eppure, in questo senso, come Dubai la Cina è stata assolutamente cruciale per la Russia, su due fronti: ha comprato il petrolio di Mosca e soprattutto ha fatto da bypass per le importazioni della Russia di semiconduttori e altra alta tecnologia, fondamentali per l’industria della Difesa russa e per i missili di precisione. La Cina non segue le sanzioni occidentali e in questi anni ha sempre agito come il supermercato della Difesa dei russi. È così che funziona la macchina della guerra di Mosca. Non a caso Putin andò a Pechino proprio prima dell’invasione”.
Nel caso Trump sanzionasse il petrolio, ciò come potrebbe avvenire?
“Probabilmente, con un patto tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, in modo da tagliare fuori la Russia e dare più mercato a Mohammed bin Salman (che curiosamente Trump potrebbe incontrare molto presto, ndr). Se anche i britannici e gli europei mettessero sanzioni sui ricavi della Russia dal petrolio e fermassero queste petroliere nell’Artico che esportano greggio russo e che tra l’altro distruggono anche cavi cruciali per le comunicazioni Ue, sarebbe un colpo micidiale per l’economia russa. Che sinora ha potuto finanziare la guerra in Ucraina anche grazie a un debito di Stato relativamente basso. Ma c’è un’altra cosa che potrebbero fare gli europei”.
Quale?
“Utilizzare i circa 300 miliardi di asset russi congelati a livello globale. Giusto o meno confiscarli? Per esempio in Belgio, dove sono parcheggiati molti di questi asset, ci sono molti dubbi perché una decisione simile potrebbe scatenare una ridda di onerose dispute legali. Anche la stessa Banca Centrale Europea e la sua governatrice Christine Lagarde sono molto scettiche, perché temono ripercussioni sull’euro. Ma la pressione sui bilanci europei di questa guerra in Ucraina è talmente forte che sempre più politici europei si stanno convincendo che sia la cosa giusta da fare: quei soldi russi saranno utilissimi per la ricostruzione e gli aiuti umanitari in Ucraina. Sarebbe straordinario, se il G7 si accordasse su una mossa simile, anche se non mi sembra ci sia molto appetito nell’amministrazione Trump”.
Ma non crede che ciò possa allontanare enormi investimenti dall’estero in Occidente, soprattutto da Paesi che non rispettano i diritti umani, come nel Golfo?
"Io credo che sia giusto a livello morale, perché i danni che i russi hanno fatto in Ucraina sono giganteschi. Come spiego nel mio libro, ci sono numerosi avvocati che giudicano legale il sequestro e l’utilizzo degli asset russi congelati. Certo, ci sono ancora molti dilemmi su come sfruttare questi soldi: spenderli in armi per gli ucraini potrebbe risultare legalmente complicato, ma si potrebbero tranquillamente versare nelle casse di Kiev per la ricostruzione, il pagamento dei veterani di guerra, e la sanità. Sono scelte coraggiose, ma rimandarle non serve a niente”.