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Gilles Gressani: “Parigi è fragile: senza partiti può arrivare un Berlusconi francese”

(reuters)

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Dopo la condanna di marine Le Pen, parla di il direttore della rivista “Le Grand Continent”: “Il sistema è saltato, siamo già nella Sesta Repubblica e ora tutto è possibile”
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PARIGI – «L’uscita di scena di Le Pen riapre il tavolo dell’unione delle destre in Francia. L’ipotesi di una melonizzazione della politica francese torna con forza» osserva Gilles Gressani, direttore della rivista di geopolitica Le Grand Continent, che invita a leggere l’attualità francese alla luce di una trasformazione più profonda: «Viviamo già nella Sesta Repubblica, quella senza partiti, in cui tutto diventa possibile, anche l’irruzione di un candidato anti-sistema».

Quanto può pesare sulla politica francese la condanna di Marine Le Pen, a meno di 2 anni dalle presidenziali del 2027?

«Bisogna partire da un dato centrale: se si sommano i voti dei tre candidati principali al primo turno della presidenziale del 2022 — Macron, Le Pen e Mélenchon — si sup…

PARIGI – «L’uscita di scena di Le Pen riapre il tavolo dell’unione delle destre in Francia. L’ipotesi di una melonizzazione della politica francese torna con forza» osserva Gilles Gressani, direttore della rivista di geopolitica Le Grand Continent, che invita a leggere l’attualità francese alla luce di una trasformazione più profonda: «Viviamo già nella Sesta Repubblica, quella senza partiti, in cui tutto diventa possibile, anche l’irruzione di un candidato anti-sistema».

Quanto può pesare sulla politica francese la condanna di Marine Le Pen, a meno di 2 anni dalle presidenziali del 2027?

«Bisogna partire da un dato centrale: se si sommano i voti dei tre candidati principali al primo turno della presidenziale del 2022 — Macron, Le Pen e Mélenchon — si supera il 70% dell’elettorato. E questo ci dice una cosa impressionante: per la prossima presidenziale del 2027, il 70% degli elettori non ha ancora trovato casa. Macron non potrà ricandidarsi. Le Pen difficilmente potrà esserlo. Mélenchon, dopo la sconfitta, avrà grosse difficoltà a riproporsi con successo. È un quadro che mostra quanto la Quinta Repubblica sia ormai diventata un sistema volatile e come, in fondo, viviamo già nella Sesta Repubblica, quella senza partiti».

La scomparsa dei partiti ha cambiato il funzionamento della democrazia francese?

«La Quinta Repubblica è basata sul suffragio universale diretto, ma con una mediazione: i partiti sceglievano i candidati. Ora, chiunque abbia ambizione politica, capacità di spesa e carisma mediatico può ragionare così: se azzecco sei mesi di campagna, posso trovarmi all’apice del potere, con accesso all’arma nucleare, alla nomina dei vertici dello Stato, al comando dell’apparato burocratico e militare di una potenza globale. Perché è questo che è la Francia: una democrazia fragile, ma con prerogative fortissime. Il livello di verticalità del sistema francese non ha paragoni in Occidente».

Siamo già dentro la campagna per l’Eliseo, quindi?

«Assolutamente. La pressione è al massimo. Macron ha occupato il centro distruggendo i due poli tradizionali: prima il Partito socialista, poi i Républicains. Ha costruito uno spazio politico nuovo, fatto di un centro e due estremi — destra e sinistra — ma senza strutture di partito, senza radicamento territoriale. Le formazioni oggi sono personali, al massimo familiari. Se togli Macron, Le Pen e Mélenchon, diventa tutto imprevedibile».

(afp)

Perché Mélenchon non potrebbe ripresentarsi?

«La sua candidatura si è sempre inserita in una dinamica ormai rodata: arrivare al secondo turno e costringere il resto dello spettro politico a compattarsi contro di lui. Se Le Pen esce di scena, diventa più difficile ricostruire un fronte repubblicano in opposizione, e questo apre scenari molto più incerti, anche sul piano dell’unione delle destre».

In che modo l’uscita di scena di Le Pen cambia le carte a destra?

«Cambia tutto. Le Pen non è solo il nome di una leader, rappresenta una barriera politica. Finora ha impedito di costruire alleanze solide: se un imprenditore o un dirigente politico viene visto a pranzo con lei, è subito uno scandalo. Togliere quel nome dal biglietto da visita della destra radicale francese significa aprire il tavolo dell’unione delle destre e andare verso una chiarificazione ideologica. Le Pen è sempre stata più una figura nazional-popolare, populista, estranea alla destra sulla linea sociale o su temi come il matrimonio e le questioni etico-sociali. L’ipotesi di una melonizzazione della politica francese ora torna con forza. Le Pen era un limite oggettivo a questo processo».

E se emergesse un outsider, un candidato “anti-sistema”?

«Non solo è pensabile, ma è probabile. La politica francese ormai parla con un accento italiano piuttosto inquietante. La possibilità che emerga una figura simile a quella che è stata Berlusconi — un imprenditore con un po’ di televisioni, con una retorica forte contro il sistema — è concreta. Circolano ipotesi come il nome di Vincent Bolloré. Non si può più escludere nulla».

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