Myanmar, quasi tremila i morti. Donna estratta viva dopo 4 giorni
dal nostro inviato Gianluca ModoloBANGKOK – Dopo giorni passati a correre col suo camion tra le strade squarciate di Mandalay, facendo lo slalom tra chi è accampato sull’asfalto cocente, per portare a chi non ha più nulla anche una semplice bottiglietta d’acqua, Kyaw ha ancora addosso un’energia pazzesca. «Guardale qua le casse d’acqua, questi invece sono i zampironi contro le zanzare», ci racconta approfittando di pochi minuti di discreta connessione per fare una videochiamata, indicandoci gli aiuti. Se ne sta in un cortile assieme a ragazze e ragazzi, una decina in totale, poco più che ventenni come lui. «I miei amici ne stanno approfittando per riposarsi un po’». Attorno Kyaw inquadra muri di case venuti giù. «Stiamo bene anche se stanotte abbiamo sentito altre scosse», dice mentre si sistema il fazzoletto annodato al collo, fino a poco prima usato per coprirsi la faccia per non respirare quell’aria che puzza di morte. «Ora andiamo a consegnare queste cose, ma ce ne servirebbero molte altre: ancora acqua, sapone, m…
BANGKOK – Dopo giorni passati a correre col suo camion tra le strade squarciate di Mandalay, facendo lo slalom tra chi è accampato sull’asfalto cocente, per portare a chi non ha più nulla anche una semplice bottiglietta d’acqua, Kyaw ha ancora addosso un’energia pazzesca. «Guardale qua le casse d’acqua, questi invece sono i zampironi contro le zanzare», ci racconta approfittando di pochi minuti di discreta connessione per fare una videochiamata, indicandoci gli aiuti. Se ne sta in un cortile assieme a ragazze e ragazzi, una decina in totale, poco più che ventenni come lui. «I miei amici ne stanno approfittando per riposarsi un po’». Attorno Kyaw inquadra muri di case venuti giù. «Stiamo bene anche se stanotte abbiamo sentito altre scosse», dice mentre si sistema il fazzoletto annodato al collo, fino a poco prima usato per coprirsi la faccia per non respirare quell’aria che puzza di morte. «Ora andiamo a consegnare queste cose, ma ce ne servirebbero molte altre: ancora acqua, sapone, mascherine, assorbenti. Ci dobbiamo aiutare tra di noi qui in Myanmar. Perché il governo non lo fa».
Da Mandalay Kyaw guida poi fino a Sagaing, l’altra città maggiormente colpita dal devastante terremoto di venerdì scorso. Sei secondi di video, per mostrarci una enorme voragine su una delle strade. Poi altri otto secondi: il ponte Ava, costruito dai coloni britannici 90 anni fa, inghiottito dal fiume Irawaddy. «A Sagaing la situazione è molto peggiore rispetto a Mandalay», l’ultimo breve messaggino prima che la linea scompaia di nuovo.
Gli ultimi dati comunicati dalla giunta militare al potere parlano di 2.719 morti, 4.521 feriti e 441 dispersi. Le possibilità di trovare sopravvissuti si stanno rapidamente esaurendo, dice il governo. Il miracolo c’è stato invece nella capitale, Naypyidaw, dove una donna di 63 anni rimasta intrappolata per 91 ore è stata estratta dalle macerie di un edificio grazie a un’operazione congiunta tra i vigili del fuoco del Myanmar e squadre di soccorritori provenienti da India, Cina e Russia.
Che sono stati tra i Paesi ad inviare per primi uomini e aiuti. Assieme a Thailandia, Vietnam, Giappone, Singapore. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che è stata inviata una squadra americana, ma non è ancora arrivata. Ieri la Spagna ha inviato 2 milioni di euro. La Cei (la Conferenza episcopale italiana) ha deciso un primo stanziamento di 500mila euro dai fondi dell’8xmille. A Mandalay è arrivato un team di Medici Senza Frontiere — operativo in Myanmar dal 1992. Sono un milione e seicentomila gli sfollati, secondo l’Unhcr. Che dalla città birmana di Yangon ha inviato forniture di emergenza.
Ieri tutto il Paese si è fermato per un minuto di silenzio. Alcuni gruppi ribelli hanno dichiarato, nuovamente, un cessate il fuoco unilaterale per favorire i soccorsi. Chissà se la giunta golpista al governo lo rispetterà questa volta: con una mano chiede aiuti alla comunità internazionale e con l’altra continua a bombardare.