Le bombe israeliane sono cadute sul territorio di Damasco, ma il messaggio di fuoco è indirizzato ad Ankara. Lo ha esplicitato il ministro degli Esteri Gideon Saar, sottolineando il ruolo negativo assunto dalla Turchia: “Stanno facendo del loro meglio per trasformare la Siria in un protettorato, la loro intenzione è chiara”. Ancora più duro il titolare della Difesa, Israel Katz, che ha messo in guardia il governo siriano dal “permettere l’ingresso di forze ostili”: “I raid di ieri sono un avvertimento per il futuro: non permetteremo che la nostra sicurezza venga minacciata”.
Siamo all’alba di un nuovo scontro, che vede le ambizioni neoottomane di Erdogan estendersi fino al confine di Israele, attraverso l’alleanza con le nuove autorità di Damasco, che sono riuscite ad abbattere il regime di Bashar al Assad grazie soprattutto all’aiuto di Ankara, e una crescente influenza sul Libano. Il presidente turco è diventato il principale sostenitore della causa palestinese, offrendo anche una c…
Le bombe israeliane sono cadute sul territorio di Damasco, ma il messaggio di fuoco è indirizzato ad Ankara. Lo ha esplicitato il ministro degli Esteri Gideon Saar, sottolineando il ruolo negativo assunto dalla Turchia: “Stanno facendo del loro meglio per trasformare la Siria in un protettorato, la loro intenzione è chiara”. Ancora più duro il titolare della Difesa, Israel Katz, che ha messo in guardia il governo siriano dal “permettere l’ingresso di forze ostili”: “I raid di ieri sono un avvertimento per il futuro: non permetteremo che la nostra sicurezza venga minacciata”.
Siamo all’alba di un nuovo scontro, che vede le ambizioni neoottomane di Erdogan estendersi fino al confine di Israele, attraverso l’alleanza con le nuove autorità di Damasco, che sono riuscite ad abbattere il regime di Bashar al Assad grazie soprattutto all’aiuto di Ankara, e una crescente influenza sul Libano. Il presidente turco è diventato il principale sostenitore della causa palestinese, offrendo anche una copertura diplomatica ad Hamas, e si vuole accreditare come il difensore dei musulmani sunniti. Il suo disegno prevede di occupare le pedine abbandonate dall’Iran sciita, sconfitto in Siria e in Libano: un progetto che lo porta in rotta di collisione con Israele.
Subito dopo la caduta della dittatura di Assad, le Israeli Defence Forces hanno cominciato a bombardare le infrastrutture militari siriane: i caccia hanno distrutto navi, aerei e missili; raso al suolo radar e depositi di munizioni; spazzato via laboratori di ricerca e bunker delle armi chimiche. La campagna è stata giustificata con la necessità di impedire che l’arsenale potesse cadere nelle mani dei terroristi. Nella confusione della rivolta siriana, il rischio che uomini di Hezbollah o di Isis potessero impadronirsi degli armamenti era reale. Ma da dicembre le incursioni non si fermate. E i militari israeliani hanno preso il controllo di una fascia che dalle alture del Golan si allarga a sudest.
Nel frattempo il nuovo presidente al Shara – l’ex comandante jihadista che aveva preso il nome di battaglia di Al Jolani ossia “l’uomo del Golan”, suo terra d’origine – ha formato un governo con ministri di ogni etnia e confessione, cercando di pacificare il Paese: un processo sconvolto dal recente bagno di sangue nella regione costiera dove vive la comunità alawita a cui apparteneva il clan Assad. Al Shara è legato a doppio filo con la Turchia, che ha guidato la metamorfosi dei suoi miliziani qaedisti arroccati a Idlib nella coalizione che in undici giorni ha cancellato il regime. La sua vittoria ha di fatto riconsegnato la Siria all’area di influenza turca, come ai tempi dell’impero ottomano.
Le tensioni con Israele sono iniziate a crescere rapidamente. Due settimane fa si sono diffuse voci – accreditate pure dalla fondazione israeliana Alma – su duelli a distanza nei cieli della Siria tra squadriglie turche e israeliane, che si sarebbero reciprocamente prese di mira con i radar. Poi a fine marzo fonti siriane e turche hanno fatto trapelare notizie sul dislocamento di reparti di Ankara in un aeroporto della zona di Aleppo e nella base aerea T4 di Tyas, non lontano da Palmira: una posizione strategica nel cuore del Paese. Sono circolati sui social video di colonne che attraversano la frontiera, con camion carichi di materiali edilizi e sistemi terra-aria. Il piano di Erdogan sarebbe quello di piazzare sulle pistedi Tyas missili contraerei e radar per poi in un secondo momento trasferirvi droni da ricognizione.
“Il dislocamento dell’aviazione turca a Palmira potrebbe inasprire la tensione e aumentare il rischio di un conflitto con Israele”, ha dichiarato la scorsa settimana un alto ufficiale delle IDF al sito specializzato “The War Zone”: “Alla luce degli sforzi di Israele per prevenire uno schieramento militare in Siria, ogni significativa presenza turca, particolarmente in posizioni strategiche come Palmira, potrebbe essere percepita come una minaccia alla sicurezza di Israele”.Alle parole sono seguite le bombe.
Ieri dopo il tramonto le IDF sono tornate in azione, colpendo alle porte della capitale oltre che nelle regioni di Hama e Homs: l’obiettivo più devastato è stato l’aeroporto militare di Hama, dove secondo le testimonianze sono state smantellate piste, hangar e torre di controllo. Gravi i danni pure sul T4, quello destinato a ospitare l’avanguardia di Ankara. Sui social nella notte si è parlato di quattro genieri turchi uccisi nel raid, notizia che pare infondata. Adesso si attende la risposta di Erdogan e non si esclude che possa cavalcare la crisi siriana anche per distrarre l’opinione pubblica nazionale dalle proteste di massa per l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu. Ma il confronto tra Israele e la crescente forza militare turca rischia di essere pericolosissimo.