Lavagnetta e cifre alla mano, il "Giorno della liberazione" di Donald Trump è uno tsunami di dazi che spazza via ciò che restava della globalizzazione ed apre una fase di incertezza economica che può ribaltare alleanze, innescare conflitti e sconvolgere le "Global Supply Chains" del commercio mondiale, con una pioggia di ripercussioni destinate ad entrare nelle vite di ognuno di voi.
Frutto delle idee del guru dei dazi, Robert Lighthizer, delle proposte del "falco del Commercio" Peter Navarro e delle limature di Kevin Hassett, presidente del Consiglio economico nazionale, le imposizioni varate da Trump, parlando dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, hanno quattro obiettivi: spingere le aziende manufatturiere Usa a tornare dentro i confini nazionali; sanare "pratiche commerciali sleali"; ridurre il deficit commerciale, vero tallone d’Achille dell’economia nazionale; avere entrate fiscali pari a 6 mila miliardi di dollari in 10 anni, le maggiori per gli Stati Uniti dalla fine della…
Lavagnetta e cifre alla mano, il "Giorno della liberazione" di Donald Trump è uno tsunami di dazi che spazza via ciò che restava della globalizzazione ed apre una fase di incertezza economica che può ribaltare alleanze, innescare conflitti e sconvolgere le "Global Supply Chains" del commercio mondiale, con una pioggia di ripercussioni destinate ad entrare nelle vite di ognuno di voi.
Frutto delle idee del guru dei dazi, Robert Lighthizer, delle proposte del "falco del Commercio" Peter Navarro e delle limature di Kevin Hassett, presidente del Consiglio economico nazionale, le imposizioni varate da Trump, parlando dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, hanno quattro obiettivi: spingere le aziende manufatturiere Usa a tornare dentro i confini nazionali; sanare "pratiche commerciali sleali"; ridurre il deficit commerciale, vero tallone d’Achille dell’economia nazionale; avere entrate fiscali pari a 6 mila miliardi di dollari in 10 anni, le maggiori per gli Stati Uniti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
E’ un’offensiva che si accompagna ai dazi del 25 per cento all’auto e si sovrappone alle tariffe già imposte a Messico, Canada e soprattutto alla Cina. Perché l’intento ultimo della Casa Bianca è ribaltare gli equilibri prodotti dall’entrata di Pechino nell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), avvenuta nel 2001, per sostituire la globalizzazione con una versione contemporanea del mercantilismo basata sulla sfida planetaria Usa-Cina per conquistare la leadership della produzione di manifatture ed energia.
Trump considera le “tariffe reciproche”, partendo da una soglia minima del 10 per cento, la risposta non solo a Pechino ma anche ad “amici peggiori dei nemici” che elenca, mostrando una lavagnetta, imputandogli di aver impoverito l’America causando un’”emergenza nazionale”: India, Giappone, Sud Corea, Australia, Canada, Messico, Svizzera, Gran Bretagna, Pakistan, Indonesia e l’Ue dei “patetici europei”. E’ l’annuncio di un’offensiva su scala globale. Ma è una strada che, secondo le previsioni di Goldman Sachs, porterà l’America ad avere quest’anno più inflazione, meno crescita e maggiore disoccupazione. Archiviando il peggiore trimestre dal 2022, Wall Street avvalora tali timori ed anche un fedelissimo di Trump come il senatore repubblicano della Louisiana, John Neely Kennedy, lancia un avvertimento alla Casa Bianca: "Credo nella sfida di lungo termine del presidente ma bisogna anche pensare al breve termine". Il timore è di ripetere l’errore dello "Smoot-Hawley Tariff Act", la legge del Congresso che il presidente Hebert Hoover firmò nel 1930 varando dazi fino al 20 per cento su circa 20 mila prodotti importati che ebbe come conseguenza l’aggravamento della Grande Depressione che flagellò gli americani.
La risposta di Karoline Leavitt, portavoce di Trump, è "pensiamo soprattutto a Main Street perché Wall Street se la caverà". Ovvero, contano più i cittadini che i mercati. Ma dentro l’amministrazione è il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, a far trapelare il timore che qualcosa possa andare storto ribaltando accordi commerciali che in alcuni casi risalgono al 1947: "I dazi sono un tetto che consente negoziati". Questo significa porte aperte a chiunque vorrà trattare per ridurre le "tariffe reciproche", basate sulla volontà di Trump di far venir meno quelle straniere che "strangolano la nostra economia".
Il primo a comprendere la turbolenta stagione che si apre è Mark Carney, premier canadese ex governatore della Banca del Canada e della Banca d’Inghilterra, che preannuncia una risposta di "massimo impatto" d’intesa con la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum. L’Unione Europea, con le "serie contromisure" preannunciate da Ursula von der Leyen, si muove sulla stessa linea del “negoziato aggressivo” ma Bruxelles ha un pericoloso tallone d‘Achille nelle posizioni di quei premier e leader politici sovranisti, dall’ungherese Viktor Orban al leghista Matteo Salvini, favorevoli a rompere la coesione comunitaria per intavolare pericolose trattative bilaterali con Washington. Anche perché il timore che rimbalza da Wall Street è che, come scrive Lighthizer nel suo libro No Trade is Free, l’obiettivo ultimo dei dazi sia "politico e sociale" ovvero non solo accumulare entrate e ridurre il deficit commerciale ma soprattutto rivoluzionare gli equilibri planetari: per raggiungere l’obiettivo strategico di una nuova Yalta con Pechino e Mosca su risorse e aree di influenza.