Ungheria, il porto sicuro di Netanyahu. Il premier israeliano ha scelto Budapest per sfidare la Corte penale internazionale e il mandato di arresto emesso contro di lui lo scorso novembre: invitato dal più filorusso dei leader europei, e con la garanzia che nessuno gli metterà le manette ai polsi, Netanyahu arriva nella capitale magiara per una visita ufficiale che durerà fino a domenica, a conferma che Victor Orbàn è tra i suoi più stretti alleati.
È il primo viaggio in un Paese della Ue dopo il pronunciamento del tribunale dell’Aia. Secondo indiscrezioni, Orbàn potrebbe annunciare lo spostamento dell’ambasciata ungherese da Tel Aviv a Gerusalemme (che le Nazioni Unite non riconoscono come capitale di Israele), seguendo così l’esempio di Stati Uniti e di altri cinque Paesi. L’aeroporto internazionale “Liszt Ferenc” di Budapest rimarrà chiuso questa mattina per una quarantina di minuti per lo sbarco dell’aereo di Netanyahu, il cui arrivo era inizialmente previsto per mercoledì sera.
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Ungheria, il porto sicuro di Netanyahu. Il premier israeliano ha scelto Budapest per sfidare la Corte penale internazionale e il mandato di arresto emesso contro di lui lo scorso novembre: invitato dal più filorusso dei leader europei, e con la garanzia che nessuno gli metterà le manette ai polsi, Netanyahu arriva nella capitale magiara per una visita ufficiale che durerà fino a domenica, a conferma che Victor Orbàn è tra i suoi più stretti alleati.
È il primo viaggio in un Paese della Ue dopo il pronunciamento del tribunale dell’Aia. Secondo indiscrezioni, Orbàn potrebbe annunciare lo spostamento dell’ambasciata ungherese da Tel Aviv a Gerusalemme (che le Nazioni Unite non riconoscono come capitale di Israele), seguendo così l’esempio di Stati Uniti e di altri cinque Paesi. L’aeroporto internazionale “Liszt Ferenc” di Budapest rimarrà chiuso questa mattina per una quarantina di minuti per lo sbarco dell’aereo di Netanyahu, il cui arrivo era inizialmente previsto per mercoledì sera.
Orbàn lo aveva invitato subito dopo l’emissione del mandato di cattura per crimini di guerra, dichiarando che l’Ungheria, nonostante sia tra i firmatari dello Statuto di Roma, non lo avrebbe eseguito. «La Corte penale internazionale è intervenuta in un conflitto in corso per scopi politici», è stato il commento del premier ungherese. Che anzi, adesso fa sapere di essere pronto a ritirare l’adesione allo Statuto di Roma: la bozza di risoluzione parlamentare è già stata scritta, deve solo essere votata. Ci vorrà comunque un anno perché il divorzio dalla Corte divenga effettivo, nel frattempo rimangono in vigore le sanzioni per chi si rifiuta di sottostare agli obblighi previsti.
Prima di volare dall’amico Orbán, però, il premier israeliano ha diviso in tre parti la Striscia di Gaza. «Le nostre truppe hanno il controllo dell’asse Morag, che è un secondo corridoio Philadelphi», annuncia. L’asse Morag, che prende il nome da una colonia israeliana presente a Gaza fino al 2005, segue una via trasversale che taglia Rafah da Khan Yunis, cioè il sud dal centro. Il centro della Striscia è già separato dal nord dal corridoio Netzarim, anch’esso sorvegliato dall’Idf. «Stiamo cambiando marcia», spiega il premier dello Stato ebraico, che il 19 marzo ha rotto la tregua. «Abbiamo diviso la Striscia, così Hamas ci riconsegnerà gli ostaggi. Più si rifiutano di farlo, più aumenteremo la pressione». Su un piano strategico, l’idea di fondo è spingere gli sfollati nella zona centrale.
I media palestinesi registrano bombardamenti su Jabalia, Rafah e Khan Yunis: 68 le vittime, tra cui 19 in una clinica dell’Unrwa. Le famiglie dei 59 ostaggi (vivi e morti) si dicono inorridite: «Invece di assicurare il ritorno a casa dei nostri cari col negoziato, il governo israeliano manda altri soldati a Gaza a combattere nelle stesse zone dove hanno già combattuto». La 36° divisione è entrata a Rafah, come un anno fa. Ad accrescere la tensione, ieri, la provocazione del ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir di salire alla Spianata delle Moschee, luogo sacro per i musulmani.