NEW YORK – Il dazio è tratto e Donald Trump è più ottimista che mai. «L’intervento è finito! Il paziente è sopravvissuto e la prognosi dice che sta guarendo e sarà più forte, più grande e più resiliente di prima. Stiamo facendo l’America grande di nuovo!!!», ha cinguettato ieri, in un post zeppo di punti esclamativi pubblicato di buon mattino sul suo social Truth, paragonando l’America a un malato convalescente, mentre, novello Nerone, assisteva dalla residenza di Mar-a-Lago - dove si è ritirato dopo l’annuncio - al rogo di 2mila miliardi di dollari dallo S&P 500 provocato dai nuovi tributi.
«Fedele al suo istinto e al suo stomaco The Donald va avanti per la sua strada», scriveva ieri il New York Times. Lui, ai giornalisti che lo accompagnavano sull’Air Force One, ha ostentato sicurezza. Dopo aver ricordato di essere vicino alla vendita di TikTok, ha affermato: “La risposta dei mercati era attesa. Il Paese esploderà, ci sarà un boom e nelle nostre casse arriveranno 6-7mila mi…
NEW YORK – Il dazio è tratto e Donald Trump è più ottimista che mai. «L’intervento è finito! Il paziente è sopravvissuto e la prognosi dice che sta guarendo e sarà più forte, più grande e più resiliente di prima. Stiamo facendo l’America grande di nuovo!!!», ha cinguettato ieri, in un post zeppo di punti esclamativi pubblicato di buon mattino sul suo social Truth, paragonando l’America a un malato convalescente, mentre, novello Nerone, assisteva dalla residenza di Mar-a-Lago - dove si è ritirato dopo l’annuncio - al rogo di 2mila miliardi di dollari dallo S&P 500 provocato dai nuovi tributi.
«Fedele al suo istinto e al suo stomaco The Donald va avanti per la sua strada», scriveva ieri il New York Times. Lui, ai giornalisti che lo accompagnavano sull’Air Force One, ha ostentato sicurezza. Dopo aver ricordato di essere vicino alla vendita di TikTok, ha affermato: “La risposta dei mercati era attesa. Il Paese esploderà, ci sarà un boom e nelle nostre casse arriveranno 6-7mila miliardi”. Poi ha aggiunto sibillino: “Sono disposto a trattare solo se i Paesi mi offrissero qualcosa di fenomenale”. Intanto in tv mandava i suoi collaboratori, affidando loro il compito di rispondere agli analisti impegnati a sventolare lo spauracchio della recessione: e “vendere” agli americani quella che ha ribattezzato «la nostra rivoluzione d’indipendenza economica». Col figlio Eric ad alimentare il surreale clima da reality show già creato dall’evento nel giardino delle rose della Casa Bianca attentamente coreografato con gli operai in prima fila, elargendo - sempre via social - suggerimenti da contest televisivo agli alleati sconfitti: «Venite a negoziare con mio padre. Il primo ad arrivare vince, l’ultimo perde tutto».
E pazienza se gli economisti ieri hanno contestato i metodi di calcolo usati da Trump, col Nobel per l’economia Paul Krugman a bollare come «stupide» le percentuali d’imposta che l’amministrazione sostiene aver basate su quanto gli altri ricavano dai prodotti Usa, nonostante i dati reali dimostrano il contrario. Il Washington Post ha pubblicato il fact-ckecking del discorso dove The Donald ha dipinto il suo paese come povero e depredato, mentre in realtà ha il Pil pro capite più alto al mondo. E i supermercati si sono riempiti di gente corsa a far scorta di caffè, vino e cioccolata, prima che i prezzi già alle stelle salgano ancora. «Fidatevi del presidente, la sua è una politica del buon senso» ha ugualmente insistito la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, davanti alle telecamere di Cnn: una delle rare interviste concesse alla rete liberal, dimostrazione di quanto l’amministrazione questa volta voglia far arrivare il proprio messaggio a tutti. Evidentemente conscia dell’impopolarità delle nuove gabelle globali, bocciate dal 55 per cento degli americani mentre solo il 38 le approva (dati di un sondaggio Cbs/YouGov pubblicato lunedì).
Ecco perché Leavitt ha anche lanciato un avvertimento minaccioso agli investitori di Wall Street e a quei governi stranieri che già si ribellano: «Questa è un’emergenza nazionale. Non scommettete contro di noi». Presumibile ammonimento al vicino Canada, pronto a rispondere con dazi del 25 per cento sulle auto Usa, non incluse nel trattato commerciale tra Washington, Ottawa e il Messico. E forse pure ai quattro senatori repubblicani che un’ora dopo il varo delle nuove tariffe hanno votato con i democratici a favore di una risoluzione volta a tutelare almeno il vicino e storico alleato canadese: facendola passare 51 a 48. Un dissenso destinato a rimanere meramente simbolico, perché sarà certo bocciata alla Camera (e se pure dovesse passare, Trump lo ha già promesso: imporrà il veto).
Sempre attraverso le tv, un generalizzato invito alla calma è arrivato pure dal Segretario al Tesoro Scott Bessent: «Consiglio a tutti di non reagire. Stiamo a vedere come va. Se vi opponete è peggio. Ci sarà un’escalation». Mentre è toccato al responsabile del Commercio Howard Lutnick rincarare la dose: «Non ci saranno marce indietro, Trump è molto determinato. L’economia mondiale è rotta, lasciate che l’aggiusti». Poi, interrogato dai giornalisti, ha smentito - ma solo in parte - le analisi di chi ritiene che uno degli scopi delle nuove gabelle sia indebolire il dollaro: «Il nostro è un piano per gli americani non per la moneta». Ammettendo però che se il biglietto verde perde valore «per noi sarà più facile esportare».
Intanto ritrovano grinta pure gli intorpiditi democratici, risvegliati dal discorso-maratona del senatore Cory Booker che fra lunedì e martedì ha parlato per 25 ore consecutive contro le politiche di Trump. Si schierano compatti contro la guerra commerciale che il presidente ha dichiarato al mondo: «Un’enorme tassa sulle famiglie americane più povere che serve solo ad aiutare i miliardari a pagare meno tasse» denuncia il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer: «Tutti gli americani dovrebbero reagire indignati».