ZAPORIZHZHIA – A Zaporizhzhia, al civico 13 di Nezalezhnoi Ukrainy, c’è un vecchio edificio socialista scalcinato, con gli scalini all’ingresso aggiustati alla bell’e meglio, e bandiere e stendardi legati con un nodo. Di fronte, due furgoncini ambulanti collegati a generatori elettrici emettono fumo da una piccola ciminiera: “Boulanger sans Frontiers”, una ong francese sta panificando per poi procedere alla distribuzione. Siamo nella sede in esilio della giunta comunale di Energodar, la località in cui ha sede la centrale nucleare più grande d’Europa. La gente fuori è in coda per gli aiuti. Un signore trapana e inchioda bancali per trasformarli in sedute. Tutt’intorno c’è un gran da fare, in questo microcosmo che dentro di sé riassume l’intera sfida di un cessate il fuoco in Ucraina.
I negoziati per la tregua permanente continuano con il viaggio dell’inviato russo Dimitrev a Washington. Dai primi scambi tra le super potenze è emerso chiaro che in questa regione ricca di industri…
ZAPORIZHZHIA – A Zaporizhzhia, al civico 13 di Nezalezhnoi Ukrainy, c’è un vecchio edificio socialista scalcinato, con gli scalini all’ingresso aggiustati alla bell’e meglio, e bandiere e stendardi legati con un nodo. Di fronte, due furgoncini ambulanti collegati a generatori elettrici emettono fumo da una piccola ciminiera: “Boulanger sans Frontiers”, una ong francese sta panificando per poi procedere alla distribuzione. Siamo nella sede in esilio della giunta comunale di Energodar, la località in cui ha sede la centrale nucleare più grande d’Europa. La gente fuori è in coda per gli aiuti. Un signore trapana e inchioda bancali per trasformarli in sedute. Tutt’intorno c’è un gran da fare, in questo microcosmo che dentro di sé riassume l’intera sfida di un cessate il fuoco in Ucraina.
I negoziati per la tregua permanente continuano con il viaggio dell’inviato russo Dimitrev a Washington. Dai primi scambi tra le super potenze è emerso chiaro che in questa regione ricca di industrie e risorse, si giocherà il futuro dell’architettura della sicurezza globale. La Russia ha annesso unilateralmente Zaporizhzhia nel 2022, ma attualmente controlla il 75% della regione. Il capoluogo, adagiato sulla sponda occidentale del fiume Dnipro, rimane sotto controllo ucraino. Il nemico è alle porte: Mosca ha stabilito una base militare chiave dentro alla centrale nucleare di Energodar situata sull’altra sponda. Da qui bombarda continuamente la cittadina di Nikopol, senza che Kiev possa rispondere adeguatamente: il rischio è un disastro nucleare. Donald Trump, che ha l’ambizione di ergersi ad ago della bilancia nel conflitto, ha osato la proposta: potrebbero essere gli Stati Uniti a prendere il controllo della centrale in caso di cessate il fuoco.
All’interno dell’atrio dell’edificio i volontari distribuiti su sette scrivanie attendono gli sfollati interni della regione. Tutt’intorno, cisterne d’acqua potabile, scatole di provviste, e stand di abiti. Dmitry Orlov, sindaco in esilio di Energodar ci riceve in un piccolo ufficio a pianterreno.
«In un accordo di cessate il fuoco permanente Energodar dovrebbe essere de-occupata. La minaccia nucleare è un’arma nelle mani dei russi ed è solo questione di tempo fino a quando ci sarà un disastro: di fatto è già stato sfiorato in otto occasioni», alle sue spalle un enorme basso rilievo riproduce l’Ucraina suddivisa in regioni, nei confini precedenti al 2014. «Se gli Stati Uniti vogliono essere arbitro in questa partita la loro presenza è benvenuta: la centrale però deve rimanere sotto bandiera ucraina e collegata alla rete del nostro Paese. Noi abbiamo anche i tecnici e le competenze per farla funzionare».
Prima dell’inizio della guerra vi lavoravano 11mila persone. Ora sono solo 2mila. La Russia tuttavia ha un piano per integrarla alla propria rete nel 2028.
Nella fila degli aiuti, in tanti hanno vissuto il referendum di agosto 2022 sull’altro lato. «Quel giorno i russi pattugliavano le strade con i fucili», ricorda Anna, una signora di 62 anni, «c’erano dei nostri concittadini ad aiutarli. Ho osato dire loro: “Ma perché lo state facendo”. È in quel momento che mi è stato consigliato di evacuare». Di 53mila abitanti che risiedevano nella località ora ce ne sono all’incirca 10mila, «e non possono parlare liberamente. La gente scompare. I cadaveri emergono nel fiume. C’è una centrale elettrica dove sospettiamo vengano cremati corpi», Pavel ha 70 anni occhi azzurrissimi e un basco in tweed, dall’altra parte del fiume ha lasciato suo figlio.
La scorsa settimana a Parigi, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha denunciato il rischio di un’imminente «offensiva russa di primavera», se i negoziati non dovessero arrivare presto a una svolta. E ha indicato Zaporizhzhia come cuore di un nuovo fronte caldo. Ci si aspetta qui la tempesta: la Russia ha ammassato forze significative, con stime fino a 70mila truppe, 300 carri armati e 700 veicoli blindati vicino a Orikhiv. Vladyslav Voloshyn, portavoce delle forze armate del sud, ammette a Repubblica gli avanzamenti, ma per ora parla di “offensiva strisciante”: «Con l’artiglieria attaccano le nostre posizioni, poi alzano i droni in volo e colpiscono ciò che resta. Con l’electronic warfare creano i corridoi in cui avanzare. Seguono piccoli gruppi con i blindati. Infine gruppi ancora più piccoli spesso in moto si spingono più avanti possibile e attendono i rinforzi».
Ivan Fedorov era sindaco di Melitopol quando la città è caduta. È stato prigioniero di Mosca e ora, a soli 35 anni, governa Zaporizhzhia: «Esistono piani di evacuazione e li aggiorniamo continuamente. Tanto per un incidente con la centrale come per un’intensificazione dei combattimenti», spiega a Repubblica. «Sappiamo che Putin vorrebbe prendere l’intera regione e il Paese, ma non ci riuscirà. Le condizioni per un vero negoziato ci sono. Abbiamo bisogno degli alleati per farlo dalla posizione migliore».
La calma è solo apparente. Nel ristorante italiano “Bella vita” le signore con la messa in piega si intrattengono in chiacchiere. Al caffè “Old rabbit”, una giovane barista in un camicione a quadri cambia dischi di rock alternativo. Coppie di amiche passeggiano per il parco. Ma basta chiedere per capire che nessuno si sente al sicuro: «Mi chiamo Vladimir come Putin ma vorrei vederlo morto», per questo signore di 59 anni nulla è normale: «È impossibile dormire, il ronzio dei droni è costante. Un mese fa ero seduto vicino alla chiesa. Venti minuti dopo è caduta una bomba teleguidata. L’ho scampata per un pelo». «È la condanna di trovarsi sul fronte dall’inizio della guerra, gli attacchi sono continui», Anastasya, 21 anni, un lavoro nell’It: «Sappiamo che vogliono annetterci e sono pronti a tutto». Mentre il mondo osserva, a Zaporizhzhia si vive in bilico: la tregua è all’orizzonte, ma l’incubo peggiore è alle porte.