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Il video shock inchioda Israele. L’Idf sparò sui soccorritori a Gaza

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Il filmato girato da un paramedico a bordo mostra le ambulanze con lampeggianti e sirene. Smentita la versione ufficiale. Fu una strage: in 15 uccisi e sepolti in una fossa comune
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GERUSALEMME – Erano ambulanze e si vedeva anche al buio, perché avevano i lampeggianti accesi. Erano paramedici e si vedeva anche al buio, perché le divise della Mezzaluna rossa riflettevano la luce dei fanali. Erano soccorritori che andavano a recuperare i cadaveri di altri soccorritori, e si vedeva anche se il sole non era sorto. Il 23 marzo scorso la scena, lungo una strada poco fuori Rafah, appariva chiara come il crimine che di lì a poco vi sarebbe stato compiuto.

Rafah, video di un operatore ucciso smentisce l'Idf: le ambulanze erano perfettamente riconoscibili

L’esercito israeliano ha sparato sulla Croce Rossa palestinese e c’è una prova incontrovertibile: un filmato di sette minuti, ritrovato nel telefono di uno dei 15 operatori palestinesi uccisi e poi sepolti in una fossa comune, frantuma la versione diffusa dalle forze armate dello Stato ebraico. Non è vero ch…

GERUSALEMME – Erano ambulanze e si vedeva anche al buio, perché avevano i lampeggianti accesi. Erano paramedici e si vedeva anche al buio, perché le divise della Mezzaluna rossa riflettevano la luce dei fanali. Erano soccorritori che andavano a recuperare i cadaveri di altri soccorritori, e si vedeva anche se il sole non era sorto. Il 23 marzo scorso la scena, lungo una strada poco fuori Rafah, appariva chiara come il crimine che di lì a poco vi sarebbe stato compiuto.

Rafah, video di un operatore ucciso smentisce l'Idf: le ambulanze erano perfettamente riconoscibili

L’esercito israeliano ha sparato sulla Croce Rossa palestinese e c’è una prova incontrovertibile: un filmato di sette minuti, ritrovato nel telefono di uno dei 15 operatori palestinesi uccisi e poi sepolti in una fossa comune, frantuma la versione diffusa dalle forze armate dello Stato ebraico. Non è vero che quei veicoli «stavano avanzando in modo sospetto», non è vero neppure che erano a fari spenti. Gli stemmi erano visibili, non ci si poteva sbagliare.

(afp)

Il video è stato girato con un telefonino da uno dei sanitari a bordo dell’auto che sta seguendo il convoglio dei soccorritori giunto ad Hashashin, una località a nord-ovest di Rafah, per recuperare un’ambulanza attaccata un paio d’ore prima dall’Idf. All’orizzonte il cielo comincia a schiarire, si sente il cinguettio degli uccelli mattinieri. Quando accende la telecamera, quel paramedico non sa che sta per filmare la propria morte.

Il convoglio, composto dalla Mezzaluna Rossa, dalla Difesa civile palestinese e da una macchina delle Nazioni Unite, si è fermato. I fari e i lampeggianti sono accesi, l’ambulanza colpita è di traverso al lato della strada. Due operatori in divisa scendono, vogliono andare a vedere se ci sono sopravvissuti. Ma all’improvviso, il suono terribile e inconfondibile della pioggia di proiettili. Le immagini si fanno mosse e confuse come la mano di chi regge il telefono. Non si vede più niente, però si sente tutto. La registrazione prosegue per altri cinque minuti e sono cinque minuti di raffiche perché lì da qualche parte, avvolti nell’oscurità, i soldati della Brigata di fanteria Golani che stanno sparando sono tanti. Si ode la voce di un uomo che in arabo dice: «Ci sono gli israeliani…».

(afp)

Il paramedico, ora sì, capisce che non gli basterà il tempo per fuggire. Di istinto si mette pregare, recita la shahada, la dichiarazione di fede dei musulmani, «non c’è altra divinità se non Dio, non c’è altra divinità se non Dio, Maometto è il suo messaggero…». Si rivolge infine alla mamma con quelle che sa essere le ultime parole che pronuncerà. «Perdonami mamma, questo è il cammino che ho scelto, volevo salvare la gente...». E nulla più.

La portavoce della Mezzaluna Rossa palestinese, Nebal Farsakh, dice che quell’operatore, trovato una settimana dopo nella fossa comune scavata vicino al luogo dell’assalto, «aveva un foro di proiettile in testa». Chi ha compiuto il massacro ha provato a cancellarne le tracce, interrando con un bulldozer i resti dei veicoli e quindici cadaveri. Il 30 marzo un team di Ocha, l’organismo delle Nazioni Unite, scopre i corpi e li trasporta al Nasser Hospital di Khan Yunis. Il dottor Ahmad Dhaher, che ne esamina cinque, sostiene che le ferite siano compatibili con un’esecuzione, «colpi sparati non da una lunga distanza». Otto paramedici, sei lavoratori della Difesa civile e uno dell’Unrwa sono morti così.

Ci sono anche un disperso e un sopravvissuto, Munther Abed, che era nella prima ambulanza bersagliata. «Stavamo andando verso una casa bombardata, era un intervento su chiamata», ha raccontato. «Avevamo la sirena accesa e i lampeggianti. Siamo stati presi di mira dalle forze speciali israeliane, due miei colleghi sono morti. Sono stato interrogato e rilasciato dopo quindici ore».

Il portavoce dell’Idf, Nadav Shoshani, aveva detto che «l’esercito israeliano non attacca a caso un’ambulanza» e che erano stati eliminati dei miliziani di Hamas. Di fronte al video che lo ha smentito, mostrato all’Onu e pubblicato dal New York Times, ha poi annunciato l’apertura di ’inchiesta. In serata un ufficiale dell’Idf ha ammesso: «La dichiarazione secondo cui le ambulanze avevano le luci di emergenza spente era errata e si basava sulla testimonianza dei soldati presenti, ma non c’è stata nessuna esecuzione. I colpi non stati sparati da distanza ravvicinata». L’Idf insiste però nel dire che sei tra le persone uccise erano “operativi di Hamas”.

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