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Dazi, anche l’happy hour piange e a New York lo spritz diventa più caro

(reuters)

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NEW YORK – Nella nuova America terremotata dai dazi anche l’Happy Hour piange. Le previsioni dei barman sono infatti particolarmente fosche perché già prima di annunciare i nuovi tributi, Trump — che è astemio e indulge solo in Diet Coke — lo scorso 13 marzo aveva ipotizzato tasse addirittura al 200% sulle bevande alcoliche prodotte nei paesi dell’Unione europea se questa non avesse cancellato una tassa pianificata sul whisky americano.

La Ue aveva risposto ritardandola fino a metà aprile, ipotizzando l’avvio di negoziati specifici. Ma l’introduzione della gabella al 20 per cento rende ora quella trattativa più complicata. Il consiglio degli esperti è brutale: fate scorta perché pure i decisamente non economici cocktail (il prezzo medio fluttua dai 18 ai 25 dollari) affronteranno un’impennata di prezzi. Colpa — proprio come per l’iPhone — del costo delle materie prime. I più ordinati al bancone hanno infatti come base liquori prodotti in Europa. Alternative all’aumento sproposita…

NEW YORK – Nella nuova America terremotata dai dazi anche l’Happy Hour piange. Le previsioni dei barman sono infatti particolarmente fosche perché già prima di annunciare i nuovi tributi, Trump — che è astemio e indulge solo in Diet Coke — lo scorso 13 marzo aveva ipotizzato tasse addirittura al 200% sulle bevande alcoliche prodotte nei paesi dell’Unione europea se questa non avesse cancellato una tassa pianificata sul whisky americano.

La Ue aveva risposto ritardandola fino a metà aprile, ipotizzando l’avvio di negoziati specifici. Ma l’introduzione della gabella al 20 per cento rende ora quella trattativa più complicata. Il consiglio degli esperti è brutale: fate scorta perché pure i decisamente non economici cocktail (il prezzo medio fluttua dai 18 ai 25 dollari) affronteranno un’impennata di prezzi. Colpa — proprio come per l’iPhone — del costo delle materie prime. I più ordinati al bancone hanno infatti come base liquori prodotti in Europa. Alternative all’aumento spropositato, scrive il Washington Post sarà eliminarli o inventarne di nuovi con prodotti locali.

A rischio estinzione nei mitici bar americani ci sono dunque soprattutto due formule italianissime che negli anni recenti hanno avuto immenso successo da questa parte dell’Oceano: il veneto Spritz, realizzato al 95% con prodotti d’importazione (Aperol e prosecco, il restante 5 è acqua tonica) e il Negroni composto al 64 per cento da Campari e Vermouth, con un restante 36 di gin che arriva dalla meno tartassata Gran Bretagna. Per far bere ancora l’America bisognerà dunque rispolverare il drink Made in Usa per eccellenza: quell’Old-Fashioned caro ai gangster di Chicago nato per stemperare con zucchero e soda il gusto acido del whisky di contrabbando.

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