NEW YORK – Impoveriti, si fa per dire, dal crollo delle Borse successivo all’annuncio sui dazi che in due giorni ha incenerito oltre 5mila miliardi, i Ceo di Big Tech e Wall Street chiedono a Donald Trump di ritrovare «buon senso» e rivedere le sue politiche commerciali. Lo sostiene su Threads la celebre giornalista di tecnologia Kara Swisher: «Le mie fonti mi descrivono una passerella di importanti ceo di Silicon Valley e Wall Street, a Mar-a-Lago per leggergli il loro Riot Act». Un po’ Canossa, un po’ rivolta, cioè: giacché l’espressione inglese usata dalla reporter s’ispira a una legge britannica del 1715 ed è comunemente usata come sinonimo di rimprovero.
«Le loro donazioni milionarie a Trump si sono trasformate in perdite miliardarie», aggiung…
NEW YORK – Impoveriti, si fa per dire, dal crollo delle Borse successivo all’annuncio sui dazi che in due giorni ha incenerito oltre 5mila miliardi, i Ceo di Big Tech e Wall Street chiedono a Donald Trump di ritrovare «buon senso» e rivedere le sue politiche commerciali. Lo sostiene su Threads la celebre giornalista di tecnologia Kara Swisher: «Le mie fonti mi descrivono una passerella di importanti ceo di Silicon Valley e Wall Street, a Mar-a-Lago per leggergli il loro Riot Act». Un po’ Canossa, un po’ rivolta, cioè: giacché l’espressione inglese usata dalla reporter s’ispira a una legge britannica del 1715 ed è comunemente usata come sinonimo di rimprovero.
«Le loro donazioni milionarie a Trump si sono trasformate in perdite miliardarie», aggiunge, riferendosi ai milioni donati all’organizzazione del sontuoso insediamento presidenziale dai tanti saltati sul carro del vincitore dopo le elezioni, nella speranza d’ingraziarsi il presidente e fare buoni affari con lui. Finendo invece per essere travolti dall’autoproclamata guerra commerciale che ha provocato perdite alle loro aziende e ai patrimoni personali.
Colpiti pure i tre miliardari che l’edizione annuale della lista dei Paperoni globali pubblicata da Forbes una settimana, fa poneva sul podio dei più ricchi al mondo: Elon Musk, la cui Tesla si affida a quelle componenti importate dalla Cina ora tassate al 34 per cento, ha visto il suo conto in banca scendere di 30,9 miliardi di dollari secondo le stime di Bloomberg. Il ceo di Meta Mark Zuckerberg ne ha perso 27,34, il fondatore di Amazon Jeff Bezos 23,49.
Eppure, basta leggere i post pubblicati su Truth nelle ultime 24 ore («Resistete, il risultato sarà storico») per capire che The Donald non indietreggia. Lusingato dalla fila di questuanti che già chiedono di trattare. «Oltre 50 Paesi» fa sapere Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico della Casa Bianca, senza specificare quali. Oggi sarà a Washington il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere (anche) dei dazi al 17 per cento imposti a Israele. Ma, scrive il Financial Times citando fonti interne a Pennsylvania Avenue, «la disponibilità di Trump a prendere in mano il telefono non va confusa con negoziati seri». Convinto com’è che per far spostare attività produttive straniere negli Stati Uniti i dazi devono essere permanenti. «Proteggerà chi investe in America» conferma il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick. «Non sono cose da negoziare in giorni o settimane» aggiunge il segretario al Tesoro Scott Bessent, minimizzando i timori di recessione.
Il terremoto provocato dai dazi scava però la sua faglia anche all’interno della cerchia ristretta di Trump. Un malessere condiviso ma taciuto da molti, che sabato Elon Musk - la cui stella nell’amministrazione è offuscata, sebbene il rapporto col presidente resti solido – ha esternato a modo suo. Dopo un inusuale silenzio sulle nuove tariffe, ha infatti prima proposto «una zona di libero scambio fra Stati Uniti ed Unione europea» intervenendo in video collegamento al Congresso della Lega: una visione di mercato opposta a quella del presidente. Poi ha strigliato, sia pur solo con una battuta tagliente, il consigliere commerciale della Casa Bianca Peter Navarro: l’aggressivo falco, principale sostenitore della guerra commerciale avviata dagli Usa. Con un commento sotto il video di un’intervista alla Cnn del consigliere commerciale in difesa delle nuove gabelle, postato da una utente: «Aver preso un dottorato in economia ad Harvard può essere una cosa negativa. Porta a problemi mentali di egocentrismo».
Acida allusione al diploma conseguito da Navarro negli anni ’80. Il clamoroso dissenso pubblico verso le scelte economiche dell’amico Donald, secondo Shelby Talcott, corrispondente dalla Casa Bianca di Semafor, «ha confuso e sorpreso i membri dell’amministrazione». Lasciandoli però scettici: «È una guerra che Elon non può vincere» come le ha confidato una fonte. «Nessuno è stanco di Peter». Certo, il mal di pancia di Musk è frutto di un approccio ideologico diverso da quello protezionista dei conservatori. E fa eco a un’altra polemica interna a quell’area: sui visti facili ai lavoratori specializzati stranieri sostenuti dalla tecno-destra di Silicon Valley e aborriti dai Maga. Ma non ha digerito nemmeno i miliardi andati in fumo.