La testimonianza da Gaza: “Vogliono farci tacere, ma dopo ogni attacco la nostra voce è più forte”
di Rita BaroudDEIR-EL-BALAH — A Gaza non ci limitiamo a raccontare la guerra, la viviamo. Corriamo con la telecamera in una mano e il cuore tremante nell'altra. Sappiamo che ogni articolo o video che pubblichiamo potrebbe essere l'ultimo, come è successo oggi a Khan Younis quando Israele ha preso di mira una tenda per giornalisti vicino all'ospedale Nasser. Una tenda ben segnalata dall’etichetta “Stampa”. Uno dei nostri colleghi è stato ucciso in questo atroce attacco: Hilmi Al-Faqawi. Insieme a lui un giovane identificato come Youssef Al-Khazandar. Una decina sono rimasti feriti, alcuni in modo grave.
La tenda era rifugio nel cuore di Khan Younis, uno degli ultimi posti nella Striscia in cui pensavano di essere al sicuro. C’erano macchine fotografiche, non fucili. E taccuini al posto dei proiettili. Essere un giornalista in un Paese in guerra significa sapere che il tuo corpo potrebbe diventare il prossimo titolo di giornale, perché ogni tragedia che racconti ti avvicina pericolosamente a di…
DEIR-EL-BALAH — A Gaza non ci limitiamo a raccontare la guerra, la viviamo. Corriamo con la telecamera in una mano e il cuore tremante nell'altra. Sappiamo che ogni articolo o video che pubblichiamo potrebbe essere l'ultimo, come è successo oggi a Khan Younis quando Israele ha preso di mira una tenda per giornalisti vicino all'ospedale Nasser. Una tenda ben segnalata dall’etichetta “Stampa”. Uno dei nostri colleghi è stato ucciso in questo atroce attacco: Hilmi Al-Faqawi. Insieme a lui un giovane identificato come Youssef Al-Khazandar. Una decina sono rimasti feriti, alcuni in modo grave.
La tenda era rifugio nel cuore di Khan Younis, uno degli ultimi posti nella Striscia in cui pensavano di essere al sicuro. C’erano macchine fotografiche, non fucili. E taccuini al posto dei proiettili. Essere un giornalista in un Paese in guerra significa sapere che il tuo corpo potrebbe diventare il prossimo titolo di giornale, perché ogni tragedia che racconti ti avvicina pericolosamente a diventarne parte. Questo è il giornalista a Gaza: sia testimone che vittima.
Dopo l’attacco israeliano sulla tenda, il corpo di Ahmad Mansour — conosciuto per la sua piccola macchina fotografica e la voce pacata — ha preso fuoco davanti a tutti. I suoi occhi urlavano più forte della sua bocca. Ma nessuno poteva fare nulla. Non c'erano attrezzature di soccorso, né squadre mediche nelle vicinanze, né acqua a sufficienza per spegnere le fiamme. Il suo nome riecheggiava intorno a lui, come se gridandolo potessero spaventare la morte. Ma lui continuava a bruciare. E noi con lui, per l'impotenza.
Ahmad è ancora vivo, per ora. Le ustioni ricoprono il suo corpo, e il silenzio ha preso il posto della sua voce. Le sue condizioni sono critiche e i medici sono preoccupati. Ma noi non smettiamo di pregare. Questo attacco è stato un palese tentativo di mettere a tacere la voce di Gaza, di uccidere la verità e terrorizzare coloro che continuano a documentare. Ma ad ogni colpo, la nostra motivazione e determinazione cresce: le nostre voci sono diventate più pericolose dei loro proiettili.
I nomi di Hilmi Al-Faqawi e Youssef Al-Khazandar si sono aggiunti al registro del dolore: Ahmad Mansour, Hassan Islayeh, Ahmad Al-Agha, Mohammad Feleiq, Abdullah Al-Attar, Ihab Al-Bardini, Mahmoud Awad, Majed Qaddah, Ali Islayeh... Tutti loro erano sul campo e le loro armi erano le parole e le immagini.
Non siamo forse giornalisti? Non siamo protetti dal diritto internazionale? Questo è ciò che sostiene il mondo, ma a Gaza non si applica nessuna convenzione. Quanti quaderni intrisi di sangue prima che il mondo cominci ad accorgersene? Dal 7 ottobre, più di 210 giornalisti sono stati uccisi. In ogni angolo della Striscia, c'è una storia interrotta perché il suo narratore ha perso la vita in questa guerra.