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Alleati e finanziatori voltano le spalle a Trump: “Così rovini l’America”

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Non solo la Silicon Valley: anche petrolieri, finanzieri e senatori repubblicani cercano di frenare le tariffe. Sono la sua vera base
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NEW YORK – Con amici così, chi ha bisogno di nemici? Viene in mente questo vecchio adagio americano, quando uno vede Elon Musk che riposta la lezione di Milton Friedman contro i dazi, Bill Ackman che accusa il segretario al Commercio Lutnick di puntare sul collasso dell’economia Usa per incassare quattrini grazie ai bond, o il senatore Paul che attacca da destra Trump.

È un fatto però che alcuni dei settori politici ed economici più attivi e generosi durante le presidenziali per farlo eleggere, da “Big Oil” a certi colossi digitali, iniziano a rimpiangere l’acquisto fatto o cercano di cambiare la rotta devastante scelta con i dazi. Speravano di arricchirsi con lui, invece stanno perdendo miliardi di dollari. Ma soprattutto non condividono la strategia scelta, perché immaginavano le tariffe come strumento temporaneo per negoziare accordi commerciali favorevoli agli Usa, ma ora temono che siano invece una linea permanente, fomentata da consiglieri come Pete Navarro che sperano così di …

NEW YORK – Con amici così, chi ha bisogno di nemici? Viene in mente questo vecchio adagio americano, quando uno vede Elon Musk che riposta la lezione di Milton Friedman contro i dazi, Bill Ackman che accusa il segretario al Commercio Lutnick di puntare sul collasso dell’economia Usa per incassare quattrini grazie ai bond, o il senatore Paul che attacca da destra Trump.

È un fatto però che alcuni dei settori politici ed economici più attivi e generosi durante le presidenziali per farlo eleggere, da “Big Oil” a certi colossi digitali, iniziano a rimpiangere l’acquisto fatto o cercano di cambiare la rotta devastante scelta con i dazi. Speravano di arricchirsi con lui, invece stanno perdendo miliardi di dollari. Ma soprattutto non condividono la strategia scelta, perché immaginavano le tariffe come strumento temporaneo per negoziare accordi commerciali favorevoli agli Usa, ma ora temono che siano invece una linea permanente, fomentata da consiglieri come Pete Navarro che sperano così di mettere in ginocchio la Cina. Gente che magari non ha il potere costituzionale di fermare Trump, o tanto meno rovesciarlo, ma a lungo potrebbe contribuire a determinarne il fallimento.

L’immagine che ha colpito di più è stata quella di Musk, che ha ripubblicato il video con cui Milton Friedman, usando la catena di approvvigionamento della sua matita, aveva spiegato perché i dazi sono una fesseria. Usare l’icona dell’economia liberista contro un presidente repubblicano è il più grande affronto che si possa immaginare nel Gop, che potrebbe accelerare la rottura con Elon. Anche perché poi il fondatore di Tesla ha sparato apertamente contro Navarro, considerato il vero architetto della linea oltranzista in chiave anti cinese, dicendo che la sua laurea ad Harvard è un impedimento per il buon senso.

Il re degli hedge fund Bill Ackman aveva fatto campagna per Trump, oltre a regalargli svariati finanziamenti elettorali, ma ora chiede una pausa di 90 giorni dei dazi e accusa il segretario al Commercio Lutnick di volere il collasso dell’economia americana, perché attraverso la sua compagnia Cantor Fitzgerald fa i soldi con i bond. Il ceo di JpMorgan, Jamie Dimon, ha scritto nella lettera ai clienti che la recessione non è assicurata, ma se i dazi continueranno a lungo rovineranno le relazioni con gli alleati economici, erodendo lo «straordinario vantaggio degli Usa negli affari mondiali».

Nel frattempo, visto che anche i portafogli personali contano, Mark Zuckerberg, Larry Ellison, Jeff Bezos e lo stesso Musk hanno perso almeno 10 miliardi di dollari a testa dall’inizio della nuova amministrazione. Secondo l’ultimo Dallas Fed Energy Survey, anche i grandi petrolieri iniziano a rimpiangere gli assegni in bianco staccati per eleggere Trump, perché detestano il caos e il crollo precipitoso del prezzo del greggio, alimentato dai timori di una recessione imminente.

Pure la politica però inizia a reagire, con la fronda repubblicana che prende forma. Il senatore del Kentucky Rand Paul si è alleato col democratico Tim Kaine, per approvare una legge che blocchi i dazi al Canada, almeno fino a quando il Congresso non li autorizzi, riappropriandosi dei poteri che la Costituzione basata sui “checks e balances” gli ha affidato. Altri due colleghi del Gop, Mike Lee dello Utah e Ron Johnson del Wisconsin, hanno sollecitato Trump ad accettare l’offerta di “zero dazi” sui prodotti industriali avanzata dalla presidentessa della Commissione europea von der Leyen. «Accettiamo questo accordo, c’è molto da guadagnare», ha chiesto Lee. «Ad un certo punto devi accettare un sì come risposta», ha concordato Johnson.

Il timore degli alleati del presidente è soprattutto questo, cioè che non intenda i dazi come grimaldello temporaneo per costringere gli altri Paesi a fare concessioni commerciali ed eliminare le tariffe, ma come balzello permanente per incassare soldi e magari piegare la Cina. Col rischio, invece, di raggiungere il solo risultato di condannare gli Usa alla recessione.

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