SANTIAGO DEL CILE – Maria Avilla ha 20 anni, bussa alla porta della residenza infantile Nido della città cilena di Concepción, tenendo in mano una torta. È un pomeriggio del 2017, la donna sorride felice, mentre aspetta pazientemente che le aprano. È il compleanno di sua figlia Allyson: oggi compie 4 anni. Maria si prepara da giorni per il suo compleanno, ha scelto con cura il suo dolce preferito e le candeline del colore che piacciono a sua figlia. Quando si apre la porta, Maria si fa avanti per entrare ma la lavoratrice della residenza la blocca sulla soglia e le dice di andarsene. Maria non capisce ma lei insiste: non deve tornare più, non potrà più incontrare la sua bambina. Nonostante le proteste della madre, chiude la porta e alla donna non rimane altro che tornare a casa e piangere davanti alla torta e alle candeline che aveva comprato. Maria ancora non può saperlo, ma da quel momento in poi non saprà più nulla della sua bambina. Ora non sa sia se viva o morta, se sia in Cile o in un Paese straniero. “Io penso a lei tutti i giorni – dice oggi Maria – Non smetterò mai di cercarla e spero, un giorno, di riuscire ad abbracciarla di nuovo”.
Un caso internazionale
Da alcuni anni, in diversi Paesi del mondo, stanno scoppiando casi gravissimi legati alle adozioni internazionali. Famiglie povere a cui i figli vengono portati via in modo arbitrario per essere dati in adozione a famiglie provenienti dai Paesi più ricchi del mondo. Sono adozioni illegali e sono stati denunciati casi in molti Paesi, fra cui Yemen, Armenia, Paraguay e Brasile. Il Cile sembra non fare eccezione. Maria Avilla da anni denuncia le irregolarità avvenute durante il processo di adozione di sua figlia e non è la sola: negli ultimi 20 anni ci sono state decine di denunce pubbliche per adozioni illegali avvenute in Cile, sempre a danno di famiglie povere. Ma questo caso riguarda anche l’Italia. Negli ultimi 15 anni, il 70% dei bambini cileni dati in adozione internazionale è stato affidato a famiglie italiane. L’Italia e gli Stati Uniti sono i due Paesi che a livello mondiale adottano di più, ma in Cile il primato va decisamente agli italiani: sono ben 7 gli istituti italiani accreditati, di cui solo 5 oggi sono operativi. E gli istituti italiani che operano in Cile negli anni sono finiti al centro di diversi scandali, fra adozioni fallite nel nostro Paese e casi di bambini deceduti nelle residenze da loro gestite.
La storia di Maria Avila
Oggi Maria Avilla ha 28 anni ed è diventata di nuovo madre, ma non dimentica di avere una figlia scomparsa. La vita della donna non è mai stata facile, è diventata orfana a 11 anni ed è cresciuta in diversi orfanotrofi. Quando è rimasta incinta aveva 15 anni e non voleva che sua figlia crescesse come lei in un orfanotrofio, anche perché Maria aveva il terrore che gliela portassero via: aveva già sentito altre storie di ragazze madri i cui i figli erano stati rapiti per essere dati in adozione, senza che loro potessero fare nulla. E così, quando la bambina ha 1 anno e 4 mesi, decide di scappare ma la giustizia cilena la raggiunge e la riporta in una residenza, mentre sua figlia le viene portata via e mandata in custodia presso un’altra residenza gestita dal Sename, l’ente statale che in Cile si occupa dei minori e che da molti anni è al centro di continui scandali dovuti ai terribili abusi che soffrono i minori che vivono nelle residenze (abusi sessuali, tratte di pedofilia, bambini spariti o morti).
Maria lotta per riavere la custodia della figlia e va continuamente sia alla residenza sia nei tribunali, ma nessuno le risponde. Nella residenza la minacciano, dicendole che se fosse tornata avrebbero chiamato la polizia per farla arrestare. Non le è mai stata notificata ufficialmente l’adozione della figlia e, nonostante abbia denunciato l’illegalità di quanto le è successo e da anni lotti in tribunale con il suo avvocato, ancora oggi non sa nulla. “Io la sogno in continuazione – dice commossa – La scorsa settimana nel sogno mi diceva “Aiutami, mamma”. E io non posso fare nulla, la mia bambina è sparita, tutti si comportano come se non esistesse più. Io non vivo più perché non so se mia figlia sia viva o morta, se mangia, se la stiano trattando bene o se qualcuno le sta facendo del male”.
Dal 2010 al 2020, secondo i dati forniti dal Sename, i bambini che sono stati dati in adozione in Cile sono 4.512, di questi 844 sono stati dati a coppie straniere. I Paesi che hanno adottato bambini cileni dal 2010 al 2020 sono stati Spagna, Danimarca, Australia, USA, Belgio, Nuova Zelanda, Svezia e i Paesi che hanno ricevuto più bambini sono stati Italia, Norvegia e Francia. Ma il numero di bambini adottati in Italia è stato decisamente superiore in quei 10 anni: dal 2010 al 2020, 587 minori sono arrivati in Italia, mentre in Norvegia ne sono arrivati 95 e in Francia 91. “Il Cile ha avuto nel corso degli ultimi anni una progressiva riduzione del numero di adozioni internazionali - afferma Vincenzo Starita, vicepresidente della Cai, la Commissione adozioni internazionali - Come è accaduto in altre parti del mondo e che si deve anche allo sforzo di privilegiare l’adozione nazionale in modo che il minore possa crescere nel suo Paese d’origine”.
Ventimila bambini
Negli ultimi anni in Cile è scoppiato un grosso caso legato a 20mila bambini adottati illegalmente durante gli anni della dittatura di Pinochet. Anche in quegli anni moltissimi bambini sono stati adottati in Italia, in particolare in Sardegna (dove sono arrivati più di 500 minori). Da tempo la giustizia cilena e la Pdi (la polizia investigativa) stanno indagando sul tema, ma limitandosi (a causa di una riforma della giustizia) ai casi accaduti fino al 2004. Mentre per i casi avvenuti negli ultimi 20 anni non c’è un ente statale che stia indagando sulle adozioni irregolari in un’unica causa. Per questo motivo non ci sono dati ufficiali o statistiche su quante siano state esattamente le denunce, ma il problema sembra andare ben oltre gli anni della dittatura di Pinochet: durante questa inchiesta sono stati raccolti decine di casi, che vanno dal 2004 fino al 2024, in diverse parti del Paese.
Il caso di Yohanna Oyarzo
Uno dei casi più emblematici è accaduto nel 2014, quando una donna di nome Yohanna Oyarzo si è incatenata alla cattedrale della cittadina di Coyhaique, in piena Patagonia cilena. Yohanna denunciava l’adozione illegale dei suoi tre figli che le erano stati portati via dagli assistenti sociali dello Stato e poi affidati all’hogar Eleonora Giorgi, un orfanotrofio gestito da suor Augusta, lontana cugina di Luciano Pavarotti che aveva finanziato l’acquisto del terreno. Quando Yohanna si è incatenata, sono arrivate altre madri a denunciare le stesse pratiche irregolari.
Fra di loro c’era anche Elena Scalona, che denuncia l’adozione illegale di suo figlio avvenuta nello stesso orfanotrofio quando il bambino aveva solo due anni. Elena assicura di aver fatto tutto ciò che le veniva richiesto in tribunale per riottenere la custodia di suo figlio Diego, ma che tutto è stato inutile. Oggi la donna non sa nulla del bambino, se sia vivo o morto, se sia stato adottato in Cile o in un Paese dall’altro lato del mondo. “Io spero solo di poterlo ritrovare un giorno per raccontargli la verità: io non l’ho mai abbandonato, mai. Lui mi è stato portato via”, sussurra Elena.
Questa inchiesta giornalistica è stata realizzata grazie all'appoggio dei grant europei Journalismfund e IJ4EU, co-finanziati dall'Unione Europea