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Dazi, è tutti contro tutti nel governo americano: cresce il fronte del no

Peter Navarro, a sinistra, e Elon Musk (afp)

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La Casa Bianca annuncia: “Ci hanno chiamato 70 Paesi per trattare”. Tensioni tra i finanziatori e nell’esecutivo: Musk insulta Navarro
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NEW YORK – Quando il 2 aprile Donald Trump, lanciando la guerra commerciale al mondo, aveva annunciato il «Giorno della liberazione» dell’America, non pensava di scatenare un “liberi tutti”, con lo scontro tra i suoi più stretti collaboratori, la rivolta nel Partito repubblicano e la frustrazione dei suoi finanziatori. Ma dopo giorni tumultuosi, il tycoon ha fatto un drammatico cambio di marcia. «Il presidente Trump – ha annunciato la portavoce, Karoline Leavitt – ha ordinato di fare negoziati commerciali su misura con i singoli Paesi». La dichiarazione è arrivata in coda ad altre, dello stesso tenore: «L’approccio proattivo di Israele – ha aggiunto la portavoce – dovrebbe essere preso a modello dagli altri Paesi». Il riferimento era all’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu di eliminare «immediatamente il deficit commerciale con l’America e le barriere sugli scambi». E poi: «Ci hanno chiamato settanta Paesi per trattare». Per chiudere con: «La lite tra Elon e Peter? Sono…

NEW YORK – Quando il 2 aprile Donald Trump, lanciando la guerra commerciale al mondo, aveva annunciato il «Giorno della liberazione» dell’America, non pensava di scatenare un “liberi tutti”, con lo scontro tra i suoi più stretti collaboratori, la rivolta nel Partito repubblicano e la frustrazione dei suoi finanziatori. Ma dopo giorni tumultuosi, il tycoon ha fatto un drammatico cambio di marcia. «Il presidente Trump – ha annunciato la portavoce, Karoline Leavitt – ha ordinato di fare negoziati commerciali su misura con i singoli Paesi». La dichiarazione è arrivata in coda ad altre, dello stesso tenore: «L’approccio proattivo di Israele – ha aggiunto la portavoce – dovrebbe essere preso a modello dagli altri Paesi». Il riferimento era all’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu di eliminare «immediatamente il deficit commerciale con l’America e le barriere sugli scambi». E poi: «Ci hanno chiamato settanta Paesi per trattare». Per chiudere con: «La lite tra Elon e Peter? Sono ragazzi, li lasciamo fare».

I “ragazzi” sono Elon Musk, 53 anni, contrario ai dazi, che ha usato il suo account X seguito da 219 milioni di utenti per insultare il consigliere al commercio Peter Navarro, 75, ispiratore della guerra commerciale, chiamandolo «cretino». E aggiungendo: «È più stupido di un sacco di mattoni». L’attacco di Musk a Navarro era arrivato dopo che il consigliere commerciale di Trump, in un’intervista a Cnbc, aveva detto del miliardario sudafricano: «Alla Casa Bianca lo abbiamo capito tutti, e lo hanno capito anche gli americani che Elon è un produttore di auto, anzi, un assemblatore, e cura i propri interessi». Musk si è infuriato e ha ricordato a Navarro che Tesla è in realtà la casa automobilistica con più veicoli fatti in America.

Ma il punto sono i dazi: a parte i falchi del governo, non piacciono a nessuno. L’introduzione del 25 per cento sulle importazioni di auto dall’estero, prima di quelli sugli altri prodotti che dovevano partire alla mezzanotte di ieri, hanno alzato la tensione dentro e fuori dalla Casa Bianca. Le compagnie straniere hanno smesso di spedire auto verso gli Stati Uniti. In Canada e Messico hanno chiuso i primi stabilimenti, in Michigan molti lavoratori sono stati mandati a casa. Trump è ossessionato dalle congiure, ma non può fermare i rumors che descrivono un ambiente di tutti contro tutti. Musk è mal sopportato dal capo dello staff presidenziale Susie Wiles, e odiato dallo storico stratega di Trump, Steve Bannon, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent viene considerato troppo ambiguo: pubblicamente, dicono, sostiene la linea del presidente, in privato fa arrivare messaggi ai giornalisti sul suo malcontento. Dopo essere andato domenica nel resort di Trump in Florida, per convincerlo a trattare sui dazi, Bessent ha detto ieri di essere ottimista su possibili nuovi accordi: «Rappresentanti del Vietnam verranno qui la prossima settimana, i giapponesi vogliono trovare l’intesa. E molto presto faremo accordi con un paio di grossi partner commerciali».

Dopo giorni di oscillazioni – Trump apriva ai negoziati, il suo staff li escludeva – lunedì era arrivata la sintesi filosofica del tycoon: quando gli era sto chiesto se i dazi fossero negoziabili o permanenti, aveva risposto «entrambe le affermazioni possono essere vere». È stato il prologo all’apertura di ieri, che ha sancito il cambio di rotta per evitare l’implosione del governo, e calmare il Partito repubblicano, i cui big del Congresso sono stati ricevuti da Trump. Nell’incontro allo Studio Ovale gli hanno ricordato che anche i suoi grandi finanziatori sono frustrati. Uno di questi, il re degli hedge fund Bill Ackman, ha chiesto la sospensione di novanta giorni dei dazi e accusato il segretario al Commercio Howard Lutnick, amico di Musk, di voler speculare sul collasso americano.

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