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Dall’ambiente alla privacy: ecco i veri motivi dell’attacco di Trump all’Europa

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Più che l’entità dei dazi, nel mirino ci sono i regolamenti europei che secondo il presidente Usa ostacolano le imprese Usa e dovrebbero essere smantellati
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NEW YORK – Non è vero che l’Unione Europea applica dazi al 39 per cento, come sostiene Donald Trump nel tentativo di giustificare l’applicazione di una tariffa “reciproca” del 20 per cento sulle merci Ue che entrano negli Stati Uniti. La percentuale - secondo l’equazione pubblicata dalla Casa Bianca - è stata calcolata prendendo il deficit commerciale Usa con singoli Paesi o macroaree, e dividendolo per il totale delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Un calcolo del tutto arbitrario (e pure sbagliato, secondo gli economisti del think tank conservatore American Enterprise Institute: una delle funzioni, dicono, si basa su un valore errato).

Secondo la Commissione europea, la tariffa media imposta ai prodotti Usa è intorno all’1 per cento. In base ai calcoli dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’aliquota media è poco più alta, circa il 4,8 per cento. Come si è arrivati a quel 39 per cento, è scritto nero su bianco nel National Trade Estimate Report sulle barriere commerci…

NEW YORK – Non è vero che l’Unione Europea applica dazi al 39 per cento, come sostiene Donald Trump nel tentativo di giustificare l’applicazione di una tariffa “reciproca” del 20 per cento sulle merci Ue che entrano negli Stati Uniti. La percentuale - secondo l’equazione pubblicata dalla Casa Bianca - è stata calcolata prendendo il deficit commerciale Usa con singoli Paesi o macroaree, e dividendolo per il totale delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Un calcolo del tutto arbitrario (e pure sbagliato, secondo gli economisti del think tank conservatore American Enterprise Institute: una delle funzioni, dicono, si basa su un valore errato).

Secondo la Commissione europea, la tariffa media imposta ai prodotti Usa è intorno all’1 per cento. In base ai calcoli dell’Organizzazione mondiale del commercio, l’aliquota media è poco più alta, circa il 4,8 per cento. Come si è arrivati a quel 39 per cento, è scritto nero su bianco nel National Trade Estimate Report sulle barriere commerciali, la “Bibbia” dei dazi sventolata da Trump durante l’annuncio alla Casa Bianca di mercoledì scorso. Nelle 40 pagine dedicate all’Unione Europea, si spiega che si è tenuto conto di misure considerate dagli americani come ostacoli alle loro esportazioni: regole ambientali, sanitarie e digitali; norme anticorruzione, sulla proprietà intellettuale e l’antitrust. Insomma, quelle regole collettive che sono l’architrave della costruzione europea e che non piacciono a Trump: il quale, come ha peraltro chiarito in molte delle sue apparizioni pubbliche di questi giorni, punta a demolire la minaccia politica e commerciale rappresentata dalla Ue e dalla sua legislazione.

La legge sui servizi digitali

Entrata in vigore nel 2022, la legge sui servizi digitali regolamenta “le pratiche commerciali di alcuni grandi fornitori di servizi digitali” con “destinatari medi mensili attivi” nella Ue pari o superiori a 45 milioni. Insomma le grandi piattaforme di Big Tech: Facebook, Google, X, TikTok - tanto per citarne alcune - cui vengono imposti “obblighi di trasparenza e rendicontazione, nonché il dovere di affrontare i rischi sistemici presenti nei loro servizi”. La normativa impone, insomma, importanti operazioni di trasparenza su moderatori, raccomandazioni e dati utilizzati. La legge quella utilizzata per denunciare formalmente Meta per il pericolo di dipendenza generata fra i minori. In generale si tratta di regole scomode, che rientrano anche nell’ambito del controllo della propaganda politica e delle diffusione di “Fake News”. Non a caso, la Dsa (Digital service act, dal nome in inglese della legge) “conferisce agli Stati Membri e alla Commissione l’autorità di imporre ammende non superiori al sei per cento del fatturato annuo totale e, in alcuni casi, può imporre un’ammenda periodica fino al 5 percento del fatturato giornaliero medio globale per ogni giorno”.

Le norme alimentari

Nella loro lunga lista di lagnanze contro la Ue, gli americani contestano alcuni regolamenti sanitari europei: “Applicati oltre misura senza prove scientifiche sufficienti”. Basati, cioè, “sul fattore rischio piuttosto che sul pericolo comprovato”. Né piacciono “i molteplici regolamenti dove si mira a ridurre l’uso di pesticidi, fertilizzanti e antimicrobici nella produzione agricola”. Washington contesta anche la lentezza nell’approvazione di “colture geneticamente modificate” che - sostiene - hanno il beneficio “del ridotto uso di pesticidi”. E pure il divieto ai trattamenti di riduzione dei patogeni dagli animali che invece sono “approvati per l’uso dagli enti sanitari statunitensi”. Particolarmente sgraditi sono anche i “troppi requisiti diversi per l’etichettatura del vino”. E pure i limiti “all’uso di termini tradizionali, come ‘tawny’, ‘ruby’ e ‘chateau’», sulle etichette di vino importato. Infine, il governo americano è contrario anche a Dop (denominazione di origine controllata) e Igp (Indicazioni geografiche protette): etichette che “non garantiscono accesso al mercato” a parità di condizioni.

Privacy e appalti

Gli Stati Uniti accusano quella che definiscono “mancanza di trasparenza di alcuni processi d’appalto pubblico degli Stati membri, che rappresenta una barriera alla partecipazione delle imprese statunitensi”. Preoccupate, queste ultime, dagli “onerosi requisiti di documentazione e pregiudizi impliciti a favore di fornitori locali e altri basati sul costo più basso anziché sull’intero ciclo di vita dell’appalto”. Nel testo si cita anche il “nuovo schema di certificazione della cibersicurezza per i servizi cloud” che avrebbe requisiti troppo onerosi. Preoccupazione fra i fornitori statunitensi pure gli obiettivi di difesa: “Allocare il 50 per cento dei budget di approvvigionamento militare della Ue ad attrezzature prodotte nell’Unione entro il 2030, con un aumento al 60 percento entro il 2035”. Non basta. Fra le altre regole criticate, ci sono pure le leggi in materia di audiovisivi. Compresa - specificamente - quella italiana, che richiede che “il 50 per cento delle ore di trasmissione idonee siano di opere europee”. Nel mirino di Washington anche i limiti ai servizi di telecomunicazione, che “richiedono requisiti aggiuntivi” specialmente in materia di privacy.

La tutela ambientale.

Anche in campo ambientale gli Stati Uniti ritengono che l’Unione europea si affidi a un approccio eccessivamente “precauzionale”, “senza basi nella valutazione scientifica dei rischi effettivi di esposizione in usi specifici”. Contestano dunque le eccessive classi di pericolo e i criteri per la classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio di sostanze e miscele. Insieme alle limitazioni all’uso di sostanze a base di molecole della classe dei Pfas (sostanze poli-e per-fluoroalcaliniche): quelle, cioé, ritenute dagli studiosi “inquinanti eterni”, vale a dire che si degradano in tempi lunghissimi e possono contaminare acqua e coltivazioni. Gli Stati Uniti bocciamo pure alcuni regolamenti per gli imballaggi di plastica e per il contenimento della catena di approvvigionamento libera dalla deforestazione. Insieme ai limiti massimi di residui dei pesticidi diramati nel tentativo di proteggere gli impollinatori, in particolare le api, nei Paesi extra Ue: “Questi requisiti e la richiesta di tracciabilità non possono essere soddisfatti dalle aziende statunitensi”, lamentano con insistenza le autorità americane.

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