Kupchan: “Trump non ha una strategia, così perderà il sostegno del Paese”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK – A convincere Trump a cambiare atteggiamento sui dazi è stato l’andamento di quei mercati che nella sua carriera ha sempre monitorato. Nello specifico, l’allontanamento degli investitori dai buoni del tesoro, beni solitamente rifugio per la loro solidità. È stato il reale indicatore del crollo di fiducia verso l’economia americana». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations ed ex consigliere di Barack Obama in politica estera.
Il pressing del segretario al Tesoro Scott Bessent ha contato?
«Certo, i consiglieri con rapporti a Wall Street lo hanno privatamente invitato a prendere decisioni utili a calmare i mercati. Ma Trump decide da solo, seguendo il suo istinto ed è il profondo rosso dei mercati ad avergli fatto cambiare idea. Quanto accaduto è il segnale che decide di pancia ma non ha strategia».
Qual è la dinamica tra il falco Navarro e la colomba Bessent?
«La tensione è evidente ma nessuno da…
NEW YORK – A convincere Trump a cambiare atteggiamento sui dazi è stato l’andamento di quei mercati che nella sua carriera ha sempre monitorato. Nello specifico, l’allontanamento degli investitori dai buoni del tesoro, beni solitamente rifugio per la loro solidità. È stato il reale indicatore del crollo di fiducia verso l’economia americana». Charles Kupchan è il politologo della Georgetown University di Washington, pilastro del Council on Foreign Relations ed ex consigliere di Barack Obama in politica estera.
Il pressing del segretario al Tesoro Scott Bessent ha contato?
«Certo, i consiglieri con rapporti a Wall Street lo hanno privatamente invitato a prendere decisioni utili a calmare i mercati. Ma Trump decide da solo, seguendo il suo istinto ed è il profondo rosso dei mercati ad avergli fatto cambiare idea. Quanto accaduto è il segnale che decide di pancia ma non ha strategia».
Qual è la dinamica tra il falco Navarro e la colomba Bessent?
«La tensione è evidente ma nessuno davvero sa cosa accade dietro le porte chiuse. Abbiamo solo indiscrezioni. L’unica certezza è l’insofferenza di Musk, troppo abituato a comandare e prendere da sé le decisioni. Non mi stupidirebbe vederlo presto fuori dall’amministrazione».
Dodici deputati repubblicani erano pronti a firmare una legge per regolare i dazi.
«Non ha pesato, era una ribellione davvero piccola che Trump avrebbe bloccato col suo veto. Ormai ha centralizzato il potere nello Studio Ovale come mai prima e presenta il conto a chi si ribella. Mette sempre avanti lealtà e obbedienza».
La base del partito si fida ancora di lui?
«Arriverà il momento in cui gli elettori repubblicani non avranno più fiducia in lui: a Midterm perderà almeno la Camera. Ma non ci siamo ancora. Le conseguenze della guerra commerciale con la Cina non si sono ancora concretizzate. La perdita di fiducia avverrà quando coloro cui ha premesso una vita migliorare subiranno le conseguenze dell’aumento dei prezzi e il rallentamento dell’economia Usa. Solo allora ci saranno defezioni».
Cosa accadrà nei 90 giorni in cui i dazi reciproci resteranno in stand-by?
«Impossibile saperlo: questa amministrazione è imprevedibile, non sappiamo nemmeno cosa succederà stasera o domani. Probabilmente ci sarà uno sforzo per negoziare accordi commerciali paese per paese. Ma 90 giorni potrebbero non bastare e i mercati reagiranno».
La settimana prossima la premier italiana Giorgia Meloni sarà a Washington. Riuscirà a fare da ponte fra Stati Uniti ed Europa?
«Avere buone relazioni con Trump, che favorisce i governi europei di destra, aiuta. E le sue posizione mainstream e centriste su temi come Ucraina e Ue ne fanno una buona mediatrice. Ma Trump non costruisce relazioni solide con nessuno. Era amico di Macron e poi non più. Lo stesso con Kim Jong un e con Netanyahu. Va a fasi. Forse Meloni ripartirà da Washington con un buon risultato in tasca. Ma chissà se varrà ancora fra un mese».