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La madre del paramedico che ha filmato la strage dell’Idf: “Il mondo ora sa come ci uccidono a Gaza”

Refaat Radwan 

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Intervista alla mamma di Refaat Radwan, il 23enne che col telefono ha documentato il raid israeliano contro il convoglio della Mezzaluna Rossa. Prima di morire ha chiesto alla donna il suo perdono. “Certo che lo perdono ma vorrei che fosse qui”
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GERUSALEMME - Perdonami mamma perché mi stanno uccidendo. Nell’ultimo minuto di vita, il giovane paramedico Refaat Radwan ha raccomandato l’anima a Dio ma il perdono lo ha chiesto a sua madre Zahra. Le ha chiesto scusa per aver peccato. Di altruismo. “Perdonami mamma, questo è il percorso che ho scelto, aiutare gli altri…”, ha detto il 23 enne, mentre i soldati israeliani crivellavano di colpi l’ambulanza della Mezzaluna Rossa su cui stava viaggiando.

È Refaat Radwan che ha avuto l’istinto, la forza e il coraggio di filmare col telefono un assalto ingiustificato che ha tutti i connotati del crimine di guerra (15 volontari palestinesi ammazzati mentre stavano andando a fare un soccorso), consumatosi all’alba del 23 marzo lungo una strada poco fuori da Rafah. Le ambulanze avevano i lampeggianti accesi ed erano riconoscibili, si è visto nel video. Poi il buio e i suoni terribili, la pioggia di ferro sulle lamiere, le preghiere di Refaat, i proiettili come ultimo rosario. “Certo che …

GERUSALEMME - Perdonami mamma perché mi stanno uccidendo. Nell’ultimo minuto di vita, il giovane paramedico Refaat Radwan ha raccomandato l’anima a Dio ma il perdono lo ha chiesto a sua madre Zahra. Le ha chiesto scusa per aver peccato. Di altruismo. “Perdonami mamma, questo è il percorso che ho scelto, aiutare gli altri…”, ha detto il 23 enne, mentre i soldati israeliani crivellavano di colpi l’ambulanza della Mezzaluna Rossa su cui stava viaggiando.

È Refaat Radwan che ha avuto l’istinto, la forza e il coraggio di filmare col telefono un assalto ingiustificato che ha tutti i connotati del crimine di guerra (15 volontari palestinesi ammazzati mentre stavano andando a fare un soccorso), consumatosi all’alba del 23 marzo lungo una strada poco fuori da Rafah. Le ambulanze avevano i lampeggianti accesi ed erano riconoscibili, si è visto nel video. Poi il buio e i suoni terribili, la pioggia di ferro sulle lamiere, le preghiere di Refaat, i proiettili come ultimo rosario. “Certo che lo perdono, ma vorrei che fosse qui con me…”, dice Zahra Radwan, 55 anni, ancora sconvolta. “Le sue parole sono nella mia testa, continuo a sentirle in ogni momento della giornata”. La donna parla con Repubblica dal sud della Striscia di Gaza. E il telefono che usa è quello di Refaat.

Chi era suo figlio?

“Un ragazzo pacifico a cui piaceva vedere la gente felice. E se la gente non era felice, allora cercava di alleviare il dolore. Una vocazione che era chiara fin da quando aveva finito la scuola superiore, perciò si era messo in testa di fare il volontario della Mezzaluna Rossa. E io l’ho incoraggiato perché sapevo che stava seguendo la sua natura. Ma poi è cominciata la guerra, e tutto si è fatto molto pericoloso, anche salvare le vite degli altri”.

Ha provato a dissuaderlo?

“Ero molto preoccupata per ciò che stava facendo, gli dicevo di stare attento. Ai suoi occhi devo essergli sembrata cauta. Ma io sapevo che lavorare nella Mezzaluna Rossa era il suo sogno e non l’ho ostacolato”.

Ha visto il video?

“Non tutto, non ci riesco. Mi fermo a metà. Come può una mamma guardare il film dell’assassinio a sangue freddo del proprio figlio?”

Ha chiesto il suo perdono.

“Quando l’ho sentito invocare il mio perdono, una mano invisibile mi ha preso il cuore e se l’è portato via, lontano, in un luogo che non so come raggiungere. Certo che lo perdono, l’amore mio Refaat…”.

Cosa sa del 23 marzo?

“Poco, non ho voluto conoscere i dettagli. È tutto troppo doloroso. So che quando Refaat è uscito con l’ambulanza indossava l’uniforme, aveva i documenti di identità e i veicoli avanzavano nel buio con le luci accese. Quelle erano solo ambulanze e quelli erano solo paramedici che andavano a salvare chi aveva bisogno”.

Per sette giorni, dal 23 al 30 marzo, non si è saputo niente di ciò che era successo. Cosa ha fatto?

“Sono stati sette giorni di preghiera e vana speranza. Si erano persi i contatti e io pregavo che Refaat fosse stato arrestato, o che avesse finito le batterie del telefono. Quando mi hanno detto che avevano trovato il suo corpo nella fossa comune, la vita si è fermata”.

Suo figlio è riuscito a girare quel filmato che ha mostrato a tutti la verità sulla strage. Cosa ha pensato?

“Sono orgogliosa di lui. Il mondo deve vedere che a Gaza la gente viene uccisa senza motivo, l’eco di questo crimine deve risuonare in tutto il pianeta. Spero che serva a fermare la guerra. Ma dov’è il mondo? Perché non fa niente?”.

Il telefono a cui l’abbiamo chiamata è quello di Refaat?

“Sì. Sto usando il suo telefono e il suo numero. Dentro di me mi illudo di ricevere una chiamata da lui. Ma lui non mi chiamerà più”.

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