La corsa per salvare l’ultima grande acciaieria del Regno Unito
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Salvate l’ultima grande acciaieria della patria della Rivoluzione industriale. Si chiama British Steel, ma a dispetto del nome è di proprietà cinese, la Jingye, per cui gli altiforni “non sono più sostenibili dal punto di vista finanziario”. Allora il governo britannico di Keir Starmer ha deciso di prendere l’iniziativa, richiamando eccezionalmente il Parlamento britannico per oggi dalla pausa pasquale, e ha votato oggi una legge di emergenza per prendere il controllo e salvare lo stabilimento di Scunthorpe, nel nord operaio inglese del Lincolnshire, e i suoi 2.700 posti di lavoro.
Ma non si tratta “soltanto" di salvare il lavoro degli operai. I due enormi altiforni di Scunthorpe sono gli unici rimasti nel Regno Unito a produrre acciaio di prima fusione che viene utilizzato soprattutto per costruzioni di edifici e infrastrutture. Un tipo di metallo che presenta meno imperfezioni rispetto all’acciaio riciclato prodotto altrove nel Paese.
LONDRA - Salvate l’ultima grande acciaieria della patria della Rivoluzione industriale. Si chiama British Steel, ma a dispetto del nome è di proprietà cinese, la Jingye, per cui gli altiforni “non sono più sostenibili dal punto di vista finanziario”. Allora il governo britannico di Keir Starmer ha deciso di prendere l’iniziativa, richiamando eccezionalmente il Parlamento britannico per oggi dalla pausa pasquale, e ha votato oggi una legge di emergenza per prendere il controllo e salvare lo stabilimento di Scunthorpe, nel nord operaio inglese del Lincolnshire, e i suoi 2.700 posti di lavoro.
Ma non si tratta “soltanto" di salvare il lavoro degli operai. I due enormi altiforni di Scunthorpe sono gli unici rimasti nel Regno Unito a produrre acciaio di prima fusione che viene utilizzato soprattutto per costruzioni di edifici e infrastrutture. Un tipo di metallo che presenta meno imperfezioni rispetto all’acciaio riciclato prodotto altrove nel Paese.
Per Londra, British Steel è un asset assolutamente strategico, in un mondo sempre più instabile e imprevedibile. “La produzione dell’acciaio è essenziale per il nostro futuro”, ha dichiarato ieri il primo ministro Starmer in un messaggio registrato a Downing Street, e “agirò sempre nell’interesse nazionale per proteggere i lavoratori britannici. Qui ci sono in gioco posti di lavoro, investimenti, crescita e la nostra sicurezza economica e nazionale”.
Al momento, quella del governo non è ancora una nazionalizzazione vera e propria. Si tratta invece di una legge di emergenza che permetterà al governo di prendere momentaneamente il controllo di British Steel e di non far chiudere l’acciaieria, il cui rischio è imminente. Anche perché, dal punto di vista tecnico, se nel frattempo gli altiforni si spegnessero, sarebbe ancora più costoso e impegnativo riattivarli. Tuttavia, come ha sottolineato lo stesso Starmer, “tutte le opzioni restano sul tavolo”.
La dirigenza cinese di Jingye, che ha acquistato British Steel nel 2020 salvandola dal fallimento, sostiene di aver investito oltre 1,2 miliardi di sterline per mantenere operative le attività dello stabilimento di Scunthorpe. Ma oggi dice di subire perdite finanziarie di circa 700mila sterline al giorno. Per questo, Jingye ha comunicato al governo di non aver intenzione di continuare a reperire le materie prime per far continuare la produzione, come il carbone coke. Lo scorso mese, l'azienda ha annunciato piani di licenziamenti a Scunthorpe, attribuendo la decisione a condizioni di mercato “estremamente difficili”, dazi e costi legati alle tecniche di produzione a basse emissioni.
Per il governo Starmer, la nuova legge darebbe all'esecutivo il potere di ordinare le materie prime necessarie per mantenere attivi i due altiforni dello stabilimento, che altrimenti rimarrebbero senza forniture. Ciò consentirebbe inoltre ai ministri di dare indicazioni al consiglio di amministrazione e garantirebbe che i lavoratori possano essere reintegrati se licenziati, "contravvenendo agli ordini della proprietà cinese”. Sinora, le trattative tra governo e azienda si sono rivelate un buco nell’acqua. A quanto si apprende, per l’esecutivo i cinesi non sono più partner affidabili.
Il Parlamento è stato convocato l’ultima volta da una pausa programmata nell’agosto 2021, per discutere del ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Dal Dopoguerra, ci sono state solo cinque occasioni in cui si è riunito di sabato, a dimostrazione dell’importanza che il governo attribuisce a questa legge. Se lo stabilimento cessasse la produzione di acciaio di prima fusione, il Regno Unito diventerebbe l’unico Paese G7 a non avere più la capacità di produrlo. Una prospettiva che il governo considera una minaccia alla sicurezza economica a lungo termine del Paese e che sarebbe anche una umiliazione per il Paese simbolo delle rivoluzioni industriali dei secoli scorsi.
Eppure, la produzione siderurgica del Regno Unito è in calo da decenni e le pressioni economiche sul settore si sono aggravate a marzo, quando gli Stati Uniti di Donald Trump hanno imposto dazi del 25% sull’acciaio importato. Tata Steel a Port Talbot, in Galles, era un tempo il più grande produttore di acciaio di prima fusione del Regno Unito. Ma ha spento il suo altiforno a settembre 2024, dichiarando una perdita di 1,7 milioni di sterline al giorno.
Come ricorda al Bbc, nel 2023 il settore siderurgico britannico ha contribuito per 2,3 miliardi di sterline all’economia del Regno Unito – pari allo 0,1% della produzione economica totale e all’1% della produzione manifatturiera. Nello stesso anno, il Regno Unito ha prodotto 5,6 milioni di tonnellate di acciaio grezzo, pari allo 0,3% della produzione mondiale. In confronto, nel 2023 la Cina ha prodotto oltre mille milioni di tonnellate, ovvero il 54% della produzione globale annuale, mentre l'Ue 126 milioni di tonnellate, ovvero il 7% del totale mondiale.