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Regalo alla Silicon Valley, Trump grazia l’hi tech dai super dazi contro la Cina

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Marcia indietro sulle tariffe del 145% su telefonini, chip, computer e non solo. Punto a favore di Pechino. L’ira degli altri settori industriali non esentati
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NEW YORK – Donald Trump salva le compagnie tecnologiche americane, esentando i loro prodotti dai dazi contro la Cina. Una scelta sensata dal punto di vista economico, per evitare i contraccolpi più pesanti delle sue guerre commerciali, che però evidenzia ancora di più la debolezza di Washington nel braccio di ferro con Pechino e rischia di urtare la sua base elettorale, irritata dal favore concesso ad un settore industriale degli Stati Uniti, ma negato ad altri. Basti pensare ad esempio a cosa diranno gli operai del comparto automobilistico, in Stati chiave per le presidenziali come il Michigan o l’Ohio.

Già venerdì sera, tornando a Mar a Lago dal check up medico annuale nell’ospedale militare Walter Reed, il capo della Casa Bianca aveva accennato alla possibilità di fare concessioni. In serata poi è arrivato l’ordine, attraverso la U.S. Custom and Border Protection, che escludeva dalle “tariffe reciproche” del 145% smartphone, computer, transistor, semiconduttori, chip e molti altri…

NEW YORK – Donald Trump salva le compagnie tecnologiche americane, esentando i loro prodotti dai dazi contro la Cina. Una scelta sensata dal punto di vista economico, per evitare i contraccolpi più pesanti delle sue guerre commerciali, che però evidenzia ancora di più la debolezza di Washington nel braccio di ferro con Pechino e rischia di urtare la sua base elettorale, irritata dal favore concesso ad un settore industriale degli Stati Uniti, ma negato ad altri. Basti pensare ad esempio a cosa diranno gli operai del comparto automobilistico, in Stati chiave per le presidenziali come il Michigan o l’Ohio.

Già venerdì sera, tornando a Mar a Lago dal check up medico annuale nell’ospedale militare Walter Reed, il capo della Casa Bianca aveva accennato alla possibilità di fare concessioni. In serata poi è arrivato l’ordine, attraverso la U.S. Custom and Border Protection, che escludeva dalle “tariffe reciproche” del 145% smartphone, computer, transistor, semiconduttori, chip e molti altri prodotti elettronici. Per limitare il danno d’immagine, la portavoce Leavitt ha poi precisato che in seguito «saranno sottoposti a misure specifiche».

La ragione di questa ennesima retromarcia non è difficile da capire. La Apple, per esempio, produce l’80% dei suoi iPhone in Cina. Secondo alcune stime, la guerra commerciale scatenata da Trump avrebbe fatto salire il prezzo dei suoi cellulari fino a 3.500 dollari l’uno, mettendoli fuori mercato per tanti consumatori americani, già preoccupati dal rischio che una recessione imminente li lasci senza lavoro e stipendio. Di conseguenza, nei quattro giorni seguiti all’annuncio dei nuovi super dazi contro la Repubblica popolare la compagnia di Cupertino ha perso 773 miliardi di valore in Borsa. E questo è solo un esempio, perché lo stesso discorso riguarda altri colossi come Nvidia, Microsoft, Dell, HP, insomma la parte più dinamica, produttiva e ricca dell’economia americana. L’intera Silicon Valley, in altre parole.

Il capo della Casa Bianca ha compreso l’enorme danno che stava provocando e ha fatto marcia indietro. Così però si è esposto a due problemi, oltre alla brutta figura di dover nuovamente tornare sui propri passi. Il primo riguarda la politica interna. Il senatore democratico Chris Murphy ha subito attaccato il favore: «Un regime che ricompensa le grandi compagnie come la Apple, che possono dare giganteschi contributi elettorali a Trump». A questo va aggiunto il risentimento degli operai di altri settori, che non riceveranno lo stesso trattamento privilegiato.

Il secondo problema è geopolitico, perché il presidente ha dimostrato ancora una volta di avere una “soglia del dolore”, come l’ha definita il New York Times, più bassa del rivale Xi. Trump in sostanza può fare il gradasso, ma poi gli Usa restano una democrazia, i mercati reagiscono come credono, i consumatori smettono di comprare in un’economia che per due terzi è basata sulle loro spese, e gli elettori registrano gli effetti nel portafoglio, ricordandosene poi alle urne. Ciò rende il leader americano più debole di quello cinese che, a meno di una rivoluzione, può permettersi di ignorare le sofferenze della sua popolazione. Non che Pechino sarebbe contenta di precipitare nella recessione, ma protagonisti di Wall Street come Larry Fink temono che Washington ci sia già caduta, e non sarà facile per Trump spiegare perché ha deciso di imporre questo dolore non necessario ai propri cittadini.

A ciò vanno sommati i dubbi sulla logica della guerra commerciale. Il segretario al Commercio Lutnick ha detto che i dazi sono essenziali, perché grazie a loro «un esercito di milioni e milioni di esseri umani che avviteranno gli iPhone sta tornando in America». Ammesso che ciò accada e le tariffe rilancino la manifattura negli Usa, nonostante gli enormi costi, è davvero questo il sogno degli americani per la nuova “età dell’oro” dei loro figli? Avvitare le viti degli iPhone al posto dei cinesi?

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