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Tra i veleni delle miniere ucraine paura e rassegnazione: “Cederemo le terre rare”

(Foto: Gabriella Colarusso) 

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Il Kirovohrad, la regione ricca di giacimenti ambiti da Trump, lotta contro l’inquinamento, la guerra e l’incertezza sul futuro
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KROPYVNYTSKYI – I detriti sono diventati una collina. Con il primo raggio di sole che interrompe una settimana di freddo e neve, sembra quasi un paesaggio naturale, una montagna nera perlata con gli alberi intorno e mostri di acciaio dentro. A nemmeno due chilometri di distanza, qualcuno si è messo pure a coltivare i campi, che qui non ci dovrebbero stare perché quella di Inhulska è una delle più grandi miniere di uranio dell’Ucraina. Quando c’è vento o piove, la sabbia nera entra nel terreno e nelle falde acquifere, si posa sugli alberi, sulle case, intossica. Contamina.

Kateryna Okhrimenko si deprime in una smorfia di rassegnazione: «So che ci sono dei campi, ma sarebbe proibito. C’è un alto livello di radiazioni quando piove». Da pochi mesi Okhrimenko, 34 anni, economista di formazione, guida Flora, una ong ambientalista che lotta per la salute e i diritti della gente del Kirovohrad, una regione nell’Ucraina centrale che è il cuore minerario del Paese, pieno di giacimenti: litio, …

KROPYVNYTSKYI – I detriti sono diventati una collina. Con il primo raggio di sole che interrompe una settimana di freddo e neve, sembra quasi un paesaggio naturale, una montagna nera perlata con gli alberi intorno e mostri di acciaio dentro. A nemmeno due chilometri di distanza, qualcuno si è messo pure a coltivare i campi, che qui non ci dovrebbero stare perché quella di Inhulska è una delle più grandi miniere di uranio dell’Ucraina. Quando c’è vento o piove, la sabbia nera entra nel terreno e nelle falde acquifere, si posa sugli alberi, sulle case, intossica. Contamina.

Kateryna Okhrimenko si deprime in una smorfia di rassegnazione: «So che ci sono dei campi, ma sarebbe proibito. C’è un alto livello di radiazioni quando piove». Da pochi mesi Okhrimenko, 34 anni, economista di formazione, guida Flora, una ong ambientalista che lotta per la salute e i diritti della gente del Kirovohrad, una regione nell’Ucraina centrale che è il cuore minerario del Paese, pieno di giacimenti: litio, titanio, uranio. La capitale è Kropyvnytskyi, un corpaccione ex sovietico adagiato sul fiume Inhul che arriva fino a Mykolaiv. Ci vivono circa 200mila persone, tutt’intorno la pianura è costellata di villaggi minerari.

Kateryna Okhrimenko (Foto: Gabriella Colarusso) 

Qui c’è il tesoro ucraino che Trump vorrebbe diventasse americano, con un accordo che suscita più timori che speranze tra la popolazione locale. Dopo un tira e molla di settimane, e lo scontro feroce con Zelensky nello studio ovale, americani e ucraini hanno ripreso a trattare venerdì a Washington per l’intesa sui minerali. Gli ucraini hanno anche ingaggiato uno studio legale statunitense, Hogan Lovells, per provare a far valere i propri diritti di fronte a richieste punitive: un fondo controllato da Washington che gestisca tutti i ricavi dell’estrazione, “diritti di prima offerta” per gli Usa, potere di veto sulle vendite a terzi, condizioni favorevoli per le imprese Usa rispetto a tutte le altre.

In piedi davanti all’alimentari, Ekaterina e Natalia seguono il sole spostando la faccia all’insù. Il loro villaggio, Pervozvanivka, dista meno di due chilometri dalla miniera di Inhulska. Una strada fangosa separa due file di casette in mattoni, due vecchie Lada sono parcheggiate a bordo strada insieme a poche anime che aspettano il bus. La metà della popolazione qui vive del lavoro in miniera, ma già prima della guerra le cose non andavano bene.

(Foto: Gabriella Colarusso) 

«Non pagavano gli stipendi e gli operai hanno fatto diversi scioperi. L’attività della miniera è in gran parte ferma» per via della guerra, raccontano. Molti minatori sono andati al fronte. Tanti ingegneri, gli scienziati, che potevano permetterselo, sono fuggiti all’estero. E’ l’emorragia di capitale umano che affligge tutto il settore minerario. «Alla fine gli americani faranno quello che vogliono, compreranno ciò che gli interessa, senza darci garanzie in cambio», dice Natalia, che 34 anni e fa la babysitter. «Per noi quello che conta è che la guerra finisca».

Campi coltivati nel villaggio minerario a pochi chilometri dalla miniera di uranio di Inhulska (Foto: Gabriella Colarusso) 

Bobrinetz, a una mezz’ora di macchina, è il villaggio dove vive Okhrimenko. La incontriamo in un caffè del piccolo corso. Ci racconta che hanno trovato radiazioni anche nel seminterrato della scuola. «Grazie ad alcune ong ceche sono arrivati gli strumenti per il monitoraggio. La soluzione che è stata trovata è coprire il pavimento e le pareti con plastiche di politilene per creare uno scudo, e fare un sistema di ventilazione». Di notte, anche su questi cieli suonano gli allarmi della contraerea. In tutto l’est, nel nord, a Kiev: i russi continuano a colpire.

«L’accordo sulle nostre miniere può e deve essere win-win, dobbiamo guadagnarci tutti – continua l’ambientalista - A noi servono investimenti in nuove tecnologie, più lavoro alla popolazione locale, tutela dell’ambiente». L’impatto ecologico dell’industria mineraria è una delle questioni aperte in questa trattativa che gli ucraini conducono sotto il fuoco, ma non l’unica. Tutto il settore ha bisogno di un ammodernamento, persino di dati certi. Nessuno sa davvero bene cosa e quanto valore ci sia nel sottosuolo ucraino. Molti giacimenti non sono stati sviluppati, perché mancano gli investimenti, per gli ostacoli burocratici, per la corruzione. Altri sono nei territori occupati dai russi. Ksenia Orynchak, ceo dell’Associazione nazionale delle industrie estrattive, conferma anche che le informazioni geologiche sono in parte datate. «Sono state raccolte sotto l’Unione sovietica, molte sono state poi confermate nell’Ucraina indipendente ma c’è bisogno di nuove esplorazioni e nuove tecnologie per aggiornare il quadro». Gli imprenditori locali che rappresenta temono che un accordo con gli americani li tagli fuori dal mercato, o imponga loro condizioni discriminatorie.

(Foto: Gabriella Colarusso) 

L’altra incognita si chiama Bruxelles. «E’ importante che le regole dell’accordo con gli Usa non pregiudichino l’ingresso dell’Ucraina in Europa», ragiona Volodymyr Landa, economista senior del think tank Centre for Economic Strategy di Kiev, che ha stimato in 14,8 mila miliardi di dollari le riserve complessive del Paese. Nuovi capitali sarebbero benvenuti, «ma finora la logica proposta è stata una logica coloniale, inaccettabile». C’è chi spera che il negoziato porti a un riequilibrio, ma tutti sanno che non esiste altra strada per garantirsi il sostegno americano.

«Le condizioni potranno migliorare un po’ ma non facciamoci illusioni», ci dice un imprenditore che preferisce mantenere l’anonimato per poter parlare liberamente. «A un certo punto dovremo scegliere: o sotto i russi o sotto gli americani».

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