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Nel museo ferito di Odessa: “Rimanendo aperti salviamo la nostra identità”

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L’intervista a Kateryna Kulai che dirige il Museo di Belle Arti di Odessa dal 2023: “Siamo stati colpiti sette o otto volte dall’inizio della guerra, ma siamo ancora qui”
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ODESSA – Il 6 novembre 2023 avrebbero dovuto festeggiare un compleanno importante: 124 anni. Il giorno prima, alle 9 del mattino, i russi sganciarono un missile a quattro metri dall’ingresso del Museo di belle arti di Odessa, un elegante edificio neoclassico di inizio ‘800 poco distante dal porto. L’esplosione ruppe le finestre e danneggiò il tetto, rendendo inagibili gli uffici amministrativi. «Siamo stati colpiti sette o otto volte dall’inizio della guerra, ma siamo ancora qui», sorride Kateryna Kulai, che da allora dirige il museo con una squadra composta perlopiù da giovani donne.

A guardarlo con la luce chiara di primavera è un registro meticolosamente compilato delle ferite della guerra: le finestre sono state coperte con tavole di compensato, sulle pareti rosa antico ci sono tutti i segni delle schegge. L’ingresso principale è sbarrato: era poco sicuro e se ne usa un altro. Ma l’importante è restare, e resistere, «per gli ucraini, per l’Ucraina», dice Kulai. «Se i musei chiudo…

ODESSA – Il 6 novembre 2023 avrebbero dovuto festeggiare un compleanno importante: 124 anni. Il giorno prima, alle 9 del mattino, i russi sganciarono un missile a quattro metri dall’ingresso del Museo di belle arti di Odessa, un elegante edificio neoclassico di inizio ‘800 poco distante dal porto. L’esplosione ruppe le finestre e danneggiò il tetto, rendendo inagibili gli uffici amministrativi. «Siamo stati colpiti sette o otto volte dall’inizio della guerra, ma siamo ancora qui», sorride Kateryna Kulai, che da allora dirige il museo con una squadra composta perlopiù da giovani donne.

A guardarlo con la luce chiara di primavera è un registro meticolosamente compilato delle ferite della guerra: le finestre sono state coperte con tavole di compensato, sulle pareti rosa antico ci sono tutti i segni delle schegge. L’ingresso principale è sbarrato: era poco sicuro e se ne usa un altro. Ma l’importante è restare, e resistere, «per gli ucraini, per l’Ucraina», dice Kulai. «Se i musei chiudono per cosa combattiamo? L’obiettivo dei nostri nemici non è solo la terra, sono le persone, la loro mente, la loro identità, l’esistenza stessa della nazione, e per questo il nostro lavoro è fondamentale a ricordarci chi siamo».

Al terzo anno di guerra, gli ucraini sentono più che mai la minaccia di chi «vuole cancellare la nostra cultura», una guerra all’anima del Paese, e offrono un elenco di prove inconfutabili. Il teatro d’arte drammatica di Mariupol, bombardato il 16 marzo e finito, come tutta la città, sotto occupazione russa. La cattedrale di Odessa, quasi interamente distrutta nel luglio del ’23. Il memoriale dell’Olocausto di Babij Jar, danneggiato dai missili all’inizio del conflitto. L’accademia dell’opera e del balletto di Kharkiv, anche quella ferita dai razzi. Persino la storica tipografia Faktor Druk di Kharkiv, che non era solo una fabbrica di stampe: quasi tutti gli editori di libri ucraini la usavano. Nell’attacco, a maggio del 2024, furono distrutti 50mila volumi. Ed è un elenco molto parziale.

Nel suo ultimo rapporto, a gennaio, l’Unesco ha certificato danni a 476 siti culturali nel Paese. Il ministero della cultura ucraino porta la cifra a oltre 1.200: biblioteche, chiese, musei, teatri, lesionati e distrutti. O svuotati, come è successo nelle aree occupate. A Kherson, dopo la liberazione, gli ucraini si sono resi conto che i russi avevano portato via dal museo 120 opere d’arte: in Crimea. Un pezzo di Ucraina che non tornerà indietro. A ottobre, il ministro della cultura Mykola Tochytskyi ha denunciato l’aggressione al Consiglio d’Europa: «Distruggere la cultura ucraina significa distruggere la nazione». Le nuove generazioni sentono la sfida forse più di genitori e nonni. «Non dico che bisogna cancellare Tolstoj o Dostoevskij, ma è giusto per esempio che il russo non sia più obbligatorio nelle scuole, oggi parlare ucraino è una forma di resistenza, e sempre di più lo fanno», ci dice Kirill, 28 anni, studente, nella piazza un tempo dedicata all’odiata zarina Caterina II.

Il museo di belle arti è poco distante. La collezione permanente è stata evacuata e nascosta, ma già sei settimane dopo l’attacco del 5 novembre ha ripreso a funzionare. Ora ospita una serie di opere che raccontano la resistenza non violenta degli ucraini nei territori «temporaneamente occupati». Kulai e il suo staff lavorano a nuovi progetti dedicati «agli artisti ucraini, ora abbiamo autori di Mykolaïv e una famosa pittrice di Odessa, Lyuda Yastreb, l’anno scorso abbiamo ospitato artisti di Leopoli. E abbiamo in cantiere un lavoro sugli artisti del sud dell’Ucraina dal 1899 al 1991, l’anno dell’indipendenza». Nessuno tra manager e curatrici se n’è voluto andare, è una sorta di missione. «Abbiamo paura, certo, la paura influenza il nostro organismo, il nostro stato mentale. Ma il desiderio di ricercare noi stessi è più forte, non potevamo fare altrimenti. Nessuno di noi immagina una vita in Europa. Vogliamo un futuro per l’Ucraina».

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