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Columbia nel mirino, l’assalto all’accademia è peggio del maccartismo

(reuters)

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Il governo affila le armi: studenti stranieri arrestati o espulsi, docenti a rischio di ritorsioni. E ora la minaccia di tagliare i finanziamenti federali
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NEW YORK – Il giorno dopo l’arresto di Mahmoud Khalil, laureato della Columbia University, una mia studentessa palestinese mi ha chiesto di partecipare alla lezione via Zoom, temendo di uscire di casa. Aveva ragione a preoccuparsi: l’amministrazione ha revocato i visti a oltre 300 studenti per proteste o opinioni definite dal segretario di Stato Marco Rubio «pericolose per la politica estera». Tra loro, una laureata della Tufts che aveva chiesto il disinvestimento da Israele. Un’amica nordafricana, con carta verde e un lavoro universitario, è terrorizzata pur non avendo protestato, perché viene da un Paese musulmano e ha studiato in un’università sotto la lente di ingrandimento del governo americano. Rischia di perdere anni di lavoro. Anche professori di lunga data, non cittadini americani, temono di essere espulsi.

Alcuni siti pro-Israele usano software di riconoscimento facciale per identificare manifestanti e creare dossier su professori che sostengono il boicottaggio di Israe…

NEW YORK – Il giorno dopo l’arresto di Mahmoud Khalil, laureato della Columbia University, una mia studentessa palestinese mi ha chiesto di partecipare alla lezione via Zoom, temendo di uscire di casa. Aveva ragione a preoccuparsi: l’amministrazione ha revocato i visti a oltre 300 studenti per proteste o opinioni definite dal segretario di Stato Marco Rubio «pericolose per la politica estera». Tra loro, una laureata della Tufts che aveva chiesto il disinvestimento da Israele. Un’amica nordafricana, con carta verde e un lavoro universitario, è terrorizzata pur non avendo protestato, perché viene da un Paese musulmano e ha studiato in un’università sotto la lente di ingrandimento del governo americano. Rischia di perdere anni di lavoro. Anche professori di lunga data, non cittadini americani, temono di essere espulsi.

Alcuni siti pro-Israele usano software di riconoscimento facciale per identificare manifestanti e creare dossier su professori che sostengono il boicottaggio di Israele. L’amministrazione Trump usa questi dati per le espulsioni. Intanto attacca le università, tagliando fondi a Harvard, Cornell, Princeton, Pennsylvania, Northwestern e minacciando di mettere la Columbia sotto la supervisione di un giudice federale per assicurarsi che mantenga gli impegni presi. Tra questi, quello di mettere il dipartimento di studi sul Medio Oriente sottosupervisione esterna, il monitoraggio delle ammissioni e l’adozione di una definizione vaga dell’antisemitismo che può bollare come antisemita ogni critica a Israele.

L’obiettivo dichiarato è fermare l’antisemitismo e le proteste estremiste. Linda McMahon, segretaria all’istruzione con un passato di manager del wrestling, parla di «violenza nei campus» e chiede interventi immediati della polizia. Ma per noi docenti della Columbia, descrivere l’università come un luogo fuori controllo è surreale: il campus è stato chiuso al pubblico per più di un anno ed è paurosamente silenzioso; l’università ha chiamato la polizia due volte lo scorso anno contro i manifestanti pro-palestinesi e autorizzato un’operazione massiccia quando questi hanno occupato un edificio. La nostra istituzione sorella dall’altro lato della strada, il Barnard College, ha vietato a studenti e docenti di appendere manifesti politici nelle loro stanze per evitare tensioni. Se l’obiettivo fosse davvero impedire la diffusione dei discorsi d’odio, l’amministrazione non avrebbe graziato 1.600 persone coinvolte nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, molti dei quali nazionalisti bianchi e antisemiti. L’attacco a Columbia mira invece a intimidire le università e soffocare il pensiero indipendente.

Ci sono state preoccupazioni legittime da parte di studenti ebrei o israeliani che si sono sentiti in pericolo durante le proteste. In alcuni casi, le critiche a Israele sono sfociate in attacchi personali, confondendo antisionismo e antisemitismo. Ma anche studenti musulmani hanno subito molestie e insulti. L’università, temendo ritorsioni da parte dell’amministrazione Trump, reagisce immediatamente di fronte a qualsiasi caso sospetto: di recente una professoressa di diritto è stata costretta a dimettersi per essersi detta preoccupata dalla presenza di studenti che avevano servito nell’esercito israeliano.

Columbia ha ceduto alle richieste dell’amministrazione per recuperare 400 milioni di dollari di finanziamenti federali perduti, assumendo 36 agenti di sicurezza, vietando di indossare maschere nel campus per nascondere la propria identità e il monitoraggio sulle sue procedure di ammissione. La decisione è comprensibile: un quarto del budget dipende dal governo federale, tra ricerca e borse di studio. Perdere tutto paralizzerebbe l’attività universitaria.

Mai prima d’ora era stato utilizzato il governo federale per imporre una conformità ideologica. Perfino nel periodo del Maccartismo, quando molte università licenziarono professori che erano comunisti o accusati di essere comunisti, il governo federale si tenne in disparte: né il presidente Truman né il presidente Eisenhower amavano il senatore Joe McCarthy, e non misero il peso del governo nazionale a sostegno della sua caccia alle streghe.

La decisione di tagliare i fondi alla Columbia e alle altre università fa parte di una strategia molto più ampia per imporre un’egemonia culturale conservatrice, ed è collegata alla chiusura di Usaid, alla rimozione di foto di militari neri dal sito web del ministero della Difesa, alla ridenominazione di basi in onore di generali confederati e alla distruzione delle agenzie statali. Come disse J.D. Vance qualche anno fa, «i conservatori hanno perso ogni grande istituzione del Paese, tranne forse le chiese... Abbiamo perso la cultura, abbiamo perso l’accademia. E se vogliamo realizzare un cambiamento reale nel Paese, dobbiamo sostituire completamente l’attuale classe dirigente. Dobbiamo essere spietati». Max Eden, dell’American Enterprise Institute, è stato ancora più esplicito: «Per spaventare le università e farle rientrare nei ranghi, dobbiamo tagliare una testa di prestigio. Dobbiamo distruggere la Columbia University».

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