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Sachs: “Trump come Mao, fa gli stessi danni culturali della Cina anni Sessanta”

Jeffrey Sachs

 

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Intervista all’economista e direttore del Centro per lo Sviluppo sostenibile alla Columbia University. “Non c’è nulla di vero nelle accuse agli atenei. Il fenomeno in corso non ha niente a che fare con l’antisemitismo. Contesta le politiche di Israele”
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NEW YORK – «Donald Trump sta infliggendo agli Stati Uniti un danno come quello della Rivoluzione culturale cinese degli anni Sessanta, se non peggiore». Non sarà contento il capo della Casa Bianca, a sentirsi equiparare a Mao Zedong, ma il professore di Harvard e della Columbia University Jeffrey Sachs non è disposto a fare sconti nel suo giudizio sulla crociata scatenata contro le università americane. Non solo perché la considera illegale, incostituzionale e ingiustificata, ma soprattutto perché ferisce e penalizza l’intera società americana, minacciando la libertà accademica e di espressione, e anche l’efficacia della ricerca scientifica, che è sempre stata una delle colonne portanti della leadership americana nel mondo.

Lei è in una posizione unica per commentare quanto sta accadendo. Cosa pensa dell’offensiva dell’amministrazione Trump contro tutti gli atenei americani?

«Gli Stati Uniti stanno vivendo una rivoluzione culturale, con un attacco su larga scala contro le princ…

NEW YORK – «Donald Trump sta infliggendo agli Stati Uniti un danno come quello della Rivoluzione culturale cinese degli anni Sessanta, se non peggiore». Non sarà contento il capo della Casa Bianca, a sentirsi equiparare a Mao Zedong, ma il professore di Harvard e della Columbia University Jeffrey Sachs non è disposto a fare sconti nel suo giudizio sulla crociata scatenata contro le università americane. Non solo perché la considera illegale, incostituzionale e ingiustificata, ma soprattutto perché ferisce e penalizza l’intera società americana, minacciando la libertà accademica e di espressione, e anche l’efficacia della ricerca scientifica, che è sempre stata una delle colonne portanti della leadership americana nel mondo.

Lei è in una posizione unica per commentare quanto sta accadendo. Cosa pensa dell’offensiva dell’amministrazione Trump contro tutti gli atenei americani?

«Gli Stati Uniti stanno vivendo una rivoluzione culturale, con un attacco su larga scala contro le principali università. La Cina ha vissuto questo fenomeno negli anni Sessanta, con un costo molto alto per la società. Il prezzo negli Stati Uniti sarà altrettanto elevato, se non peggiore».

Alcuni ritengono che Trump stia lanciando questa offensiva per ragioni politiche, altri perché come ogni autocrate vuole imporre il suo controllo sull’intero sistema dell’istruzione, che accusa di formare cittadini ostili ai valori o all’ideologia conservatrice. Secondo lei perché lo sta facendo?

«Si tratta di una rivoluzione culturale, che quindi porta con sé una vasta gamma di motivazioni e obiettivi».

Trump accusa tanto Harvard, quanto la Columbia University, di discriminare gli studenti ebrei, in particolare per come hanno gestito le proteste seguite alla strage compiuta da Hamas a Gaza e l’intervento militare israeliano. Data la sua esperienza diretta in entrambe le università, ritiene che ci sia del vero nelle motivazioni usate dal governo per imporre la propria volontà?

«Non c’è nulla di vero in questa accusa. Il fenomeno in corso non ha niente a che fare con l’antisemitismo. In una certa misura ha a che fare con l’opposizione di studenti e docenti alle politiche di Israele, ma ciò non ha assolutamente nulla a che fare con l’antisemitismo, poiché gli stessi ebrei sono profondamente divisi sulle politiche del governo guidato dal premier Netanyahu. Inoltre, ci sono anche molti ebrei ortodossi che rifiutano completamente il sionismo. Immagino che molti politici non ebrei che gridano “all’antisemitismo” abbiano poca comprensione delle divisioni all’interno della stessa religione ebraica. È ironico!».

L’amministrazione Trump chiede riforme che sostanzialmente la metterebbero nella posizione di interferire con le assunzioni, e persino con la tipologia dell’insegnamento nelle università. Altrimenti taglia i finanziamenti federali, come ha fatto prima con la Columbia, e adesso anche con Harvard. È una minaccia per la libertà accademica e di espressione?

«Come ha chiarito l’Università di Harvard nella sua risposta alla lettera ricevuta da Washington, le richieste del governo statunitense sono inaccettabili per il funzionamento dell’università. Ma il problema non si limita a questo, perché sono anche illegali e incostituzionali».

Harvard ha deciso di respingere le richieste dell’amministrazione. Invece la Columbia, dove oggi lei insegna, ne ha accettate la maggior parte, anche se ora sembra intenzionata a tornare sui propri passi, incoraggiata forse dal rifiuto venuto dall’università del Massachusetts dove lei aveva iniziato la sua carriera accademica di economista. Qual è, secondo lei, la risposta giusta da dare all’amministrazione?

«Penso che le università, e con questo intendo tutte le università americane, contesteranno le rivendicazioni del governo statunitense in tribunale. La scelta di Harvard, da questo punto di vista, ha rappresentato una svolta e un incoraggiamento.

L’esecutivo sta abusando dei suoi poteri, come affermano chiaramente i giuristi di tutti gli Stati Uniti. I tribunali lo giudicheranno allo stesso modo».

La ricerca scientifica è una colonna della leadership Usa nel mondo. Qual è il danno che il blocco dei finanziamenti federali potrebbe provocare?

«Il governo degli Stati Uniti sta arrecando gravi danni alla società americana. La Rivoluzione culturale cinese non è andata bene. Nemmeno quella americana lo farà».

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