Yascha Mounk: “Trump attacca le università perché sono un centro di potere. Ecco che cosa vuole”
Jan KüvelerL’opinionista e politologo Yascha Mounk insegna Relazioni internazionali alla John Hopkins University di Baltimora. Da diversi anni dirige la rivista Persuasion che, come lui stesso afferma, “cerca di farsi portavoce di valori filosoficamente liberali” in una situazione in cui sono sempre più sotto tiro, prima da parte della “cancel culture” woke e ora sempre più da destra, ad opera dell’amministrazione Trump. L’intervista si soffermerà su quest’ultima e sul suo attacco alle università d’élite americane. Raggiungiamo Yascha Mounk a Parigi.
Quando ci siamo parlati l’ultima volta, il panorama politico era completamente diverso. Lei era stato attaccato dalla sinistra woke perché aveva criticato il modo in cui il suo attivismo, non ultimo nelle università, si era spinto troppo oltre. Nel frattempo, il vento è cambiato. Donald Trump attacca le istituzioni accademiche per motivi analoghi, ma è perlomeno altrettanto radicale. Come vive questo cambiamento?
“Sì, il collegamento è evidente…
L’opinionista e politologo Yascha Mounk insegna Relazioni internazionali alla John Hopkins University di Baltimora. Da diversi anni dirige la rivista Persuasion che, come lui stesso afferma, “cerca di farsi portavoce di valori filosoficamente liberali” in una situazione in cui sono sempre più sotto tiro, prima da parte della “cancel culture” woke e ora sempre più da destra, ad opera dell’amministrazione Trump. L’intervista si soffermerà su quest’ultima e sul suo attacco alle università d’élite americane. Raggiungiamo Yascha Mounk a Parigi.
Quando ci siamo parlati l’ultima volta, il panorama politico era completamente diverso. Lei era stato attaccato dalla sinistra woke perché aveva criticato il modo in cui il suo attivismo, non ultimo nelle università, si era spinto troppo oltre. Nel frattempo, il vento è cambiato. Donald Trump attacca le istituzioni accademiche per motivi analoghi, ma è perlomeno altrettanto radicale. Come vive questo cambiamento?
“Sì, il collegamento è evidente. Nel mio ultimo libro, The Identity Trap (trad. it.: La trappola identitaria, Feltrinelli, Milano 2024), ho avvertito che la politica identitaria di sinistra non va intesa in opposizione al populismo di destra. Al contrario, i due si condizionano reciprocamente. Il fatto che queste idee siano diventate così forti nella sinistra americana ha contribuito in modo significativo alla vittoria di Trump. A molti elettori indecisi stavano a cuore queste questioni, in particolare a quelli che avrebbero potuto contribuire alla vittoria dei democratici. Il pendolo si è spostato, e questo mi preoccupa molto. Rispetto alla cancel culture, Trump è senza dubbio un pericolo maggiore".
L'accademico e saggista Yascha Mounk (Photo by Roberto Ricciuti/Getty Images)
L'accademico e saggista Yascha Mounk (Photo by Roberto Ricciuti/Getty Images)
Negli ultimi giorni hanno dominato le questioni economiche. Nello stesso tempo, continua ininterrottamente l’attacco alle istituzioni accademiche. Il minacciato taglio dei finanziamenti statali alla Brown University per circa mezzo miliardo di dollari è solo l’ultima notizia al riguardo. Tutto era cominciato con la riduzione di quattrocento milioni alla Columbia, seguiti da un numero imprecisato di miliardi tagliati ad Harvard.
“Come possiamo vedere, Trump è seriamente intenzionato a distruggere il vecchio ordine ovunque. Gli economisti dicevano: ‘Sì, d’accordo, introdurrà dazi punitivi qua e là, ma non sconvolgerà l’intero ordine economico mondiale. Dopo il cosiddetto giorno della liberazione non si può più sperare nella moderazione. Analogamente, i presidenti delle università stanno cominciando poco a poco a rendersi conto che questo potrebbe non essere solo un problema di pubbliche relazioni. Non si tratta semplicemente di esercitare un’influenza ideologica, ma di smantellare o perlomeno di ridimensionare drasticamente queste istituzioni che sono diventate impopolari in gran parte della società. Le grandi e ricche università private dipendono dai fondi pubblici più di quanto molti immaginano”.
Le accuse riguardano a proteste antisemite, in qualche caso anche questioni transgender. Quanto vengono presi sul serio questi addebiti dall’amministrazione Trump e fino a che punto costituiscono un mero pretesto?
“La musica di sottofondo è che, secondo i sondaggi del Pew Research Center e di altri istituti autorevoli, le università americane godevano del sostegno della maggioranza degli americani, un sostegno piuttosto ampio, che andava al di là degli schieramenti politici. Anche dieci o quindici anni fa le università erano più popolari a sinistra che a destra, ma la differenza non era così grande; prevalevano comunque le opinioni positive. Ormai, non è più così. Oggi la maggior parte degli americani diffida delle università. E il quadro è molto polarizzato: mentre il sostegno tra i democratici è ancora relativamente forte, esse non trovano quasi più alcun favore da parte dei repubblicani: un fatto, questo, riconducibile a questioni scottanti come la politica dell’identità o le tematiche trans o, attualmente, le proteste per Gaza, ma che ha anche a che vedere con l’insufficiente rappresentanza dell’America repubblicana in queste istituzioni. In passato, su tre professori due erano democratici e uno repubblicano. Ora, su cento professori novantanove o cento sono democratici.Da molti anni, gli studenti conservatori non si sentono a casa propria in queste università. Hanno la sensazione di non poter più esprimere apertamente le proprie opinioni. Questo ha comportato la perdita del sostegno sociale. Se le cose stessero diversamente, non credo che Trump avrebbe attaccato le università in questo modo. Utilizza una finestra politica per riconfigurarle secondo i propri criteri. È ben possibile che prenda sul serio le tematiche trans ed è innegabile che nelle università d’élite circolino teorie antisemite. Ma in ultima analisi Trump considera tutto ciò come una questione di potere. Con le università vuole distruggere un centro di potere della sinistra”.
Non si tratta solo di tagli minacciati, ma stanno avvenendo arresti e deportazioni in una serie di università. Persone che non vengono ammesse nel Paese perché si sono espresse criticamente nei confronti di Trump sui social media. Un’amica americana a Berlino non vuole esprimersi nemmeno privatamente, per paura di subire repressioni. Cosa pensa di tutto questo?
“È difficile dire da che punto in avanti la paura giustificata si trasforma in paranoia. Si è avuta notizia di una tedesca che, trovandosi sul confine tra Stati Uniti e Messico, è stata arrestata. Il motivo è che aveva, sì, un visto turistico ma, essendo una tatuatrice, aveva con sé l’attrezzatura necessaria al suo lavoro. Questo sarebbe potuto accadere anche dieci anni fa. Non siamo ancora al punto in cui ai cittadini americani che si esprimono criticamente non è più consentito l’ingresso nel Paese. Tra pochi giorni tornerò in patria. Sui media americani e internazionali ho spesso manifestato opinioni molto critiche su Trump. Se non avrà più mie notizie, mi faccia cercare. Ma, seriamente, non ho questa preoccupazione".
E gli studenti deportati?
“In effetti, questo è preoccupante. Se non sono cittadini, non resta che procedere per vie giuridiche. Il ministro degli Esteri ha ampie competenze per classificare qualcuno come una minaccia per la sicurezza americana, revocare un visto e disporre la deportazione. Da un punto di vista morale, è una catastrofe. Se lei viola la legge, per esempio nel corso di una protesta, merita un processo. Non però se le viene affibbiata l’etichetta di ‘minaccia alla sicurezza americana’. Naturalmente, questo non provoca soltanto preoccupazioni legittima, ma finisce per generare la paranoia. In inglese lo si chiamerebbe un chilling effect, che di fatto mina la libertà di espressione e la libertà accademica”.
Al momento, tutto ciò è limitato allo spettro politico, alle discipline umanistiche e alle scienze sociali. Non sembra però impensabile che gli scienziati possano essere espulsi per altri motivi ideologici, ad esempio i ricercatori sui vaccini che costituiscono una spina nel fianco per la lobby dei vaccini.
“Sì, finora si è trattato di attivismo da campus, in un caso anche di un articolo su una rivista studentesca, e questo è considerato un clamoroso e molto preoccupante attacco alla libertà di espressione. Tuttavia, per quanto ne so, nessuno è stato ancora deportato a causa delle sue ricerche. Ciò costituirebbe un drastico peggioramento della situazione attuale. Le preoccupazioni sono lecite, perché questa eventualità è diventata immaginabile. Ma finora non siamo ancora giunti a questo punto".
Le dirigenze universitarie si trovano di fronte a un dilemma: da un lato il governo sta facendo pressione; dall’altro, devono mettere le briglie ai loro docenti e ai loro studenti.
“Non invidio nessun preside e nessun presidente di università americano. Preferirei essere il direttore di una filiale dell’Aldi piuttosto che il preside di una facoltà di Scienze sociali di un’università di élite americana. Nel settore privato è possibile licenziare e assumere personale e guadagnarsi il rispetto dei dipendenti. Invece, ogni figura dirigente dell’università viene immediatamente e sistematicamente odiata. Hai una certa autorità, ma quasi nessun potere. È un brutto lavoro.In futuro sarà sicuramente ancora più difficile: stretti tra la Casa Bianca che minaccia di togliere milioni di dollari – il che costituirebbe una crisi esistenziale anche per le università più ricche - e i professori di estrema sinistra che rifiutano decisamente qualsiasi compromesso come un tradimento dei propri valori e della libertà accademica. Molti presidenti di università cercano allora di trovare un equilibrio, da un lato promettendo al governo che affronteranno energicamente le situazioni problematiche a volte innegabili del loro campus e – dall’altro – promettendo al campus che nulla cambierà. La presidente della Columbia, Katrina Armstrong, lo ha fatto esplicitamente. Davanti a settanta-ottanta persone ha affermato senza mezzi termini: ‘Stiamo solo mentendo all’amministrazione, non stiamo facendo niente, non preoccupatevi’”.
Hanno appena posto l’Istituto per gli studi sul Medio Oriente sotto amministrazione giudiziaria.
“È quello che hanno detto all’amministrazione. Ma poi Armstrong in un incontro al Senato di fronte a settanta-ottanta persone ha detto privatamente: ‘No, no, tutto questo è pro forma’. Ciò dimostra due cose: in primo luogo, la sicurezza con la quale la dirigenza universitaria presuppone ancora un’omogeneità intellettuale nel campus, ritenendo perciò che nessuno potrebbe far trapelare ai media una cosa del genere. E in secondo luogo, quanto sia estremamente delicato l’equilibrio. I soldi non possono essere persi, altrimenti si sarà costretti a chiudere i laboratori e a licenziare il personale. D’altra parte, lei può sopravvivere nel campus solo dicendo a tutti: ‘In realtà, non voglio fare niente’. E allora qual era il suo vero piano? Non ne ho idea. Pochi giorni dopo, quando tutto questo è stato reso noto, si è dimessa”.
Dunque, quale spazio d’azione rimane alle università?
"Il problema ora è che le riforme, alcune delle quali sono giuste e necessarie, sarebbero estremamente difficili da realizzare. I professori su posizioni di estrema sinistra sono forse il 20-25%. Sono impegnati nella politica dell’identità e si considerano radicali, anche se perlopiù conducono una vita borghese. Poi c’è un 1-2% conservatore. La maggioranza è costituita da liberali di sinistra ortodossi, ideologicamente con le idee chiare. Hanno acquisito un crescente predominio. Ad esempio, considerano in modo critico la Critical Race Theory. Le riforme sarebbero state possibili, perché le dirigenze universitarie avrebbero avuto queste persone dalla loro parte. Ormai tutto questo è impossibile perché ogni riforma che due o tre anni fa sarebbe stata valutata nel merito ora è comprensibilmente considerata come una resa a Trump. Anche la più piccola concessione provocherebbe uno scandalo nei campus. Ma senza alcuna concessione, un’università dopo l’altra perderà i finanziamenti di cui ha bisogno per la sua sopravvivenza”.
Una situazione che fa solo il gioco di Trump, che mira comunque a indebolire le istituzioni.
“Molti professori non si rendono conto che la loro università deve presentare un bilancio e che il loro stipendio, che negli Stati Uniti è spesso piuttosto generoso, dipende in ultima analisi da questi fattori esterni. Quindi posso solo immaginare che Karen Armstrong, la preside della Columbia University appena dimessasi, sarà la prima di una lunga lista. Credo che nei prossimi anni si assisterà a una vera e propria moria di presidi di università, perché la loro situazione è semplicemente insostenibile”.
Nel frattempo, i ricercatori emigrano. Nei giorni scorsi, lo hanno fatto il professore di Yale Timothy Snaider e sua moglie, assieme al loro collega Jason Stanley. Vanno tutti in Canada.
"Dopo ogni elezione, gli americani annunciano che emigreranno in Canada. Il numero di persone che poi lo fanno effettivamente, di solito è limitato. Ora, due dei critici più in vista di Trump si sono trasferiti in Canada, dove occupano ruoli di prestigio presso istituzioni rinomate. Prima che il professore medio di un’università americana rinunci al suo lavoro per andare in esilio senza alcuna chiara prospettiva, occorreranno ancora alcuni eventi politici”.
(Copyright Die Welt. Leading European Newspaper Alliance.Traduzione di Carlo Sandrelli)