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Vance, il cattolico ultra-conservatore in ginocchio dal papa “liberal”

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Dalle polemiche a distanza su Sant’Agostino e sui migranti, alla brevissima visita di oggi. Il conservatorismo del vicepresidente americano alla prova del magistero di Francesco
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Roma - "La cosa che mi piaceva davvero della Chiesa cattolica era che è proprio molto vecchia". Era il 2021, anno primo dell’amministrazione Biden, quando partecipando ad una conferenza del Napa Institute, J.D. Vance aveva dato questa motivazione fondamentale della sua conversione. Parlando ai membri di una delle organizzazioni cattoliche più conservatrici degli Stati Uniti, aveva spiegato che il mondo moderno lo aveva deluso perché "è in costante flusso. Le cose in cui credevi dieci anni fa, non erano più accettabili dieci anni dopo". Lui invece sentiva il bisogno di una stabilità intellettuale e spirituale più profonda, radicata in valori che andavano assai oltre i vantaggi superficiali e passeggeri dell’individualismo e del consumismo americano.

Questa àncora di salvezza l’aveva trovata nel cattolicesimo, studiato e poi coltivato a lungo prima della conversione, in particolare attraverso il dialogo con un frate domenicano di Cincinnati, Henry Stephan, che lo aveva accolto nella chi…

Roma - "La cosa che mi piaceva davvero della Chiesa cattolica era che è proprio molto vecchia". Era il 2021, anno primo dell’amministrazione Biden, quando partecipando ad una conferenza del Napa Institute, J.D. Vance aveva dato questa motivazione fondamentale della sua conversione. Parlando ai membri di una delle organizzazioni cattoliche più conservatrici degli Stati Uniti, aveva spiegato che il mondo moderno lo aveva deluso perché "è in costante flusso. Le cose in cui credevi dieci anni fa, non erano più accettabili dieci anni dopo". Lui invece sentiva il bisogno di una stabilità intellettuale e spirituale più profonda, radicata in valori che andavano assai oltre i vantaggi superficiali e passeggeri dell’individualismo e del consumismo americano.

Questa àncora di salvezza l’aveva trovata nel cattolicesimo, studiato e poi coltivato a lungo prima della conversione, in particolare attraverso il dialogo con un frate domenicano di Cincinnati, Henry Stephan, che lo aveva accolto nella chiesa di St. Gertrude per guidare il suo cammino nel ritorno verso la fede, dopo aver attraversato un periodo di "ateismo arrabbiato".

Non si può prescindere da questa storia, raccontando la tre giorni romana del vicepresidente americano con la sua famiglia, in occasione della Pasqua, perché è insieme la motivazione profonda della sua vita privata e pubblica. Perciò, in questo momento, la cosa forse più interessante da capire sarebbe quale effetto abbia avuto sul suo cuore e la sua mente un’immersione così totalizzante nel centro della cultura che lo guida, dal Venerdì Santo a San Pietro fino al fugace ma significativo saluto personale di oggi con papa Francesco nel giorno della resurrezione di Gesù, per i credenti pietra angolare del cristianesimo. E comprendere quindi se colui che domani potrebbe diventare il leader della nazione ancora più potente al mondo ne sia uscito rafforzato nella propria fede e nelle sue convinzioni, o magari scosso, commosso, turbato, cambiato in qualsiasi modo.

L’ultima giornata romana di Vance è cominciata con una sorpresa, quando alle undici e mezza del mattino è arrivato in Vaticano per salutare Francesco. Si sono scambiati auguri e doni, incluse tre uova al cioccolato per i suoi figli, e il papa si è mostrato in tutta la fragilità della convalescenza, parlando appena. J.D. invece è sembrato commosso, dicendogli che "prego per lei ogni giorno". Certo, quale cattolico non lo direbbe al pastore del gregge a cui appartiene? Però solo qualche mese fa Vance aveva criticato alcune iniziative di Francesco, ad esempio sulla messa in latino, e il pontefice aveva criticato alcune politiche dell’amministrazione Trump, a partire da quella chiave sull’immigrazione.

Qui bisogna capire che il confronto era andato ben oltre i titoli quotidiani dei giornali, gli slogan dei social, o la polemica politica del momento tra il papa presunto liberal e il politico conservatore. All’atto della conversione J.D. aveva scelto Sant’Agostino come suo punto di riferimento, e "De civitate Dei" come il testo che gli aveva aperto gli occhi sulla verità del mondo e della vita umana. Aveva descritto "l'Ordo Amoris" come la nuova guida della sua esistenza, dando ordine al proprio amore partendo dalle persone a lui più vicine, la famiglia, la comunità. Eppure proprio qui, pur senza citarlo, il papa aveva demolito la sua interpretazione del vescovo di Ippona, dicendo che "nessuno può usare la dottrina cristiana per giustificare l’esclusione dei più deboli". Tradotto nell’agone quotidiano della politica, era un’esortazione a non usare Agostino per giustificare scelte come la persecuzione dei migranti.

Ma cosa avrà provato oggi nel profondo del suo animo Vance, stringendo la debole mano e scambiando l’augurio pasquale, sussurrato da questo pastore che così duramente lo aveva redarguito, come un parroco durante il catechismo?

Poi Vance è andato per la messa a San Paolo Fuori le Mura, una basilica distrutta dal fuoco e ricostruita, come la vita di tanti altri convertiti, a partire da quella di Saulo di cui custodisce i resti mortali. Lungo la propria via verso Damasco, a un’età non troppo distante da quella in cui l’apostolo cadde da cavallo, J.D. ha scoperto una forma di cattolicesimo che si riconosce nelle teorie di intellettuali come Sohrab Ahmari, Patrick Deneen, Adrian Vermeule, considerati i crociati del cattolicesimo post-liberale. Etichette a parte, è una corrente di pensiero integralista, che in sostanza punterebbe a rimettere la Chiesa, con i suoi valori, sopra allo Stato, che paga la sua assenza di certezze e punti di gravità permanente.

Vance ha spiegato in maniera chiara cosa intende nel saggio pubblicato il primo aprile del 2020 nella rivista "The Lamp", significativamente intitolato "How I Joined The Resistance". Perché nella mente del vice presidente americano, il suo cattolicesimo è una forma di resistenza alla dispersione e perdizione del secolarismo, sulle tracce di quanto insegnava Sant’Agostino: "Il Gesù cattolico era una divinità maestosa, e noi nutrivamo scarso interesse per le divinità maestose perché non eravamo un popolo maestoso". Vedeva invece gli americani come un popolo concentrato solo sul raggiungimento a qualunque costo di effimeri piaceri, beni materiali, prestigiosi posti di lavoro: "Questo è stato il problema più significativo che ho incontrato dopo aver iniziato a pensare di diventare cattolico. Mi ero immerso nella logica della meritocrazia e la trovavo profondamente insoddisfacente. E ho iniziato a chiedermi: tutti questi indicatori mondani di successo mi stavano davvero rendendo una persona migliore?".

E’ una domanda fondamentale non solo per capire l’evoluzione di Vance verso il conservatorismo cattolico, ma anche per comprendere la profonda differenza rispetto a coloro che lo avevano preceduto. Durante i pontificati di Wojtyla e Ratzinger, i punti di riferimento intellettuali della Chiesa cattolica negli Stati Uniti erano personaggi come il filosofo Michael Novak, autore di "The Catholic Ethic and the Spirit of Capitalism"; Richard John Neuhaus, sacerdote convertito dal luteranesimo e fondatore della rivista "First Things"; il biografo di Giovanni Paolo II George Weigel; la giurista di Harvard Mary Ann Glendon, professoressa del futuro segretario di Stato Mike Pompeo e ambasciatrice americana presso la Santa Sede nell’amministrazione di Bush figlio. Conservatori cresciuti o diventati tali durante la Guerra Fredda, che quindi avevano accettato il liberismo, l’economia di mercato e i valori tradizionali del Partito repubblicano come punti di riferimento.

I nuovi cattolici post-liberali a cui si ispira Vance sono andati oltre. I valori del conservatorismo sociale che li animano vengono prima di quelli dello Stato, che quindi nel loro nome può anche essere messo da parte. Non è chiaro fino a che punto si spinga il vice presidente nella condivisione di questi punti di vista integralisti, che subordinano la sopravvivenza della stessa democrazia alla realizzazione dei loro più alti obiettivi. Non è chiaro quanto la sua convergenza con la premier italiana Meloni, ad esempio, si spinga su questo fronte, aldilà del negoziato sui dazi o la difesa dell’Ucraina. Questo però è il vero interrogativo, la vera posta in gioco. E chissà che peso avrà la visita romana di J.D. nell’aiutarlo a trovare le risposte.

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