✕

Carla, la cugina del papa: “L’ultima telefonata la settimana scorsa. Dio mio, che dolore”

(ansa)

Ascolta l'audio

Ad avvertirla è stata una vicina di casa “che ha sempre la televisione accesa”. Poi è iniziata la processione dei compaesani
2 minuti di lettura

PORTACOMARO (ASTI) – Giorgio, il figlio dello zio Mario, un giorno tornò su queste colline che era già cardinale a Buenos Aires. S’incamminò in cima al “brìc” (il colle) di Marmorito, fino alla cascina bianca dove ai primi del Novecento viveva suo nonno Giovanni e che ancora oggi presidia un ampio versante d’ombra. Si chinò, il cardinale, e raccolse un pugno di terra, la terra dei suoi avi, poi la mise in un sacchetto e la tenne con sè per sempre. Giorgio, come qui lo chiamano i parenti, girò il mondo con il Piemonte in tasca. E spesso gli accadeva di guardarla dall’immensa Roma, la sua manciata di terra dentro un vaso di vetro.

«Non ci ha mai dimenticato, Dio mio che dolore». La signora Carla Rabezzana, 93 anni, dal 2013 è per tutti “la cugina del Papa”. La tendina bianca a pois gialli si scosta appena, e ne vien fuori una testa candida di capelli bianchissimi sopra un delicato pullover rosa. Siamo a Portacomaro, nel Basso Monferrato Astigiano, dove cominciò l’epopea migrante dei…

PORTACOMARO (ASTI) – Giorgio, il figlio dello zio Mario, un giorno tornò su queste colline che era già cardinale a Buenos Aires. S’incamminò in cima al “brìc” (il colle) di Marmorito, fino alla cascina bianca dove ai primi del Novecento viveva suo nonno Giovanni e che ancora oggi presidia un ampio versante d’ombra. Si chinò, il cardinale, e raccolse un pugno di terra, la terra dei suoi avi, poi la mise in un sacchetto e la tenne con sè per sempre. Giorgio, come qui lo chiamano i parenti, girò il mondo con il Piemonte in tasca. E spesso gli accadeva di guardarla dall’immensa Roma, la sua manciata di terra dentro un vaso di vetro.

«Non ci ha mai dimenticato, Dio mio che dolore». La signora Carla Rabezzana, 93 anni, dal 2013 è per tutti “la cugina del Papa”. La tendina bianca a pois gialli si scosta appena, e ne vien fuori una testa candida di capelli bianchissimi sopra un delicato pullover rosa. Siamo a Portacomaro, nel Basso Monferrato Astigiano, dove cominciò l’epopea migrante dei Bergoglio: anche per questo il Papa amava tanto i viandanti di ogni geografia, in fondo si sentiva uno di loro. «Ci siamo telefonati la scorsa settimana, ho chiesto a Giorgio come stava, gli ho detto di riguardarsi e gli ho spiegato che mi ero appena rotta un piede. E lui, sempre scherzoso, mi ha risposto: “Meglio il piede che la testa!”. Uno come Giorgio non nascerà mai più».

(ansa)

Le primule sul davanzale, il canto di un passero, le violette nella vigna del Grignolino (il vino del Papa, si chiama Laudato si’). I filari sono già pronti, in attesa della bella stagione. Quando Francesco venne qui nel 2022, era novembre, per festeggiare i 90 anni della cugina Carla e scese dalla famosa Cinquecento bianca, lei aveva già preparato la tavola e il menù della festa: flan di prosciutto, insalata russa, agnolotti del plìn, arrosto, bonet, E Grignolino per innaffiare. «Il giorno più bello della mia vita, lo ricorderò sempre, per quel poco che mi resta da ricordare. Giorgio mi aveva detto al telefono che sarebbe venuto qui, nientemeno, “vedi solo di non morire prima”, lui aveva sempre voglia di ridere. Ma io quella volta piansi tanto».

Davanti alla chiesetta di San Bartolomeo hanno rimesso la scritta che fu appesa in paese dopo l’elezione: “Francisco querido, Portacomaro esta contigo”. Su un muro poche curve più sotto, Bergoglio sorride da un poster un po’ stinto. Così si chiude l’avventura di una famiglia, di nonno Giovanni Angelo, classe 1884, e nonna Rosa Vassallo, passando per papà Mario e mamma Regina Maria Sivori (che cognome!) sposata a Buenos Aires. I nonni e il padre del Papa partirono da Genova per le lontane Americhe, come nel sogno di Geppetto, il primo febbraio del 1929 sul piroscafo “Giulio Cesare”: ci avevano già provato nel ‘27, ma i soldi non bastarono (e la nave “Principessa Mafalda” affondò). Loro, salvi e indomiti. La seconda volta, la mamma cucì i nuovi denari nel colletto del cappotto che stringeva stretto. Quando il Papa era ancora un ragazzo, e poi da grande, mandava lettere dall’Argentina fino a questi colli sperduti. «Noi staccavamo i francobolli e li tenevamo per ricordo, erano così belli e colorati».


Ieri mattina qualcuno ha capito, sentendo suonare le campane a un’ora strana. «A me lo ha detto un’amica che ha sempre la televisione accesa», sospira Carla con l’ultima voce che le rimane, ingolfata dai singhiozzi. «È andata così, povero Giorgio. Prima del ricovero in ospedale mi aveva raccontato di non preoccuparmi, che era solo un raffreddore, ma io sentivo che parlava con fatica. Non si risparmiava mai».

Giorgio, il figlio di Mario, sapeva il dialetto e lo parlava, adorava la “bagna caoda” e il caffé bollente. Erano stati i nonni paterni ad insegnargli a pregare, «tutte le sere, anche quando erano stanchissimi», raccontava il Papa. Adesso, la preghiera per lui è un silenzio dolente e pieno di sguardi, e nel mezzo un vecchio sospira: «Eravamo della stessa leva, poverino». C’è una specie di processione, ma discreta e rispettosa, dagli altri cugini e nipoti che si chiamano Delia e Franco, Graziella e Isa, Nella e Beppino. «Avevamo pensato di andare a trovare Giorgio a Roma in estate, per il Giubileo, ormai speravamo che si fosse ripreso e invece...».

A sera passa il parroco, don Luigino. Fazzoletti umidi, timidezze. Sul tavolo del tinello c’è una busta piena di francobolli colorati e strani.

Leggi i commenti