«Vi chiedo in nome di Dio: fermatevi!». È stato il primo papa a non avere vissuto il Secondo Conflitto Mondiale e il primo a fronteggiare il ritorno della guerra totale in Europa, a cui dopo il 7 ottobre 2023 si è aggiunto il vortice di violenza che ha travolto il Medio Oriente: un incubo che ha angosciato Francesco sino all’ultimo dei suoi giorni. Ma il tema degli scontri armati è stato presente nel suo pontificato sin dall’inizio, con la consapevolezza che soltanto una mediazione basata sulla comprensione reciproca può riportare la pace. Persino la definizione di «Terza Guerra Mondiale a pezzetti», diventata popolare dopo l’invasione dell’Ucraina, è stata coniata da Bergoglio diversi anni fa davanti al dilagare di altri conflitti in Asia e in Africa: il testo della benedizione “Urbi et Orbi” impartita domenica scorsa li ha elencati tutti. E nella rappresentazione dei “pezzetti” c’è la chiave della sua visione: bisogna operare per prevenire l’uso delle armi e impedire che i focolai s…
«Vi chiedo in nome di Dio: fermatevi!». È stato il primo papa a non avere vissuto il Secondo Conflitto Mondiale e il primo a fronteggiare il ritorno della guerra totale in Europa, a cui dopo il 7 ottobre 2023 si è aggiunto il vortice di violenza che ha travolto il Medio Oriente: un incubo che ha angosciato Francesco sino all’ultimo dei suoi giorni. Ma il tema degli scontri armati è stato presente nel suo pontificato sin dall’inizio, con la consapevolezza che soltanto una mediazione basata sulla comprensione reciproca può riportare la pace. Persino la definizione di «Terza Guerra Mondiale a pezzetti», diventata popolare dopo l’invasione dell’Ucraina, è stata coniata da Bergoglio diversi anni fa davanti al dilagare di altri conflitti in Asia e in Africa: il testo della benedizione “Urbi et Orbi” impartita domenica scorsa li ha elencati tutti. E nella rappresentazione dei “pezzetti” c’è la chiave della sua visione: bisogna operare per prevenire l’uso delle armi e impedire che i focolai si trasformino in un rogo planetario. E per farlo è necessario prendere atto della complessità dei problemi: «È un errore pensare che la guerra sia un film di cow boy con buoni e cattivi. Considero la persistenza dei conflitti il fallimento della politica».
Una posizione articolata, che è stata l’origine di equivoci e tensioni, soprattutto quando nel 2023 ha affidato al cardinale Matteo Zuppi un tentativo concreto di mediazione tra Mosca e Kiev per raggiungere «una pace giusta». Il governo ucraino ha spesso contestato il Papa e il più stretto consigliere di Zelensky, Mikhail Podolyak, lo ha accusato di essere «filorusso». Francesco ha spiegato la sua linea riferendo il discorso di «un capo di Stato saggio e di poche parole» che alla fine del 2021 l’aveva messo in guardia: «Stanno abbaiando alla porta della Russia e non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi. La situazione potrebbe portare alla guerra». Non era un modo per giustificare l’aggressione di Mosca: «Qualcuno può dirmi: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sono soltanto contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli».
Le stragi jihadiste del 7 ottobre 2023 e la distruzione provocata dai bombardamenti israeliani a Gaza sono stati per il pontefice un tormento forse superiore agli orrori ucraini. Quasi tutti i giorni telefonava a padre Gabriel Romanelli, rimasto nella Striscia: «Le vittime civili non sono danni collaterali: anche quando si tratta di esercitare il diritto alla legittima difesa, è indispensabile attenersi a un uso proporzionato della forza». Parole che hanno provocato molte critiche in Israele, arrivate al massimo livello nello scorso novembre dopo l’anticipazione del libro sul Giubileo: «A detta di alcuni esperti - ha scritto Francesco -, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali».
Durissima la replica dell’ambasciata israeliana: «La nostra è autodifesa di fronte al massacro genocida del 7 ottobre. Chiamarla con altro nome significa isolare lo Stato ebraico». Ma Papa Bergoglio non ha mai smesso di ricordare il dolore degli israeliani e denunciare il ritorno dell’antisemitismo, senza però rinunciare a condannare «la drammatica e ignobile situazione umanitaria che si vive a Gaza».