Tra le primissime parole pronunciate da Jorge Mario Bergoglio, appena assunto il nome di Francesco, ci sono quelle che sembrano annunciare una missione e, allo stesso tempo, accogliere un destino: «Sono un Papa venuto dalla fine del mondo». Bergoglio nasce in una famiglia piemontese che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, emigra in Argentina, a Paranà, partecipando a quel flusso di milioni di connazionali che abbandonano l’Italia alla ricerca di una opportunità di vita e di futuro. Si può dire, così, che i movimenti degli esseri umani che attraversano i confini e solcano i mari sono una componente essenziale della costituzione psicologica di Francesco e della struttura del suo carattere; e questo emergerà costantemente nella sua pastorale, prima a Buenos Aires e poi lungo l’intero pontificato.
Va ricordato che, pochi mesi dopo il suo insediamento, Francesco si recò a Lampedusa (luglio 2013), dove fece gesti e pronunciò parole capaci di dare alla questione delle migrazio…
Tra le primissime parole pronunciate da Jorge Mario Bergoglio, appena assunto il nome di Francesco, ci sono quelle che sembrano annunciare una missione e, allo stesso tempo, accogliere un destino: «Sono un Papa venuto dalla fine del mondo». Bergoglio nasce in una famiglia piemontese che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, emigra in Argentina, a Paranà, partecipando a quel flusso di milioni di connazionali che abbandonano l’Italia alla ricerca di una opportunità di vita e di futuro. Si può dire, così, che i movimenti degli esseri umani che attraversano i confini e solcano i mari sono una componente essenziale della costituzione psicologica di Francesco e della struttura del suo carattere; e questo emergerà costantemente nella sua pastorale, prima a Buenos Aires e poi lungo l’intero pontificato.
Va ricordato che, pochi mesi dopo il suo insediamento, Francesco si recò a Lampedusa (luglio 2013), dove fece gesti e pronunciò parole capaci di dare alla questione delle migrazioni un ruolo via via più centrale nella dottrina sociale della Chiesa cattolica.
Una corona di fiori lanciata nelle acque del Mediterraneo, dove nell’arco di due decenni la strage dei naufraghi aveva già causato migliaia di morti, e la benedizione dei corpi sommersi e di quelli sepolti nel cimitero dell’isola. E poi l’omelia e quella invocazione «non si ripeta, per favore», che ricorda il «mai più» dei testimoni delle tragedie novecentesche, ma fattosi umile e titubante sulle labbra di quest’uomo che alterna indignazione e tenerezza.
Nelle parole del Papa il migrante è «l’altro che non è più il fratello da amare» in quanto «disturba la mia vita e il mio benessere». È allora che Dio fa sentire la sua voce: «Dov’è tuo fratello?». In tal modo le relazioni tra i popoli e il rapporto così arduo e faticoso tra residenti e nuovi arrivati non solo vengono riportati a una dimensione storico-antropologica, ma acquisiscono un robusto fondamento teologico.
L’accoglienza verso migranti e profughi non si affida esclusivamente all’esercizio della misericordia, ma si iscrive nel cuore del rapporto tra l’essere umano e la trascendenza. Accogliere il migrante, l’esule, il fuggiasco, il perseguitato non è solo espressione di carità, ma anche occasione di incontro con l’amore divino. È così che la questione delle migrazioni viene sottratta alla contingenza del conflitto politico per diventare dottrina e morale, sulle quali categorie fondare il messaggio evangelico.
L’enciclica Fratelli tutti dell’ottobre del 2020 accoglie tutto ciò e lo sistematizza attribuendo al concetto di fraternità una valenza ecumenica che sembra muovere più che dall’universalismo religioso, dall’idea di genere umano come comunità di tutti coloro che vivono e patiscono su questa terra e la terra stessa.
Un pontefice considerato fin troppo pragmatico e, addirittura, «sociologizzante» aspira, piuttosto, a fondare teoricamente e teologicamente il proprio magistero in materia. E così, dopo l’enciclica Laudato si’ (maggio 2015), dedicata al rapporto tra l’essere umano e la natura nel segno del «creato», Fratelli tutti elabora ulteriormente il pensiero cristiano sul rapporto tra esseri umani.
Qui, la parola fraternità torna potente dopo un lungo periodo di appannamento: nel mondo religioso perché concentrato sulla relazione verticale con la trascendenza e in quello secolarizzato perché deluso dagli esiti ultimi della fraternité proclamata dalla Rivoluzione francese. L’indebolirsi della categoria di fraternità ha prodotto, come suo surrogato, il diffondersi del termine solidarietà. Esso mi appare come un concetto debole che sembra basarsi sull’atto della elargizione e riprodurre, in tal modo, un rapporto diseguale tra chi ha molto, sta in alto e distribuisce una parte del superfluo a chi nulla ha e sta in basso.
Il teologo Antonio Spadaro ricorda che in quella enciclica la parola solidarietà ricorre ventidue volte e, invece, fraternità si ripete per quarantaquattro. E aggiunge che, per Francesco, «mentre la solidarietà è principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse». In ciò si trova il fondamento antropologico e allo stesso tempo teologico di un’idea delle migrazioni come affermazione della stessa identità umana: «Siamo fratelli, nati da uno stesso padre». Da qui i movimenti migratori come «sacra rappresentazione».
Spadaro è un gesuita come Bergoglio e c’è nella loro impostazione l’eco della riflessione di un altro gesuita. Fu nel 1539 che Francisco de Vitoria espose le ragioni a favore dello ius migrandi che già aveva conosciuto importanti elaborazioni all’interno del diritto romano. Pur avendo come scopo contingente quello di legittimare le guerre di conquista degli spagnoli nelle Americhe, la riflessione di Francisco de Vitoria ambisce a definire il carattere universale di quei principi. Ed è quanto oggi costituisce corpo e anima della pastorale del migrante secondo Francesco. Nulla di inedito si potrebbe dire, ma la tonalità particolare che Bergoglio dà al tema, mentre esso diventa questione prioritaria dell’intero pianeta, fa dei popoli del terzo, quarto e quinto mondo non più «terre di missione», bensì cuore del cristianesimo del ventunesimo secolo.