CITTA’ DEL VATICANO – È diventato papa pochi mesi prima di compiere 77 anni, la stessa età di Giovanni XXIII. E come Roncalli, anche Jorge Mario Bergoglio ha fatto in tempo a stravolgere le consuetudini della Chiesa. Partendo da un approccio imparato da bambino: «Ho avuto la grazia di crescere in una famiglia in cui la fede si viveva in modo semplice e concreto. È stata soprattutto mia nonna, la mamma di mio padre, che ha segnato il mio cammino di fede».
Jorge è il primogenito di cinque figli: quando nasce, il 17 dicembre 1936, suo padre Mario e sua madre Regina erano approdati in Argentina da otto anni, emigrati dal Piemonte. Racconta molto della sua infanzia nelle udienze dopo l’elezione pontificia. Del quartiere popolare in cui viveva, della passione per il calcio: «Per giocare ero un “pata dura”, “gamba dura”. Per questo mi mettevano lì da portiere». Nei gesuiti arriva tardi, fa in tempo a sperimentare l’amore giovanile («era del gruppo di amici con i quali andavamo a ballare», di…
CITTA’ DEL VATICANO – È diventato papa pochi mesi prima di compiere 77 anni, la stessa età di Giovanni XXIII. E come Roncalli, anche Jorge Mario Bergoglio ha fatto in tempo a stravolgere le consuetudini della Chiesa. Partendo da un approccio imparato da bambino: «Ho avuto la grazia di crescere in una famiglia in cui la fede si viveva in modo semplice e concreto. È stata soprattutto mia nonna, la mamma di mio padre, che ha segnato il mio cammino di fede».
Jorge è il primogenito di cinque figli: quando nasce, il 17 dicembre 1936, suo padre Mario e sua madre Regina erano approdati in Argentina da otto anni, emigrati dal Piemonte. Racconta molto della sua infanzia nelle udienze dopo l’elezione pontificia. Del quartiere popolare in cui viveva, della passione per il calcio: «Per giocare ero un “pata dura”, “gamba dura”. Per questo mi mettevano lì da portiere». Nei gesuiti arriva tardi, fa in tempo a sperimentare l’amore giovanile («era del gruppo di amici con i quali andavamo a ballare», dirà in seguito) e la vita lavorativa: è perito chimico, fa anche il buttafuori.
Entra in seminario nel 1958, ventiduenne. Racconterà di aver maturato la decisione a lungo, dopo un incontro in confessionale di quattro anni prima con un prete che non conosceva: «Durante quella confessione mi successe una cosa strana, non so dire che cosa, però mi ha cambiato la vita». Mentre segue il percorso in seminario insegna letteratura in collegio. Coltiva la passione per gli autori classici italiani, ama i Promessi sposi, legge anche Camus, Hölderling, Dostoevskij e Robert Benson. Fa incontrare i suoi studenti con Jorge Luis Borges: «Prima di venire mi ha chiesto di raderlo, la sua cecità gli impediva di farlo da solo», svelerà il futuro pontefice.
Diventa sacerdote nel 1969. Passano appena quattro anni e lo eleggono superiore della Compagnia di Gesù per l’Argentina. Quando irrompe la dittatura, la sua posizione diventa delicata. Dopo il conclave che lo elegge papa, rimbalzeranno critiche per la sua linea giudicata quantomeno prudente nei confronti del regime militare di Videla. Gli viene contestata responsabilità nel rapimento dei religiosi Franz Jalics e Orlando Yorio, finiti nelle mani delle milizie nel 1976 e imprigionati per cinque mesi. Una tesi smentita dallo stesso Jalics. E anche nei processi sui desaparecidos in cui Jorge Bergoglio viene convocato come persona informata dei fatti, i legali delle vittime non muovono alcuna accusa contro di lui. Col tempo, emergono anzi nomi e testimonianze di decine di persone, spesso lontane dalle posizioni della Chiesa, che hanno raccontato come il futuro Papa le aiutò a sfuggire alla repressione, a rischio della propria incolumità. E nel 2014 Bergoglio, divenuto papa, abbraccerà in Vaticano Estela Carlotto, leader delle nonne di Plaza de Mayo, e il nipote Ignacio Guido che era stato ritrovato dopo anni di ricerche.
L’esperienza di superiore provinciale lascia strascichi nella vita religiosa di Bergoglio. «Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato l’accusa di essere ultraconservatore», ammetterà in seguito. Proverà a farne tesoro: «Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati».
Nasce lì, probabilmente, la sua ossessione per la sinodalità. Ma intanto si sono aperte delle crepe: alla fine del suo mandato, il rapporto con il nuovo provinciale non è roseo. È in questa fase che si rivolge a una psicanalista: «Per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni», riferirà. Padre Jorge viene mandato a Cordoba, settecento chilometri da Buenos Aires, a fare il confessore. Lo definirà il «deserto dell’esilio», ma preciserà: «È stato un tempo di purificazione interiore». Un religioso, è la riflessione che ne trarrà, «non dovrebbe mai dire “ho subito un’ingiustizia”, perché deve sempre trovare dentro di sé, in ogni caso e in ogni circostanza, il sentiero di Dio. Quindi non posso dire che mi hanno fatto un torto, anche se altri lo credono».
Il confessionale di Cordoba diventa per Bergoglio il luogo dell’ascolto: incontra persone di ogni estrazione sociale, esperienze che porterà fino al soglio di Pietro. Poi accudisce i confratelli ammalati, si dedica ai servizi del convento, fa il bucato. Cucina persino il pranzo di nozze per il nipote di un suo collaboratore.
L’esilio finisce nel 1992 quando il cardinale Quarracino, che guida la diocesi di Buenos Aires, ottiene da Giovanni Paolo II la nomina di Bergoglio come vescovo ausiliare nella capitale. Lo aveva sentito predicare agli esercizi spirituali e ne era rimasto colpito. Un anno dopo Jorge diventa vicario generale, alla morte di Quarracino nel 1998 viene nominato arcivescovo. E al concistoro del 2001 Wojtyla gli concede la porpora.
È un cardinale particolare: si muove coi mezzi pubblici o a piedi, parla con tutti. E dedica molto tempo alle periferie più degradate. Celebra messa nelle baraccopoli, si ferma a pranzo. Crea un team di una ventina di preti e li invia tra i poveri, nelle “villas miserias”. «Questi sacerdoti incarnano la vocazione missionaria più autentica», spiega.
Nel 2005, quando muore Giovanni Paolo II, il suo nome sbuca nell’urna del conclave: arriva a raccogliere 40 voti su 115. «Erano sufficienti a frenare la candidatura di Ratzinger, perché se avessero continuato a votarmi non avrebbe potuto raggiungere i due terzi necessari a essere eletto», svelerà in seguito. E aggiungerà di aver sventato «la minaccia» avvisando i cardinali di non essere disponibile ad accettare in caso d’elezione. È così che si sblocca la fumata bianca per Benedetto XVI.
I due si ritrovano a convivere per dieci anni in Vaticano dopo la rinuncia di Ratzinger e l’altra fumata bianca, quella del 13 marzo 2013. Bergoglio è il primo latino-americano a guidare la Chiesa, primo gesuita sul soglio di Pietro, primo papa a prendere il nome di Francesco. Rivoluziona gesti e prassi del pontificato, resta a vivere nella casa Santa Marta dove alloggiano i monsignori di passaggio. «Per motivi psichiatrici», dice: nell’appartamento del papa si sarebbe sentito solo. Afferma di volere «una Chiesa povera e per i poveri», indice un giubileo straordinario della misericordia e lo inaugura a Bangui, nella Repubblica Centrafricana scossa dalla guerra civile. È amico del patriarca Bartolomeo, incontra il capo della Chiesa russa Kirill dopo lo strappo millenario dello scisma. Porta un laico e una donna alla guida dei dicasteri vaticani. Prova a riformare la curia, ci riesce solo in parte. Il nuovo giubileo, inaugurato sofferente in carrozzina il 24 dicembre scorso, è simbolico: lascia una porta aperta.