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Il Papa che non piaceva all’amministrazione Trump e la guerra dei conservatori Usa

(ansa)

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Dall’ultimo incontro con il vicepresidente Vance alle accuse di “wokismo” e le critiche per le politiche migratorie, la morte di Francesco spacca gli Stati Uniti tra tradizionalisti e riformisti. E spuntano i nomi dei papabili “made in Usa”
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NEW YORK – Papa Francesco ha innervosito i conservatori americani fino alla vigilia della sua morte. Quando senza comprendere la gravità del suo stato, molti avevano denunciato sui social l’“irrispettoso” trattamento “sbrigativo” concesso al vicepresidente J.D. Vance. E c’è chi il proprio disprezzo lo ha manifestato anche oltre. Come la fanatica deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene che ha voluto distinguersi anche questa volta osando scrivere su X (senza far nomi): «Oggi c’è un cambio cruciale nella leadership globale: il demonio è stato sconfitto dalla mano di Dio». Echeggiando le gravissime accuse un tempo lanciate dall’arcivescovo Carlo Viganò - l’ambasciatore Vaticano in Usa che Francesco aveva ereditato dal predecessore Benedetto XVI - poi scomunicato, che aveva addirittura definito il Pontefice a lui sgradito «Servo di Satana».

Il duello con l’amministrazione Trump

L’ultimo duello fra Francesco e Donald Trump risale ad appena due mesi fa. Poco prima del ricovero al Geme…

NEW YORK – Papa Francesco ha innervosito i conservatori americani fino alla vigilia della sua morte. Quando senza comprendere la gravità del suo stato, molti avevano denunciato sui social l’“irrispettoso” trattamento “sbrigativo” concesso al vicepresidente J.D. Vance. E c’è chi il proprio disprezzo lo ha manifestato anche oltre. Come la fanatica deputata della Georgia Marjorie Taylor Greene che ha voluto distinguersi anche questa volta osando scrivere su X (senza far nomi): «Oggi c’è un cambio cruciale nella leadership globale: il demonio è stato sconfitto dalla mano di Dio». Echeggiando le gravissime accuse un tempo lanciate dall’arcivescovo Carlo Viganò - l’ambasciatore Vaticano in Usa che Francesco aveva ereditato dal predecessore Benedetto XVI - poi scomunicato, che aveva addirittura definito il Pontefice a lui sgradito «Servo di Satana».

Il duello con l’amministrazione Trump

L’ultimo duello fra Francesco e Donald Trump risale ad appena due mesi fa. Poco prima del ricovero al Gemelli, il Pontefice aveva infatti avviato l’ennesimo scontro frontale con la Casa Bianca, criticando duramente le politiche migratorie del presidente e il piano di deportare milioni di irregolari, definendolo una «violazione della dignità». Washington aveva reagito con furia: insinuando che l’anziano gesuita aveva – pure lui - un’agenda “woke” (ovvero troppo sensibile ai problemi sociali e delle minoranze). Ingarbugliandosi perfino in una faida bizzarra, su certe presunte forniture di preservativi al Myanmar da parte dell’Ordine dei Cavalieri di Malta.

"Chi sono io per giudicare una persona gay che cerca Dio?”

A far trasecolare fin da subito i conservatori, fu la risposta data dal Papa a inizio mandato, nel 2013, al giornalista che gli chiedeva dei preti omosessuali: «Se una persona è gay, cerca Dio e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?», disse allora. In realtà, durante il suo papato ha riaffermato la posizione della Chiesa verso il matrimonio tra persone dello stesso sesso e i trans. Ma secondo i tradizionalisti, quel genere di commenti sono stati troppo rari e morbidi rispetto alle posizioni nette dei predecessori.

Fino a prima di lui, la Chiesa cattolica romana statunitense era sempre stata schierata con la destra religiosa su questioni come aborto, matrimonio gay appunto, e contraccezione. Chiaro dunque che la sua idea di una Chiesa dalle «porte sempre spalancate» - come affermò nella sua prima esortazione apostolica – non venne compresa. Anzi. Lo rese una figura invisa e rivoluzionaria. Tanto più che nel tentativo di modernizzare la chiesa americana, in crisi dopo gli scandali sulla pedofilia, Francesco ha dato crescente spazio a religiosi non bianchi. Nominando, ad esempio, il primo cardinale afroamericano e numerosi ispanici.

La resistenza dei tradizionalisti

Aperture come quella di permettere ai sacerdoti di benedire coppie dello stesso sesso e il rendere più facile ai cattolici divorziati e risposati la partecipazione alla vita della Chiesa, ha alimentato la feroce resistenza dei conservatori americani contro Papa Francesco. Galvanizzando una corrente tradizionalista già presente, ma che si è rafforzata durante il suo pontificato. Di fatto, i cardinali di colore nominati da lui hanno finito per scontrarsi con vescovi conservatori reazionari - e in maggioranza bianchi - restii ai suoi valori. Gli stessi che hanno finito per irrigidirsi al punto da lavorare per riportare Trump alla Casa Bianca.

I critici

Quei membri del clero lo hanno accusato di seminare confusione sulle dottrine della Chiesa e, allo stesso tempo, di essere un leader autocratico sotto una facciata di umiltà informale. «La Chiesa è una nave senza timone» sostenne a un certo punto il più feroce di loro, il cardinale Raymond Burke. Prelato che ha lanciato bordate per anni: contestando appunto la spinta di Francesco a porre fine al divieto di comunione per i divorziati risposati e scagliandosi pure contro la sua ostilità verso la messa in latino. Tanto che il Papa lo emarginò silenziosamente, fino a privarlo del suo diritto a un appartamento in Vaticano. Altro feroce critico è stato l’arcivescovo Carlo Viganò, di cui dicevamo sopra, che lo ha sfidato più volte definendolo addirittura «falso profeta» e «servo del demonio». Così insolente che Francesco un anno fa lo ha scomunicato per aver rifiutato la sua autorità e le riforme liberali del Concilio Vaticano II. Una decisione sofferta. Nel 2023 il Papa si lamentò infatti, e con insolita franchezza, dell’«atteggiamento reazionario forte e organizzato» alimentato contro di lui nella Chiesa americana. «Conservatori arretrati» disse a certi confratelli gesuiti: mettendoli in guardia da ciò che accade quando «le ideologie sostituiscono la fede».

Per carità quei critici hanno sempre stati una minoranza nella Chiesa americana: ma influente. Oggi ancor di più perché ai religiosi si sono aggiunti i politici. I cattolici conservatori rappresentano un terzo del gabinetto di Trump. Fra questi spicca il vicepresidente Vance, convertitosi nel 2019, le cui opinioni sulla dottrina s’intrecciano opportunisticamente con le priorità politiche. E il segretario di Stato Marco Rubio che il mercoledì delle ceneri è andato in tv con la croce sulla fronte ben visibile.

I cardinali made in Usa di Francesco

Sono sei i cardinali statunitensi con idee vicine alle sue ordinati durante il pontificato di Francesco, tutti appartenenti a diocesi di alto profilo. Fra questi, il cardinale Blase Cupich di Chicago, il cardinale Joseph Tobin di Newark, il cardinale Robert McElroy di Washington. Cupich e Tobin sono stati poi nominati membri dell'organismo vaticano che seleziona i vescovi, diventando ancor più influenti. Mentre la nomina di McElroy, noto per la sua schietta difesa dei migranti è stata considerata «una sfida aperta a Trump». Allo stesso tempo l’ormai defunto Papa si è rifiutato di promuovere figure di orientamento più conservatore, come l'arcivescovo Charles Chaput di Filadelfia e Denver, ora in pensione, e José Gómez di Los Angeles, la più grande diocesi cattolica del Paese, che avevano chiesto di negare la comunione a Biden per le sue posizioni sull’aborto.

La sfida alla politica americana

Francesco è stato il primo Papa a sfidare direttamente – e ripetutamente – i leader americani. Nel 2016, criticò l’allora candidato alla presidenza Donald Trump, per la sua promessa di innalzare il muro al confine: «Una persona che pensa solo a costruire muri – ovunque si trovino – e non ponti, non è cristiana» disse con semplicità. Trump rispose che era «vergognoso» per un religioso mettere in discussione la fede di un altro. Nel 2022, ne ebbe pure per Joe Biden, secondo presidente cattolico alla Casa Bianca dopo Jfk. Definì la sua convinzione che la vita non inizia al concepimento “incoerenza”. E gli suggerì «di parlarne col suo confessore». Il ritorno di Trump alla Casa Bianca aveva rinfocolato le critiche alla gestione dei migranti. Arrivando ad esortare i cattolici a respingere l'idea che lo status di residenza di una persona potesse farla considerare meno umana.

La lettera ai vescovi

«Espellere chi fugge da situazioni di crisi danneggia la dignità di molti uomini e donne, ponendoli in uno stato di particolare vulnerabilità e indifesa», aveva affermato in una lettera ai vescovi statunitensi inviata lo scorso febbraio, invitandoli di fatto a prendere posizione sulla questione migranti. In quella stessa missiva bacchettava – pur senza farne mai il nome - pure Vance per aver citato l’Ordo Amoris di Sant’Agostino in sostegno delle deportazioni di massa e dell’America First. Nella lettura di quella tesi data dal politico, è infatti giusto prendersi prima cura della propria famiglia e del vicinato e solo poi del resto del mondo. «Niente affatto» lo aveva corretto Francesco «L’Ordo Amoris tiene conto dei bisogni degli altri e richiede amore e fraternità per tutti, senza eccezioni».

L’atteggiamento polarizzato dei cattolici americani

L’atteggiamento dei cattolici americani nei confronti di Francesco, s’è nel tempo polarizzata, di pari passo con le divisione politica. Il Papa ha toccato l’apice di popolarità da questa parte di mondo ai tempi di Barack Obama, poco dopo l’annuncio del suo (unico) viaggio statunitense nel 2001. All’epoca, il 90 per cento dei fedeli stravedevano per la sua Chiesa. Oggi il numero è crollato a un comunque solido 78 per cento. Se però si va a scandagliare nelle opinioni politiche dei fedeli, emerge che nel 2013, aveva un’opinione favorevole di lui l’84 per cento dei cattolici di destra e il 77 di sinistra. Ma nel 2025, i numeri si sono ribaltati. L’88 per cento dei cattolici dem ne ha approvato l’impegno, mentre fra i cattolici repubblicani il gradimento è crollato al 69 per cento.

Un papa americano?

Anche se in passato se n’è parlato e non sono mancati i candidati, è molto improbabile. Perché, dicono gli esperti, i religiosi statunitensi sono considerati troppo potenti, culturalmente ed economicamente. Eppure, ai tempi del ritiro di Benedetto XVI nel 2013, si era detto che molti difetti americani potevano diventar pregi. All’epoca, tra i papabili ci furono il cardinale di Boston Seán O'Malley, ritiratosi l’anno scorso e il cardinale di New York Timothy Dolan, che ha presentato la sua richiesta di ritiro – come ormai d’uso a 75 anni – a inizio anno. Ma un papabile resta: il cardinale Robert Prevost, 69 anni, nato a Chicago, ma che ha prestato servizio in Perù per decenni. Francesco lo ha elevato a vescovo nel 2014, poi lo ha chiamato a Roma, dove è prefetto del potente Dicastero dei Vescovi (che contribuisce alla scelta dei vescovi nel mondo). E presiede la Pontificia Commissione per l'America Latina.

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