Christophe Pierre: “Come un profeta, il Papa ha visto gli Usa chiudersi. E non è stato in silenzio”
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliIl nunzio apostolico, cardinale Christophe Pierre
NEW YORK – Non si può trafficare con la parola di Dio per adattarla a un’ideologia non più evangelica». Il cardinale Christophe Pierre sta partendo per Roma mentre lancia questo ammonimento, anche in vista del conclave. Come nunzio apostolico, è stato per nove anni il braccio di Francesco negli Stati Uniti, aiutandolo a ricostruire la gerarchia con le nomine dei vescovi. Ha visto l’America «scegliere l’isolazionismo», aprendo la strada a «una tendenza che esclude i più poveri». Bergoglio però «è rimasto coerente con la sua visione che mette la persona umana al centro», agendo da profeta: «A volte questi non vengono molto accettati, ma non significa che debbano tacere».
Qual è la principale eredità di Francesco?
«Il mio cammino con lui era iniziato come nunzio in Messico, dopo la conferenza di Aparecida, dove da arcivescovo di Buenos Aires aveva dato un contributo fondamentale. Tutti i temi del suo pontificato erano già li, per una nuova evangelizzazione davanti a relativismo, mat…
NEW YORK – Non si può trafficare con la parola di Dio per adattarla a un’ideologia non più evangelica». Il cardinale Christophe Pierre sta partendo per Roma mentre lancia questo ammonimento, anche in vista del conclave. Come nunzio apostolico, è stato per nove anni il braccio di Francesco negli Stati Uniti, aiutandolo a ricostruire la gerarchia con le nomine dei vescovi. Ha visto l’America «scegliere l’isolazionismo», aprendo la strada a «una tendenza che esclude i più poveri». Bergoglio però «è rimasto coerente con la sua visione che mette la persona umana al centro», agendo da profeta: «A volte questi non vengono molto accettati, ma non significa che debbano tacere».
Qual è la principale eredità di Francesco?
«Il mio cammino con lui era iniziato come nunzio in Messico, dopo la conferenza di Aparecida, dove da arcivescovo di Buenos Aires aveva dato un contributo fondamentale. Tutti i temi del suo pontificato erano già li, per una nuova evangelizzazione davanti a relativismo, materialismo e secolarizzazione della società».
Poi lei è andato negli Usa, una sede complicata.
«Con molti problemi scottanti, come la polarizzazione della società, la secolarizzazione, l’ideologizzazione della fede. Il Papa è stato una fonte di orientamento e ci ha spesso scossi per evangelizzare nel mondo, così come è oggi».
Francesco aveva criticato l’amministrazione Trump sui migranti.
«La nuova amministrazione fa parte della storia di questo Paese, dove per risolvere problemi scottanti c’è il rischio di isolarsi. Ma è possibile? È la domanda chiave. Davanti alle migrazioni il Papa è stato coerente con la sua visione che mette la persona umana al centro. Ha agito come profeta religioso. A volte un profeta non è molto accettato, ma non vuol dire che debba tacere».
I conservatori Usa lo hanno accusato di essere troppo riformista.
«Sarei prudente quando si parla di riformismo o conservatorismo, destra o sinistra: non è esattamente così. Francesco è stato fedele al Vangelo, che non può essere ideologizzato. C’è la tendenza ad adattarlo alla nostra convenienza. Il Papa ha avvisato di stare attenti, perché il Vangelo ha una forza in se stesso. Noi dobbiamo annunciarlo e a volte questo fa male. Ma non si può negoziare sulla parola di Dio, davanti alle sfide enormi di oggi».
Quali sfide?
«Il rispetto della vita, la guerra, la violenza, l’ingiustizia sociale. Perché proteggi uno e non gli altri? E le migrazioni da dove vengono? A volte cerchiamo scorciatoie. Siccome non sappiamo risolvere il problema, vogliamo cacciare tutti, ma così non si risolve niente».
Cosa si aspetta dal conclave?
«Deve scegliere la persona giusta, al momento giusto, per fare le cose giuste secondo il Vangelo. Non serve una lotta, ma dialogo, analisi, discernimento».
Gli americani vogliono un papa conservatore?
«È una semplificazione. Francesco non si è lasciato andare alle mode progressiste, e ha aiutato la Chiesa a essere sinodale. Non è una guerra di agende, è discernimento, per dare risposte evangeliche a situazioni terribili».
Francesco aveva denunciato resistenze negli Usa. Era vero?
«Certo, capita dappertutto. La parola chiave per lui era “conversione”: personale, pastorale, della Chiesa, per ritrovare il cammino giusto. Ci ha obbligati a uscire dalle nostre “comfort zone”, ma il cambiamento a volte porta sofferenze. La conversione però non può essere ideologica, del tipo “io difendo questo valore, e se tu non sei d’accordo ti faccio la guerra”. Secondo questa logica tutti hanno buoni motivi per fare la guerra, in Ucraina, Russia, Israele, ma così ammazzano gli altri».
Quale papa serve ora?
«Una persona capace di fare sintesi, partendo dal Vangelo».
Prima di morire Francesco ha incontrato il vice presidente Vance, che aveva criticato per l’interpretazione di Sant’Agostino.
«Il Papa aveva anticipato la tendenza ad escludere i poveri, per trovare soluzioni facili. Ma quando lo dice lui, non piace a tutti».
Il presidente Trump viene al funerale per convenienza politica?
«Questo lo lascio a voi. Però è una cosa buona che venga, vuol dire che Francesco ha toccato i cuori».