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Strage in Kashmir, l’ira di Modi. venti di guerra India-Pakistan

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Dopo la morte di 26 turisti, quasi tutti indiani, nella regione contesa tra i due Paesi, Nuova Delhi espelle tutti i cittadini pakistani a partire dal 29 aprile, mentre Islamabad sospende gli scambi e chiude lo spazio aereo
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CHENNAI – Dal palco di un comizio in Bihar, il premier Narendra Modi ha promesso vendetta: «L’India identificherà e inseguirà fino alla fine del mondo i terroristi e i loro sostenitori per dar loro una punizione più severa di quanto possano immaginare». È aria di battaglia tra Pakistan e India dopo la strage di Pahalgam, la “Piccola Svizzera” a 2000 metri sui monti del Kashmir, dove martedì 25 indiani e un nepalese sono stati uccisi nel più brutale attacco terroristico contro civili da decenni.

L’India accusa il Pakistan d’aver organizzato l’attacco, come minimo di averlo facilitato, se non finanziato. In risposta, Delhi ha quindi sospeso lo storico trattato del 1960 che convoglia parte delle acque del fiume Indo all’irrigazione vitale per l’agricoltura pachistana. Il premier pachistano Shehbaz Sharif ha ribattuto definendo la mossa «un atto di guerra» chiudendo gli spazi aerei all’India. Entrambi i Paesi hanno ritirato i diplomatici militari, sospeso tutti i visti, anche quelli medic…

CHENNAI – Dal palco di un comizio in Bihar, il premier Narendra Modi ha promesso vendetta: «L’India identificherà e inseguirà fino alla fine del mondo i terroristi e i loro sostenitori per dar loro una punizione più severa di quanto possano immaginare». È aria di battaglia tra Pakistan e India dopo la strage di Pahalgam, la “Piccola Svizzera” a 2000 metri sui monti del Kashmir, dove martedì 25 indiani e un nepalese sono stati uccisi nel più brutale attacco terroristico contro civili da decenni.

L’India accusa il Pakistan d’aver organizzato l’attacco, come minimo di averlo facilitato, se non finanziato. In risposta, Delhi ha quindi sospeso lo storico trattato del 1960 che convoglia parte delle acque del fiume Indo all’irrigazione vitale per l’agricoltura pachistana. Il premier pachistano Shehbaz Sharif ha ribattuto definendo la mossa «un atto di guerra» chiudendo gli spazi aerei all’India. Entrambi i Paesi hanno ritirato i diplomatici militari, sospeso tutti i visti, anche quelli medici, e bloccato i valichi commerciali dove negli ultimi anni il flusso dall’India era aumentato considerevolmente.

Il cessate il fuoco raggiunto faticosamente dopo lunghe operazioni di diplomazia nel 2021 è dato per morto anche da fonti ufficiali del governo indiano: «Stiamo considerando seriamente di sospendere l’accordo del cessate il fuoco a causa dell’incapacità del Pakistan di contrastare il terrorismo». Le due potenze nucleari sono di nuovo a un passo dal conflitto aperto.

Sono due le possibili opzioni operative per Delhi: blitz segreti contro le basi militanti in Pakistan o, più probabilmente, raid aerei, compresi lanci di missili cruise, come accadde nel 2019 in reazione ad un attacco terroristico suicida che causò la morte a Pulwama di 40 paramilitari indiani. All’epoca, ci furono raid aerei da entrambe le parti, con la cattura in Pakistan di un pilota indiano disperso, in seguito liberato.

L’esercito indiano ora offre 2 milioni di rupie (23 mila euro) per informazioni sui tre attentatori sbucati dalla foresta nella valle di Baisaran, raggiungibile solo a piedi o a dorso di mulo. Secondo le autorità, si tratterebbe di due cittadini pachistani del gruppo terroristico islamico Lashkar-e-Taiba e uno del luogo. I tre sono emersi dalla macchia di alberi imbracciando il mitra. Poi hanno separato a forza le donne e i bambini dagli uomini, costringendo i maschi a recitare un versetto del Corano in arabo. Chi esitava, veniva giustiziato con una pallottola alla testa. Sessanta i bossoli ritrovati nel fango tra seggiole di plastica colorata e gli avanzi degli spuntini dei turisti. Un professore indù dell’Assam si è salvato solo perché conosceva il versetto a memoria. Gli altri, tra i quali un ufficiale di marina e uno dell’intelligence in libera uscita, sono stati freddati di fronte ai parenti.

La rabbia monta nel Paese. I funerali delle vittime si sono tenuti in diversi punti dell’India, diffondendo una rabbia anti-islamica pericolosa per chi viene da questo Stato che nel 2019 ha perso la semi-autonomia per volere di Modi, il quale, con metodi draconiani, ha sospeso molte libertà dei kashmiri in nome dell’emergenza. Da allora, decine di migliaia di indù hanno traslocato nel Kashmir a maggioranza musulmana, alterando gli equilibri elettorali a favore del partito di Modi. Ma lo scontento e la resistenza anti-indiana non si sono mai placati, anche di fronte alla presenza massiccia di forze militari più tipiche di uno Stato occupato che ben integrato.

Nel 1947 la Partizione dell’India lasciò irrisolto il nodo dell’allora principato del Kashmir, annesso in parte dall’India e dal Pakistan. Da allora ci sono state guerre, rivolte e massacri, con ribelli addestrati dal Pakistan autori di attentati e l’esercito indiano che contiene le ribellioni con torture e repressione. Dal 2021 si punta a una fragile normalità, senza aver risposto alla richiesta di indipendenza dei kashmiri. Due anni fa, Modi ha organizzato incontri del G20 nel Jammu & Kashmir per segnalare al mondo il potenziale turistico della regione, dove, adesso si deve ricominciare da capo.

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