LONDRA – Donald Trump promette di riconoscerla come territorio della Russia, Vladimir Putin ne ha fatto dal 2014 la testa di ponte per invadere l’Ucraina, Volodymyr Zelensky avverte che Kiev non potrà mai cederla ufficialmente. La Crimea è al centro dei negoziati mediati dagli Stati Uniti per mettere fine alla guerra. Non è l’unico ostacolo alla pace, o almeno a un cessate il fuoco, ma è diventata in questi giorni il simbolo di tutto quello che può andare storto nella trattativa, sebbene gli esperti di diplomazia affermino che non è un problema irrisolvibile. Ecco una scheda su una penisola da lungo tempo contesa, da sempre crocevia della storia.
Due milioni di abitanti
Grande 26 mila chilometri quadrati, poco più della Sicilia, la Crimea è collegata alla terraferma dallo stretto istmo di Perekop, che separa il mare di Azov dal mar Nero e la unisce all’Ucraina. Montuosa lungo la parte settentrionale, ha una costa di baie e insenature, alcune delle quali ospitano porti, tra cui qu…
LONDRA – Donald Trump promette di riconoscerla come territorio della Russia, Vladimir Putin ne ha fatto dal 2014 la testa di ponte per invadere l’Ucraina, Volodymyr Zelensky avverte che Kiev non potrà mai cederla ufficialmente. La Crimea è al centro dei negoziati mediati dagli Stati Uniti per mettere fine alla guerra. Non è l’unico ostacolo alla pace, o almeno a un cessate il fuoco, ma è diventata in questi giorni il simbolo di tutto quello che può andare storto nella trattativa, sebbene gli esperti di diplomazia affermino che non è un problema irrisolvibile. Ecco una scheda su una penisola da lungo tempo contesa, da sempre crocevia della storia.
Due milioni di abitanti
Grande 26 mila chilometri quadrati, poco più della Sicilia, la Crimea è collegata alla terraferma dallo stretto istmo di Perekop, che separa il mare di Azov dal mar Nero e la unisce all’Ucraina. Montuosa lungo la parte settentrionale, ha una costa di baie e insenature, alcune delle quali ospitano porti, tra cui quello di Sebastopoli. Ha un clima mediterraneo e una popolazione di due milioni di abitanti, dei quali il 60 per cento etnicamente russi, il 24 per cento ucraini, il 10 per cento tatari e minoranze più piccole bielorusse, armene ed ebraiche.
La guerra di Crimea
Abitata fin dall’antichità da sciti e greci, ha visto passare romani e bizantini, genovesi e veneziani, tartari e turchi. A lungo un khanato vassallo dell’impero ottomano, nel 1784 viene conquistata e annessa all’impero zarista russo, che vi colloca un’importante base navale a Sebastopoli. Nel 1853, con la scusa di una disputa sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano, ma in realtà per il timore delle potenze europee di un’espansione russa verso il Mediterraneo, scoppia la guerra di Crimea: dopo un accordo fra Turchia e Francia, la Russia attacca la Turchia, la Gran Bretagna si unisce alla Francia per proteggerla, l’Austria appoggia politicamente le potenze occidentali e il Regno di Piemonte e Sardegna dichiara a sua volta guerra alla Russia, inviando in Crimea un contingente militare di 18 mila uomini (un terzo del suo esercito dell’epoca) agli ordini del generale La Marmora. Il primo ministro Cavour teme che un’alleanza tra Francia e Austria comprometta le aspirazioni di allargare il regno dei Savoia al Lombardo-Veneto: partecipando alla guerra si ritaglia un ruolo in ambito europeo.
La “carica dei Seicento”
Dopo tre anni, il conflitto si conclude con la sconfitta della Russia: il congresso di Parigi, nel 1856, stabilisce le condizioni per la pace, avvicinando tra l’altro politicamente il Regno di Sardegna alla Francia e così favorendo le intese che porteranno nel 1859 alla seconda guerra d’indipendenza e alle ambizioni di Cavour di unificare l’Italia. Più di trecentomila soldati perdono la vita tra scontri militari e colera nella guerra di Crimea, la prima seguita sul campo dagli inviati dei maggiori giornali del tempo: la battaglia più nota è quella di Balaklava, passata alla storia per la “carica dei Seicento”, un attacco della cavalleria inglese contro le posizioni dell’artiglieria russa, che viene travolta ma al prezzo di metà dei cavalleggeri.
La cessione di Krusciov
Occupata brevemente dai tedeschi durante la Prima guerra mondiale e dall’Armata Bianca durante la guerra civile russa che segue la rivoluzione bolscevica, nel 1920 la Crimea viene definitivamente riconquistata dall’Armata Rossa ed entra a fare parte dell’Unione Sovietica con lo status di regione autonoma della Russia. Al termine della Seconda guerra mondiale, la Crimea ospita a Jalta la conferenza in cui i tre leader vincitori, il presidente americano Franklin Roosevelt, il segretario generale del Partito comunista sovietico Josif Stalin e il primo ministro britannico Winston Churchill, concordano la spartizione dell’Europa in due blocchi, assegnando a Mosca il controllo dei Paesi dell’Europa orientale, inclusa la Germania Est, occupati dalle truppe russe nell’avanzata verso Berlino: il prologo della guerra fredda che stenderà una “cortina di ferro da Stettino a Trieste”, secondo la famosa espressione di Churchill, attraverso il continente. Una decina di anni più tardi, in nome della fratellanza tra i popoli dell’Urss, Nikita Krusciov, successore di Stalin e nuovo capo del Cremlino, dona la Crimea all’Ucraina, per commemorare il 300esimo anniversario di un trattato fra i cosacchi ucraini e lo zar di Russia Alessio I. Poiché sia Russia che Ucraina appartengono all’Unione Sovietica, il passaggio della penisola da una repubblica all’altra non cambia nulla nella sostanza.
Il patto sui missili nucleari
Con il crollo dell’Urss nel 1991, le quindici repubbliche sovietiche diventano stati indipendenti. Tre anni più tardi, con il Memorandum di Budapest per la non proliferazione nucleare, l’Ucraina accetta di consegnare alla Russia tutti i circa 1700 missili atomici che erano stati dislocati sul suo territorio quando faceva parte dell’Urss. Il patto è firmato da Ucraina, Russia, Stati Uniti e Regno Unito, con il sostegno di Francia e Cina. In cambio della cessione dei missili (conservandoli, Kiev sarebbe diventata la terza maggiore potenza nucleare al mondo dopo Usa e Russia), i Paesi firmatari, dunque inclusa la Russia, si impegnano a “rispettare, garantire e proteggere l’integrità e la sovranità territoriale dell’Ucraina” a tempo indeterminato. L’Ucraina si impegna a continuare ad affittare alla Russia la base militare di Sebastopoli, in Crimea, di cruciale importanza strategica per la flotta di Mosca.
L’annessione del 2014
Il contenzioso sullo status della Crimea, che già serpeggiava nel parlamento russo durante il primo decennio di post-comunismo sotto la presidenza di Boris Eltsin, ma sembrava risolto dal trattato di amicizia russo-ucraino del 1997, viene riaperto dopo il 2000, quando sale al potere Vladimir Putin. Le turbolenze culminate nelle proteste di piazza a Kiev nel febbraio 2014, che alle elezioni presidenziali del maggio dello stesso anno riportano al potere un governo filo-occidentale, sono la scintilla del conflitto russo-ucraino. Il 27 febbraio, quattro giorni dopo che nella vicina Soci, anch’essa affacciata al mar Nero ma in territorio russo, si concludono le Olimpiadi invernali, forze paramilitari russe appoggiate dai servizi di sicurezza di Mosca e da unità della Marina russa di Sebastopoli invadono la Crimea e ne prendono il controllo, violando gli accordi di Budapest del ’91. L’annessione della penisola viene sancita il 16 marzo da un referendum il cui risultato ufficiale assegna il 95,5 per cento di sì al ricongiungimento della Crimea con la Russia, ma che viene giudicato illegittimo, falsato e non riconosciuto dalle organizzazioni internazionali e dall’Ucraina.
La dichiarazione di Mike Pompeo
Barack Obama, alla Casa Bianca durante l’annessione, è tra coloro che rifiutano di riconoscere l’appartenenza della Crimea alla Russia e reagisce varando sanzioni contro Mosca. Nella campagna presidenziale 2016, Donald Trump afferma che, se verrà eletto, “darà un’occhiata” alla questione, aggiungendo: “Da quel che ne so, la Crimea ha accettato di fare parte della Russia”. Nel 2018, tuttavia, a circa metà del primo mandato presidenziale di Trump, il suo segretario di Stato Mike Pompeo pubblica una “Crimea Declaration” con la quale gli Usa affermano che la scelta di Washington di non riconoscere l’annessione russa della Crimea “resterà in funzione fino a quando verrà restaurata l’integrità territoriale dell’Ucraina”: ovvero finché la Crimea non tornerà ad appartenere a Kiev. Ma il 24 febbraio 2022 la Russia invade di nuovo l’Ucraina, con l’obiettivo dichiarato di rovesciarne il governo e conquistarla tutta: dopo tre anni di guerra ne controlla il 20 per cento del territorio, inclusa la Crimea. Che ora, nella bozza di accordo presentata dalla seconda amministrazione Trump a Putin e al presidente ucraino Zelensky, l’America si prepara a riconoscere formalmente come appartenente alla Russia, contraddicendo non solo il Memorandum di Budapest del ’91 ma anche la “Dichiarazione sulla Crimea” di Mike Pompeo del 2018, rimasta da allora la politica ufficiale degli Stati Uniti al riguardo. “Non sono stato io a perdere la Crimea, l’ha persa Obama”, ha detto Trump giovedì alla Casa Bianca. “Se l’Ucraina voleva riprendersela, perché non ci ha provato undici anni fa?”.
Il pericoloso precedente
L’opinione dominante della diplomazia europea è che sia al momento impossibile per l’Ucraina riconquistare la Crimea. Lo stesso Zelensky ne pare consapevole. Ma gli esperti riconoscono che il presidente ucraino non può riconoscere formalmente l’annessione della Crimea alla Russia, né accettare un piano di pace in cui la riconoscono gli Stati Uniti, mediatori e garanti dell’accordo: un riconoscimento simile costituirebbe un pericoloso precedente, indicando ad altre potenze bellicose, a partire dalla Cina nelle sue rivendicazioni su Taiwan, che un’azione di forza può diventare un fatto compiuto, accettato dai più importanti membri della comunità internazionale. A giudizio di numerosi analisti, un compromesso diplomatico non sarebbe impossibile: una decisione americana di rimuovere del tutto o in parte le sanzioni contro Mosca avrebbe il valore simbolico di un’accettazione della situazione così com’è, ovvero con la Crimea, e altre zone dell’Ucraina occupate dalla Russia, in mano a Putin. La forma, in diplomazia, può essere però importante quanto la sostanza: del resto l’armistizio fra le due Coree ha lasciato irrisolto il contenzioso territoriale tra il Nord e il Sud dal 1953, ma da settant’anni garantisce la pace fra i due Paesi. In ogni caso, le esternazioni pubbliche di Trump sull’argomento non aiutano a risolverlo: al contrario, complicano ogni soluzione.